martedì, Ottobre 19

Islanda: è davvero un Paese per donne? Per il nono anno di fila è il primo Paese al mondo per parità di genere, ed ora la parità salariale tra uomo e donna è legge

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Uno sciopero che certo condusse, nel Novembre del 1980, all’elezione di Vigdis Finnbogadottir, una madre single e divorziata, diventando non solo il primo capo di Stato donna del Paese ma anche la prima donna Presidente in Europa, e la prima donna al mondo ad essere eletta democraticamente come Capo di Stato. Vigdis Finnbogadottir rimase in carica per 16 anni, e solo a fine del 2017 l’Islanda ha eletto il suo secondo Primo Ministro donna, a riprova di quanto la totale parità sia ancora una strada lunga, anche per un Paese dalle molte conquiste come l’Islanda. Secondo il The Guardian, nel 2017 la percentuale di donne in parlamento è calata dal 47.6% al 38.1 %, e recentemente non si sono fatti passi significativi per ridurre l’ineguaglianza tra i due sessi che è rimasta stabile intorno al 16% per anni.

Anche in campo mediatico l’Islanda risulta essere in linea ce la media europea, con una percentuale di donne impegnate nel campo dei media molto inferiore a quella maschile. Secondo il GMMP del 2015, Global Media Monitoring Report, la percentuale di notizie sulle donne in Islanda era del solo 18% con gli uomini netti protagonisti con l’82% di notizie dedicata al mondo maschile. Più equilibrata la situazione nel campo della partecipazione, con un numero di reporters donna in giornali del 45%, paragonata al solo 15% in campo radiofonico. Il numero di presentatrici tv superava addirittura quello maschile, che vedeva le donne formare il 54% dei presentatori. Numeri diversi invece per quel che concerne la presenza femminile su internet che si aggirava al solo 21% rispetto al 79% conquistato dagli uomini che continuavano ad essere al centro delle notizie. Un report che certo getta luce sui molti paradossi di una società che risulta all’avanguardia nella parità di genere, ma che deve ancora, come molti, fare passi avanti per ridurre evidenti diseguaglianze.

Una delle problematiche che balza maggiormente all’occhio in quel di Reykjavik è che, come molti Paesi europei, l’Islanda debba fare i conti con significative mancanze nella tutela delle donne vittime di violenza. Uno studio del 2010 della University of Iceland aveva rivelato che il 30% delle donne islandesi tra i 18 e gli 80 anni sono state fisicamente attaccate da un uomo almeno una volta, di cui un 13% ha persino dichiarato di essere stata vittima di stupro o di un tentato stupro. Già negli anni ‘60, riporta il World Economic Forum, il concetto di molestia sessuale cominciò a diffondersi, diventando a breve proibito dalla legislazione esistente. Tuttavia, continua il WEF, «una pervasiva cultura di dominazione e privilegi maschile comportava che i predatori sessuali continuassero ad essere protetti, nonostante le leggi in vigore, da uomini e donne, che erano coinvolti nei crimini attraverso una cultura dell’omertà che taceva  le vittime, o le diffamava pubblicamente».

Ciò nonostante, l’Islanda continua ad essere un punto di riferimento per il resto d’Europa. La riduzione della disuguaglianza tra uomo e donna è passata e continua a passare anche da politiche che favoriscono le nascite. Gli uomini, per esempio, hanno diritto a tre mesi di congedo parentale, e il 90% ne fa uso. Questo, riporta il ‘The Guardian’, «dà agli uomini il tempo di abituarsi alla nuova situazione familiare, incoraggiandoli a dividere le responsabilità con le madri». Tante sono infatti le donne che occupano posizioni manageriali e che grazie a mirate politiche familiari possono continuare ad occuparsi dei loro figli e ad avere avanzamenti di carriera.

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