domenica, Agosto 1

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Gerusalemme – Un villaggio nuovo era sorto nella Valle del Giordano. O meglio, un villaggio dalla storia secolare a cui centinaia di palestinesi hanno ridato nuova vita: è Ein Hijleh, antico villaggio cananita, piccola oasi di palme lungo la Route 90, tra il Mar Morto e Bisan. Ieri notte l’avventura è stata fermata da mille soldati israeliani e bulldozer militari, entrati nell’accampamento per distruggere le nuove strutture e arrestare gli attivisti presenti. Oltre 40 i feriti nel raid israeliano. Le tende e le strutture temporanee sono state demolite. 

Tutto era cominciato lo scorso venerdì quando un gruppo di attivisti palestinesi provenienti da tutta la Palestina storica ha lanciato la campagna Melh Al-Ard (Sale della Terra), nell’obiettivo di ripristinare il villaggio, costruito su terre di proprietà della Chiesa Ortodossa e del monastero di San Gerassimos, e di riportarlo alla vita. Il messaggio è chiaro: il popolo palestinese non intende accettare l’annessione della Valle del Giordano da parte di Israele, che dal 1967 ad oggi ha messo in piedi un sistema di restrizioni e colonizzazione che ha ridotto la popolazione residente dagli originari 320mila abitanti agli attuali 56mila. «L’azione ha l’obiettivo il rifiuto dell’attuale status quo politico – si legge nel comunicato del Comitato di Coordinamento della Lotta Popolarein particolare alla luce degli inutili negoziati di pace che distruggono  i diritti della nostra gente. Per questo abbiamo deciso di ridare viva ad un vecchio villaggio palestinese cananita nella Valle del Giordano, un’azione che è un altro passo contro l’occupazione israeliana e il progetto di annessione dell’area».

Dopo una settimana dal ritorno nel villaggio di Ein Hijleh, gli attivisti erano riusciti a resistere: hanno ristrutturando i vecchi edifici, ripulendo i terreni agricoli e costruendo nuove strutture per fare della comunità non solo un esempio per la lotta popolare palestinese, ma anche un luogo di ritrovo per le famiglie palestinesi. Riportare la vita per riaffermare la proprietà della terra.

Una settimana difficile: più volte l’esercito israeliano è intervenuto per disperdere gli attivisti. Il secondo giorno, lo scorso sabato, le autorità di Tel Aviv hanno dichiarato l’area zona militare chiusa, vietando a chiunque di entrare a Ein Hijleh. Decine gli arresti, a cui è seguita la demolizione di alcune strutture costruite dagli attivisti e il lancio di gas lacrimogeni tra la folla per disperderla. Per ben tre volte, l’esercito ha tagliato l’acqua che arriva al villaggio da alcune tubature che terminavano nel pozzo principale, ma gli attivisti sono sempre riusciti a riattivarle. Ad una settimana di distanza, Ein Hijleh continua a vivere e si prepara per il fine settimana.

Un’ora fa l’esercito israeliano ha arrestato un altro attivista del gruppo – ci spiegava ieri, prima del raid, Abdallah Abu Rahmeh, uno dei coordinatori della campagna ‘Sale della Terra’, che durante scontri con l’esercito ha riportato fratture al braccio – Siamo riusciti a farlo rilasciare con un’azione di gruppo. Ad oggi siamo però ancora sotto assedio: i soldati circondano il villaggio e non permettono a nessuno di entrare e di uscire”.

Non riescono ad entrare nemmeno i materiali necessari al villaggio: cibo, carburante per i generatori, materiali da costruzione – continua Abu Rahmeh – Alcuni amici arrivano a piedi, attraverso i campi, per non farsi vedere e per rifornirci di un po’ di materiale, ma non è facile. In ogni caso non intendiamo andare via: stiamo ancora costruendo e pulendo alcuni appezzamenti agricoli dalle sterpaglie, l’obiettivo è tornare a piantare prodotti agricoli qui a Ein Hijleh e creare un parco per le famiglie. E domani [oggi per chi legge, ndr]attendiamo altre centinaia di persone che verranno qui per la preghiera del venerdì”.

Mercoledì a dimostrare solidarietà per la campagna è stata anche una delegazione composta dall’arcivescovo greco ortodosso Atallah Hanna, da membri dell’Unione Europea, dal ministro palestinese dell’Agricoltura e anche da una parlamentare palestinese della Knesset israeliana, Hanna Sweid. Da parte sua anche l’Autorità Palestinese ha espresso sostegno ad un’azione che però appare ben lontana dalle attuali politiche e strategie di Ramallah: mentre gli attivisti chiedono che venga posta fine all’occupazione della Valle del Giordano, i negoziatori dell’ANP subiscono le forti pressioni statunitensi e israeliane affinché Tel Aviv possa mantenere il proprio esercito nell’area anche dopo la creazione di uno Stato di Palestina. Proposta a cui il presidente Abbas ha risposto con una “inquietante” non-alternativa: no all’esercito israeliano, sì ad una missione NATO a tempo indeterminato. Nei fatti, nulla cambierebbe.

La delegazione diplomatica che ci ha fatto visita ci ha espresso sia sostegno morale che legale – continua Abu Rahmeh – Manderanno messaggi ai propri governi e continueranno a seguire la nostra azione a livello legale e di diritto internazionale. È importante, vogliamo dare voce al nuovo Ein Hijleh e creare una rete globale contro l’occupazione militare e il furto delle nostre terre. Il presidente del consiglio comunale di Gerico ha poi chiesto al Ministero degli Enti Locali di riconoscere il villaggio di Ein Hijleh come parte del distretto di Gerico”.

Il villaggio si trova in Area C, sotto il totale controllo militare e civile israeliano, come del resto il 90% della Valle del Giordano, l’area più fertile dell’intera Cisgiordania oltre che unico vero confine verso l’esterno. E per questo tanto appetibile per la gola israeliana che in oltre 40 anni di occupazione militare ha costruito 37 insediamenti illegali, per lo più colonie agricole, e costretto la popolazione residente palestinese ad abbandonare terre e campi coltivati. A risentirne è soprattutto la produzione agricola, principale fonte di sostentamento delle famiglie palestinesi: la mancanza d’acqua, controllata dal governo israeliano e dalla compagnia semi-statale Mekorot (che rivende alle comunità palestinesi le loro stesse risorse idriche), e la perdita di terre sottoposte a confische hanno provocato il crollo della produzione palestinese e il conseguente aumento dei prezzi dei pochi beni ancora prodotti.

Dall’altra parte, le colonie agricole israeliane non fanno che aumentare la loro produzione, abbattendo i prezzi e entrando con prepotenza nello stesso mercato interno palestinese: «Sulla base della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) chiediamo ai gruppi di solidarietà internazionali di boicottare tutte le compagnie israeliane, comprese quelle che lavorano nella Valle del Giordano e fanno profitto grazie alle risorse naturali palestinesi – prosegue il Comitato Popolare – Chiediamo di boicottare Mehadrin, il più grande esportatore israeliano di frutta e verdura; Hadiklaim, che esporta datteri prodotti nella Valle del Giordano; e Premier e Avaha, compagnie di cosmetici che utilizzano i minerali del Mar Morto». La battaglia prosegue comunque: oggi era prevista una preghiera comune e domani una conferenza tenuta da studenti universitari sulla storia di Ein Hijleh. Brutalmente messe sotto silenzio dall’esercito di Tel Aviv.

 

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