lunedì, Maggio 17

Israele al voto: l’eterno Bibi e la divisione laico-religiosa Queste elezioni vedono ancora e sempre protagonista Benjamin Netanyahu ma hanno anche messo sotto i riflettori la divisione laico-religiosa del Paese

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Domani 23 marzo Israele andrà al voto per la quarta volta in due anni. Il grande protagonista è ancora e sempre l’attuale Primo Ministro e leader del Likud, Benjamin Netanyahu.
Come sempre, due gli schieramenti contrapposti, uno pro-Netanyahu, l’altro contro, come sempre Netanyahu punta a prolungare il suo record di 12 anni consecutivi alla guida le Paese, come sempre anche questa volta ha polarizzato la politica israeliana, e come sempre è il favorito. Favorito, ma fino ad un certo punto. Perchè, come nelle altre recenti tornate elettorali, gli ultimi sondaggi mostrano che nessuno dei due blocchi ha una chiara maggioranza, tutti potrebbero ottenere quel seggio in più, così come tutti, a partire dal blocco pro-Netanyahu, potrebbero ottenere 60 seggi, ovvero uno meno di quanto serve per avere la maggioranza e formare il governo, il che, secondo i giornali israeliani, aprirebbe la strada a una quinta tornata elettorale.

La pandemia ha fatto di Israele -e di Bibi- un campione di vaccinazioni, dopo 3 lockdown, e gli israeliani sperano ora di rompere una ‘spirale’ elettorale che sembra non avere fine e una situazione di stallo politico che ha sfiancato il Paese. Un Paese che comunque con la guida di Netanyahu ha attraverso anni di relativa sicurezza e stabilità.

Israele ha visto espandere i legami diplomatici e commerciali in Africa e America Latina. E i recenti e storici Accordi di Abraham, mediati dall’amministrazione Trump, hanno portato alla piena normalizzazione delle relazioni tra Israele e Bahrain, Marocco, Sudan ed Emirati Arabi Uniti. Un successo non da poco. Assolutamente centrale la vicenda vaccini contro il coronavirus, che hanno fatto di Israele un modello. Netanyahu ha rivendicato il merito della campagna di vaccinazione di maggior successo al mondo, con quasi la metà dei 9,3 milioni di israeliani completamente vaccinati contro il Covid-19.

Eppure, come sottolinea Amnon Aran, docente di politica internazionale del Medio Oriente presso l’Università di Londra, «sotto la patina della relativa stabilità c’è una crisi politica senza precedenti, alimentata da profonde divisioni», e non solo politica, anche e sempre più ideologica. Netanyahu è sotto processo con l’accusa di corruzione, frode e violazione della fiducia, accuserespinte da Bibi, e liquidate come uno stratagemma politico per estrometterlo. L’epidemia ha galvanizzato le proteste settimanali che chiedevano la cacciata di un leader che governa mentre è sotto accusa. Con la disoccupazione al 18% e migliaia di aziende che scompaiono, Bibi è sprofondato nei guai, non solo con gli oppositori, ma anche con i sostenitori di una volta, annota ‘Bloomberg‘.

I rivali, accusano Netanyahu di «portare il Paese alle elezioni con l’unico scopo di aggrapparsi al potere e risolvere i suoi problemi con la giustizia da primo ministro. Yair Lapid, il leader del partito Yesh Atid (There is a Future), che guida l’opposizione, ha avvertito che crede che, se rieletto, Netanyahu si muoverà per annullare il suo processo spingendo attraverso una legislazione retroattiva che non consente il perseguimento di un primo ministro. Lapid e altri membri dell’opposizione sono convinti che l’attuale crisi politica non finirà finché Netanyahu non sarà sostituito o non troverà un modo, attraverso la legislazione o le manovre politiche, per sospendere il processo o annullarlo del tutto». Lapid si è detto convinto che un futuro governo Netanyahu rischia di minare lo stato di diritto, attraverso l’approvazione di una legislazione per frenare il potere dei tribunali e inclinando il delicato equilibrio tra i tre rami del potere saldamente verso l’Esecutivo.
«Questa profonda spaccatura politica ha messo due fazioni l’una contro l’altra. Da un lato c’è un gruppo di partiti laici, centristi e di sinistra che hanno giurato di non aiutare Netanyahu a formare un governo. Dall’altro un gruppo di partiti ultra nazionalisti e clericali impegnati a sostenere Netanyahu».

