Islanda: è davvero un Paese per donne? Per il nono anno di fila è il primo Paese al mondo per parità di genere, ed ora la parità salariale tra uomo e donna è legge

La terra del ghiaccio e del fuoco. Per i migliaia di appassionati alla serie tv record de ‘Il Trono di Spade’, l’Islanda è sinonimo di scenari da fiaba, combattimenti in tormente di neve e gesta eroiche alla Jon Snow. Ma, oltre ai suoi paesaggi da racconti Tolkieniani, e alle musiche dei Sigur Ros, l’Islanda si è posizionata per la nona volta di fila come il primo Paese al mondo per parità di genere. Con i suoi 340.000 abitanti, la terra dei Geyser continua ad essere il miglior paese al mondo in cui ‘essere donna’, facendo registrare un primato anche tra i Paesi più sicuri per le donne che viaggiano da sole. Insomma: un Paese da quote rosa.

A Gennaio 2018 Reykjavik ha fatto un ulteriore passo avanti nella lotta all’uguaglianza di genere, diventando il primo Paese al mondo a rendere obbligatoria la parità di stipendio tra uomo e donna. Una legge già approvata nel 2017 ma entrata in vigore solo lo scorso Gennaio che obbligherà centinaia di aziende a certificare l’effettiva uguaglianza di salario tra i due sessi. Secondo i termini del decreto tutte le aziende con almeno 25 impiegati full – time dovranno analizzare la struttura salariale ogni tre anni ed assicurare che gli uomini e le donne ricevano lo stesso salario in presenza delle stesse mansioni. Dovranno poi scrivere un report al Governo per una certificazione o incorrere, in caso di violazioni, in pesanti sanzioni.

Nessuna azienda ha apertamente criticato la nuova legge, ha affermato Hannes Sigurðsson, della Business Iceland Confederation, in un’intervista al ‘The Guardian’. «É molto difficile esprimersi pubblicamente contro queste misure volte ad aumentare la parità di genere. Ma è chiaro che ci sia una forma di opposizione al metodo». Secondo Maríanna Traustadóttir, consulente presso la Icelandic Trade Union Confederation, «questo non eliminerà la differenza salariale in una notte, ma è il miglior strumento che abbiamo visto, e farà una grande differenza. Obbligherà i datori di lavoro ad adottare una mentalità differente».Tuttavia, Thorgerdur Einarsdottir, una professoressa di studi di genere alla University of Iceland,  ha affermato come la legge sulla parità di salario sia utile ma non possa fare miracoli. «Una legge che implementi una valutazione del lavoro standardizzata non è una soluzione stabile ad un problema così ambiguo», ha rivelato al New York Times. «I profondi stereotipi radicati nella società che favoriscono uomini e donne per certi tipi di lavori e professioni sono il problema principale».

In Islanda la legge sulla parità di salario è in realtà in vigore dal 1961, ed è sempre stato ipoteticamente illegale la discriminazione salariale, ma questa è la prima volta che Reykjavik ha portato avanti specifici passi per obbligare le aziende a prendere misure a riguardo. Tuttavia, per quanto la situazione islandese appaia idilliaca al resto d’Europa, soprattutto all’Italia che rimane 14a per parità di genere nel Vecchio Continente, le conquiste in campo femminile non sono arrivate senza sforzi e sacrifici. Nel 1975 uno sciopero nazionale aveva scioccato e bloccato tutto il Paese. Uno sciopero di massa a cui parteciparono il 90% delle donne islandesi che per un giorno si rifiutarono di lavorare, cucinare e badare ai loro figli, chiedendo invece per le strade pari diritti con gli uomini. Una giornata che secondo Vigdís Finnbogadóttir, ex Primo Ministro islandese, «fu il primo passo verso l’emancipazione femminile in Islanda», ha dichiarato in un’intervista alla ‘BBC‘, «ha completamente paralizzato il Paese ed aperto gli occhi a molti uomini».