martedì, Settembre 21

Isole sparse nell’Oceano Indiano: colonie della discordia field_506ffb1d3dbe2

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 Iles eparses de lOcean Indien

Le Isole sparse nell’Oceano Indiano, le cosiddette Îles éparses de l’Océan Indien, sono colonie d’oltremare della Francia. In pochi le conoscono. Eppure sono molto ambite e oggetto di diatriba tra l’ex potenza coloniale e l’Africa, che le rivendica. Le loro acque sono ricche di pesce e di petrolio, ma in gioco c’è molto altro.
Per l’Africa è, infatti, una questione di sovranità territoriale al fine di riprendersi quello che un tempo le apparteneva, prima del colonialismo.

Durante il Congresso di Berlino del 1885, le grandi potenze europee si spartirono l’Africa, suddividendola in piccoli e grandi Stati, i cui confini furono tracciati con il righello senza rispettare le identità, le etnie e le tradizioni locali: una separazione che tanto male ha fatto al continente nero.

Il processo di decolonizzazione non è stato da meno al punto che ancor oggi l’Africa si lecca le ferite e cerca di rimediare ad un passato di soprusi.
Le Isole sparse nell’Oceano Indiano sono africane. La cartina geografica lo dimostra. Le tre isole coralline (Europa, Glorioso, Juan de Nova) e l’atollo Bassas da India sono infatti sparse nel canale del Mozambico, mentre una quarta isola, Tromelin, è situata a meno di 150 km ad Est delle coste del Madagascar.

Recenti ricerche hanno dimostrato che l’intera zona delle isole sparse è ricca di giacimenti di petrolio e di gas. Si stimano da 6 a 12 miliardi di barili di greggio e da 3 a 5 miliardi di m3 di riserve di gas al largo della costa del Mozambico. In un rapporto statunitense della Geological Survey (USGS) del 2010, si definisce il canale del Mozambico «il prossimo Mare del nord in potenza». Campagne di esplorazione sono in corso a largo del Madagascar, del Mozambico e nella Zona economica esclusiva (ZEE) di Juan de Nova.

In base alla legge francese 224/07, le cosiddette Îles éparses de l’Océan Indien ricadono sotto la giurisdizione delle Terre australi e antartiche francesi (TAAF), di cui costituiscono il quinto distretto. Le isole non hanno una popolazione autoctona permanente. Dal 1973, ciascuna delle tre isole di Glorioso, Juan de Nova ed Europa è presidiata da una quindicina di soldati francesi e da un gendarme. Tromelin è invece la sede di un importante centro di rilevamento meteorologico, indispensabile per la previsione dei cicloni che minacciano Madagascar, Réunion e Mauritius. I tre Paesi, insieme alle Isole Comore e alle Seychelles, contestano la sovranità francese sull’area.

Il Madagascar e le Mauritius reclamano Tromelin, le Comore e le Seychelles rivendicano l’isola di Glorioso.

In questi giorni, ad alzare la voce contro la Francia è stato il governo di Antananarivo, che rivendica l’isola corallina di Tromelin. Chiamata anche Île de Sable, è conosciuta sin dal XVI secolo. Il 31 luglio 1761 vi naufragò una nave della Compagnia francese delle Indie Orientali carica di schiavi, partita dal Madagascar per le Mauritius. Parte dell’equipaggio di soli bianchi si salvò e lasciò l’isola in una barca costruita con mezzi di fortuna. I sessanta schiavi superstiti rimasero bloccati sull’isola e furono presto dimenticati. Dopo 15 anni, il 29 novembre 1776, gli otto superstiti furono recuperati dalla nave, La Dauphine, del comandante Tromelin, in onore del quale l’isola è stata ribattezzata.

Oggi il possedimento francese è noto per le sue acque pescose, ricche di petrolio e per la zona economica esclusiva (ZEE) di 632.000 km2, oltre ad essere un’importante rotta marittima. La Francia non ha, quindi, alcuna intenzione di cederla e rimanda le rivendicazioni territoriali al mittente, sostenendo che la sua sovranità è «in conformità con le norme internazionali».

«La Francia è interessata a scoprire se esistono depositi di petrolio tra 1.500 e 2.000 m di profondità, che potrebbe portare allo sfruttamento. Il Mozambico è già al passo successivo, in fase di esplorazione nei blocchi vicino alle sue coste», ha spiegato Pascal Bolot, prefetto delle Terre australi e antartiche francesi. «Il fatto che possiamo scoprire ingenti risorse naturali è una buona cosa, ma non cambia la posizione della Francia: siamo legittimi in queste isole», ha sottolineato Bolot, ricordando che «la sovranità francese in quest’area è un problema costante».