«Questa situazione di stallo è esacerbata da visioni contrastanti sul futuro della democrazia israeliana. Il blocco parlamentare che sostiene il primo ministro è composto da partiti ultraortodossi -tra cui Shas e United Torah Judaism, e partiti pro-coloni ed esplicitamente razzisti, come Otzma Yehudit, sostenitore del sionismo religioso con cui il Likud ha firmato un accordo di condivisione dei voti in eccesso».
Gli accordi di condivisione dei voti, spiega Aran, sono
ampiamente utilizzati nelle elezioni israeliane e consentono ai partiti di garantire che eventuali voti extra che ottengono e che non si sommano a un seggio alla Knesset non vadano sprecati. Consentono il trasferimento di voti extra a un altro partito attraverso un accordo speciale, tipicamente firmato tra partner politici e ideologici. «Il sionismo religioso è guidato da Bezalel Smotrich, un veemente favorevole ai coloni e politico anti-gay che ha dichiarato pubblicamente di essere ‘un orgoglioso omofobo’. Il numero tre della lista, Itamar Ben-Gvir, è spesso considerato come un discepolo del rabbino razzista di estrema destra Meir Kahane. L’accordo di condivisione dei voti convalida il sionismo religioso e le sue visioni palesemente razziste anti-palestinesi e omofobe,come una forza legittima nella politica israeliana».

Un fatto che in questo scontro ideologico non è da sottovalutare è che «Lapid ha dichiarato di recente che avrebbe formato un governo con il sostegno esterno della Joint List, che ragruppa candidati di tre partiti arabi». Così «il contrasto tra il blocco politico illiberale di Netanyahu,deciso a imporre una democrazia maggioritaria alle minoranze israeliane, e il gruppo politico progressista che garantirebbe loro una maggiore rappresentanza e riconoscimento, è netto».

Queste elezioni, afferma Aron, «hanno messo sotto i riflettori la divisione laico-religiosa di Israele. Il blocco ultra-ortodosso di Netanyahu sta combattendo per preservare i suoi interessi economici e la sua influenza politica e migliorare la sua visione purista religiosa per Israele. Il campo anti-Netanyahu incarna le profonde frustrazioni provate da molti israeliani per il potere sproporzionato esercitato dai partiti religiosi al governo e per i privilegi che concedono agli ebrei ultraortodossi attraverso i sussidi per il mantenimento dei figli e l’esenzione dal servizio militare».

La politica estera non è stata preminente durante questa campagna elettorale. «I 12 anni di Netanyahu hanno spostato il centro della politica estera in Israele. La maggior parte del pubblico appoggia gli storici accordi di Abraham e la linea dura di Netanyahu nei confronti dell’Iran». Il conflitto israelo-palestinese è stato rimosso dall’agenda politica. «Eppure, come mostra uno studio recente, i fattori interni e la politica estera israeliana sono intrecciati. È probabile che una vittoria per il blocco pro-Netanyahu precipiti nella svolta illiberale, populista e antidemocratica di Israele e acuisca l’occupazione dei palestinesi in Cisgiordania. Ciò minerebbe qualsiasi idea che Israele e i suoi alleati occidentali condividano i valori della libertà umana e della democrazia. Un governo guidato dal blocco anti-Netanyahu potrebbe invertire questo sinistro sviluppo. Rafforzerebbe le tenui fondamenta liberali di Israele e lo stato di diritto. Potrebbe persino tentare di rilanciare il dormiente processo di pace israelo-palestinese. La posta in gioco del 23 marzo è chiarissima».

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