mercoledì, Dicembre 1

Islam politico, nessun futuro per i Fratelli Musulmani in Egitto

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Quale la l’attuale situazione in cui si trovano oggi i Fratelli Musulmani d’ Egitto, già da tempo in evidente fase decrescente?

Ad oggi, dopo le fortissime repressioni di Al-Sisi, i Fratelli Musulmani hanno perso la parte più violenta, quella più giovane, la fazione che cercava una contrapposizione più dura. Il loro braccio armato è stato violentemente represso, che si sia favorevoli o meno. Mentre invece la parte più moderata ha perso legittimità, dal momento che non riesce ovviamente a imporsi in nessun modo, essendo riconosciuta come un’organizzazione  terroristica. Purtroppo i Fratelli Musulmani non riescono offrire un’alternativa valida, né a livello politico, né a livello sociale. Il loro grande potere era offrire servizi, il così detto ‘Welfare State alternativo’, che includeva anche assistenze mediche per la popolazione, molto spesso associate alle moschee. Anche in questo senso purtroppo la repressione è violentissima, basta pensare che da pochi mesi il Governo ha proposto di uniformare addirittura i sermoni nelle moschee, per avere un controllo ancor più stretto di quello che succede in queste realtà. Quindi, purtroppo i Fratelli Musulmani patiscono assolutamente una riduzione in termini sia qualitativa che di affiliati senza precedenti, ed è a rischio la loro stessa sopravvivenza.

 

L’Islam moderato ancora potrebbe rappresentare una soluzione all’instabilità socio-politica ed economica in Egitto?

Purtroppo ha avuto questa opportunità nel 2012, ma l’ha oggettivamente sprecata. L’impreparazione politica, nonostante decenni di attività sociale, non gli ha permesso di arrivare preparati al destino della presidenza del 2012 o comunque con l’Amministrazione del Paese. C’è stata questa opportunità di pochi anni in cui l’Egitto poteva iniziare un percorso democratico, ma così non è stato. Io credo che questa sia una discriminante molto importante nella loro storia. Perché se prima potevano offrirsi come alternativa a uno Stato, a cui però non avevano mai preso parte, dopo il 2013 sono comunque coloro che hanno fallito nell’offrire un’alternativa. L’attuale situazione in Egitto è una conseguenza del fallimento dei Fratelli Musulmani. Durante il colpo di Stato del 2013 parte della popolazione era favorevole al ritorno dei militari, in quanto garantivano un minimo di stabilità sociale. Secondo me, Al-Sisi sta rischiando molto, in quanto una presidenza autoritaria può sopravvivere solo se garantisce il minimo stato sociale alla popolazione, sia in termini economici che in termini di sicurezza. Se questo viene meno, è la stessa posizione di Al-Sisi ad essere a rischio. I Fratelli Musulmani hanno fallito, sia nel far ripartire l’economia, sia nell’offrire anche un minimo di fabbisogno. Purtroppo il Paese è in una crisi economica, parliamo quasi di un default sistemico. Ciclicamente l’Egitto chiede prestiti a Fondo Monetario Internazionale, l’ultimo è di pochi mesi fa. I Fratelli Musulmani non si sono distanziati molto dal passato, e quindi il regime di Al-Sisi ha cercato immediatamente nuove risorse economiche. Nel 2015 c’è stata, infatti, una conferenza internazionale, ‘Egypt the Future’, per proporre nuovi progetti in grado di coinvolgere gli investitori stranieri, di cui forse il progetto più fumoso è stato l’apertura del secondo braccio del Canale di Suez, con la costruzione di un enorme nuovo quartiere poco distante dal Cairo. Purtroppo, però, questo non è stato possibile, perché l’Arabia Saudita è venuta meno del suo sostegno economico, giocando così un ruolo fondamentale. Basta anche solo pensare che il petrolio a basso costo da parte dell’Arabia Saudita ha comportato un crisi non da poco per l’Egitto. Le riserve monetarie di valuta estera nel Paese negli ultimi sei mesi, infatti, sono diminuite circa di un terzo, se non di più. La lira egiziana purtroppo si è dovuta dimezzare per cercare di far arrivare nuovi investimenti stranieri e venire incontro alle richieste del Fondo Monetario Internazionale.

 

Ad oggi, in Egitto è ancora possibile costruire una ‘Democrazia Musulmana’ (stile tunisino) basata su un sistema politico inclusivo e pluralista, dove possano convivere fazioni politiche secolari e l’islamismo? È possibile costruire in Egitto un Governo in grado di includere nel sistema anche l’islam politico?

Non credo, è chiaro con il confronto con la Tunisia. I due Paesi hanno iniziato insieme con le proteste nel 2010/2011, e poi si sono trovati a intraprendere due percorsi completamente diversi. Da un lato abbiamo la Tunisia, un Paese che ha iniziato un percorso democratico e possiamo dire che lo sta portando abbastanza avanti, seppur con qualche difficoltà. L’Egitto ha avuto invece un ritorno a una condizione forse anche peggiore rispetto alle condizioni degli anni 2000. Questa è la grande domanda: Perché una strada ha funzionato e l’altra no? In Tunisia c’è una riflessione molto importante e molto profonda su quale sia il ruolo della religione all’interno dei partiti e dello Stato, mentre in Egitto questo percorso è mancato. Ad oggi, nel Paese non ci sono più personalità influenti per affrontare questo tipo di discorso e la repressione ha giocato un ruolo di fondamentale importanza. Il regime egiziano è esplicitamente laico, e quindi impedisce qualsiasi tipo anche di costruzione di uno Stato inclusivo e democratico. Il percorso democratico inclusivo dell’Islamismo è un lavoro che deve partire dai partiti islamisti, per poi applicarsi allo Stato. Purtroppo in Egitto mancando i primi, è difficile che si possa costruire uno Stato in questo senso. Adesso una richiesta di maggior religione all’interno dello Stato in Egitto purtroppo è una domanda che non si può nemmeno più porre. Chi poteva farlo è venuto meno, cioè i Fratelli Musulmani, e in questo senso la Presidenza di Al-Sisi non può minimamente permettere qualsiasi spazio per questo tipo di dialogo con l’islamismo.

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