Il Madagascar, che la rivendica dal 1973, non si dà per vinto. L’ex colonia francese, indipendente dal 26 giugno 1960, non ha digerito che il generale Charles de Gaulle abbia firmato un decreto poche settimane prima  -il 1° aprile- per il distaccamento della grande isola e le abbia congiunte al Dipartimento d’Oltremare. «Questa è una violazione del principio del rispetto per l’integrità di un territorio al momento della sua indipendenza», ha affermato in una conferenza a fine aprile Harimanana Raniriharinosy, professore di diritto internazionale all’Università di Antananarivo.

Il Madagascar fa inoltre riferimento a due risoluzioni delle Nazioni Unite, quella del 1979 e quella del 1980, che ‘invitano’ la Francia ad aprire «senza indugio» i negoziati per una «reintegrazione» di queste isole «separate arbitrariamente dal Madagascar». Come ha più volte ricordato l’attuale Presidente, Hery Rajaonarimampianina, durante la campagna per le elezioni presidenziali malgasce, a fine dicembre del 2013. Una volta eletto, il capo di Stato ha cambiato i toni, parlando di «negoziati».

Secondo l’Eliseo, «le controversie sono ormai congelate e la questione sarà presa in esame dalla Commissione dell’Oceano Indiano (COI)». Inoltre, il Presidente francese e il suo omologo malgascio si vedranno il 26 luglio durante il prossimo vertice della COI a Moroni. In vista del summit, il Ministero degli Affari Esteri ha fatto sapere che la Francia è pronta a discutere della questione «della codeterminazione». Uno spiraglio di dialogo che non convince.

La Francia ha ribadito pressoché la stessa cosa al Governo delle Mauritius: «I negoziati tra Port-Louis e Parigi sulla cogestione di Tromelin, isola situata a Nord-Est del Madagascar, progrediscono in maniera positiva», affermò a febbraio del 2010 il Ministro degli Esteri di Mauritius, Arvin Boolell. Eppure, a distanza di quattro anni, la questione è ancora sul tavolo delle trattative.

 

Dall’indipendenza dalla Gran Bretagna, le Mauritius rivendicano l’isola di Tromelin, sostenendo (come fa per l’Arcipelago della Chagos occupato dagli inglesi e da una base militare statunitense) che l’isola fa parte integrante del suo territorio nazionale e soprattutto che le sue pescosissime acque sono dentro l’immensa Zona Economica Esclusiva (ZEE). La stessa cosa che afferma il Governo malgascio.

Secondo il Governo di Port-Louis, la tempistica è dalla sua, in quanto avrebbe proposto la questione della cogestione dell’isola ai francesi per la prima volta nel 1999 alla COI, presieduta dall’allora Presidente francese Jacques Chirac. In seguito, è stata ripresentata nel giugno del 2008 dall’allora Presidente Nicolas Sarkozy che, a detta delle Mauritius, avrebbe accettato la proposta di un «Comité de Cogestion» e di una più stretta collaborazione cooperazione economica, scientifica ed ambientale della ZEE definita diplomaticamente nell’accordo come «zones maritimes avoisinantes».

Come dice un antico detto latino, ‘verba volant scripta manent’.

Alle parole non sono seguiti i fatti, e all’epoca la Francia non era a conoscenza della presenza del petrolio. Se l’Eliseo non ha mostrato segni di cedimento, non è da meno la Gran Bretagna. Le Mauritius hanno, infatti, una partita aperta anche con il Governo londinese per la sovranità delle Isole Chagos. Per non farsi mancare nulla, ne ha una anche con gli Stati Uniti, per l’utilizzo dell’Isola di Diego Garcia come base militare. Per ora Washington prende tempo, mentre Londra ha chiuso qualsiasi finestra di dialogo. Atteggiamento che, per altro, ben conosce l’Argentina con le Isole Malvinas.

Dal 1965 la Gran Bretagna viola apertamente la risoluzione dell’Onu n. 2065 che la obbliga a negoziare le condizioni di decolonizzazione delle Isole Malvinas e la risoluzione n. 3149 che obbliga i due Paesi ad astenersi da azioni unilaterali. Non solo. Dal 1989 Londra infrange anche gli accordi firmati con l’ex presidente argentino Carlos Menem, con cui gli inglesi si impegnarono a consultarsi con Buenos Aires e a sfruttare congiuntamente le risorse delle isole occupate dall’Impero Britannico nel biennio 1837-1838. Anche qui, il pomo della discordia è ancora una volta l’oro nero, scoperto in grande quantità nelle acque circostanti. Stesso atteggiamento per Gibilterra, ricco di pesce e di petrolio. Da anni la questione infuoca i rapporti tra Londra e Madrid, che ne rivendica la sovranità territoriale.

Come se fosse una partita a risiko, la Gran Bretagna e la Francia continuano a sventolare le bandiere di imperi ormai quasi del tutto tramontati, soprattutto in Africa. Oggi come ieri, nelle isole sparse dell’Oceano Indiano risuona ancora il motto della potenza coloniale francese: ‘Tre colori, una bandiera, un impero’.

 

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