lunedì, Settembre 20

Israele e il caos della ‘cacciata’ dei migranti Intervista ad Eric Salerno, giornalista e scrittore, esperto di questioni africane e mediorientali, sulla politica di allontanamento dei migranti africani

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Invece, secondo altri, non sarebbe un problema per l’economia del Paese offrire ospitalità. E’ davvero così? Sappiamo che Israele è uno stato ricco, ma un’apertura in questo senso potrebbe creare qualche scombussolamento sul fronte economico?

Non credo, al contrario, anche perché recentemente c’è stata una decisione del Ministero di autorizzare l’arrivo di altre migliaia di operai che vogliono venire dall’estero a lavorare in Israele, soprattutto per l’industria delle costruzioni e delle infrastrutture. Perché in un momento in cui il Paese è diventato abbastanza ricco, secondo quello che ci raccontano dai ministeri, la maggioranza degli israeliani non intende fare un certo tipo di lavoro, e tra questi lavori c’è proprio quello della manovalanza. Per cui è sicuramente necessario importare della gente, però quello che viene fatto è che a coloro che arrivano da fuori, sono al momento quasi 20.000, come i cinesi, i filippini e altri, vengono offerti dei contratti che sono legati a periodi relativamente brevi e che costringono poi questa gente ad uscire dal Paese quando il lavoro è finito. Perciò, è un modo di gestire la situazione diversamente, servono degli stranieri, serve l’importazione della manodopera, però non si vuole che in qualche modo questi diventino residenti permanenti e vorrebbero magari un giorno diventare cittadini del Paese.

Mi chiedevo se il termine deportazione, che viene tanto usato nei giornali ma anche dai movimenti oppositori, sia appropriato oppure no in questo contesto.

Deportare significa prendere una persona e mandarla fuori dal Paese. Molti di questi immigrati sono arrivati più o meno clandestinamente, molti cercando di ottenere lo status di rifugiati politici che  in alcuni casi, pochissimi, è stato accettato. Ad altri è stato ribattuto di arrivare nello Stato solo per cercare lavoro, che forse è legittimo, però, in qualità di clandestini non possono essere ospitati. Per cui deportazione è un termine che dà ampio spazio, se vogliamo, al suo uso, però effettivamente si tratta di persone che vengono deportate. Oltretutto, non sempre, anzi principalmente, non vengono deportati nel Paese d’origine.

A questo proposito vorrei chiederle cosa si sa del terzo Paese di cui si parla, si dice che sia la Rwanda, ma non ci sono conferme

Il Governo del Rwanda sostiene pubblicamente che non ha un accordo con Israele. Può anche darsi che esista un accordo sottobanco pagato in qualche modo da Israele, ci sono varie forme di possibili pagamenti per un accordo del genere. Vengono pubblicati in questi giorni nei giornali commenti di persone che sono state cacciate o che hanno accettato l’offerta israeliana di qualche migliaio di dollari e il passaggio in aereo per andare in Rwanda: sono arrivati, sono stati accettati, però non sono stati trattati, dicono, molto bene. Soprattutto qualcuno ha detto «Meglio stare in carcere in Israele che stare in Rwanda».

Qual è la reazione del Governo a queste manifestazioni di dissenso e come risponde a quella fetta della propria popolazione che si trova in disaccordo con la politica che sta mettendo in atto?

Risponde dicendo che non è vero quello che stanno dicendo, che loro trattano bene tutti, che queste sono delle persone che non c’entrano niente, sono arrivate in maniera illegale nel Paese e, come fanno altri Paesi, dopo averli ospitati per un po’ e dopo aver cercato di capire se sono migranti o rifugiati politici, decidono in qualche modo di rimandarli a casa o in altri Paesi perché non hanno il diritto di stare lì. Per cui non si pronunciano apertamente in discorsi, tranne per la priorità del carattere ebraico del Paese, perché effettivamente la questione è anche quella, e come ho detto prima è soprattutto un discorso di non desiderare che queste persone diventino veri e propri cittadini in un Paese dove c’è una classe direi medio-bassa che sta relativamente bene, dato che la situazione generale del paese è buona, però che sicuramente non è cresciuta economicamente allo stesso livello della fascia più alta.

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