giovedì, Settembre 23

Islam politico, nessun futuro per i Fratelli Musulmani in Egitto

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Domani, 28 Aprile, Papa Francesco inizierà un viaggio apostolico di due giorni in Egitto. A Il Cairo incontrerà il Grande Imam di Al-Azhar –il principale centro islamico sunnita, Ahmad al-Tayyib, e terrà un discorso  ai partecipanti alla Conferenza Internazionale sulla Pace, insieme al Grande Imam,  successivamente incontrerà S.S. Papa Tawadros II, il Papa dei cristiani copti. Un viaggio di grande valore simbolico, sia religioso ma anche politico. Non mancherà, infatti, l’incontro con Abd Al-Fattah Al-Sisi, che Francesco aveva già incontrato in Vaticano nel 2014.
Un viaggio difficile in un Paese, un tempo uno dei più floridi e influenti Stati del Nord Africa e di tutto il Medio Oriente, che sta cercando di recuperare il suo ruolo internazionale, portandosi dentro una serie di gravissime difficoltà sia economiche   -è di appena alcuni mesi fa la ‘rivolta del pane’, e secondo alcuni analisti è sull’orlo di un default congelato dal 2013-  che politiche  -un regime autoritario sottoposto a una dura pressione da parte del terrorismo jihadista. Una Paese nel quale la minoranza cristiana, per la gran parte copta, è stata presa di mira dal terrorismo dello Stato Islamico, e nel quale la maggioranza musulmana di un Paese tradizionalmente moderato sembra non avere più la speranza di un futuro per l’Islam politico.

Di terrorismo e Islam politico abbiamo discusso in una lunga conversazione con Simone Massi, responsabile del programma Medio Oriente presso il CSIC (Centro Studi sull’Islam Contemporaneo), analista che ha studiato presso la Bilgy University di Istanbul e ha lavorato per l’ICE in Egitto, attento studioso di Islam politico e di economia politica internazionale.

 

Ci pare di capire che sia fondamentale per comprendere quanto sta accadendo in Egitto la vicenda dei Fratelli Musulmani.

Si. Nel 2012 salirono al potere grazie alla loro mentalità e al progetto di costruire uno Stato parallelo a quello egiziano. Questi due fattori hanno garantito ai Fratelli Musulmani moltissimo consenso da parte della popolazione, riscontrabile poi al momento delle elezioni. Dopo la caduta della presidenza di Mohammed Morsi, nel luglio 2013, con il ritorno dei militari al potere, i Fratelli Musulmani si sono divisi in due grandi fazioni. Da un lato c’è la parte forse più giovane e più propensa alla lotta armata, diciamo l’ala più radicale, mentre dall’altro una fazione più moderata e propensa al compromesso, diciamo l’ala che cerca di venire incontro alle richieste di Al-Sisi. Il regime, però, si è molto incattivito e ha cercato di combattere aspramente la parte più radicale, anche se ha dichiarato ovviamente tutta l’organizzazione come terrorista. Basta pensare che nell’Ottobre scorso c’è stato l’omicidio di Mohammed Kamal, il leader di questa fazione più radicale, da parte delle forze di Polizia egiziane. E’ quindi venuto meno forse un argine più pacifico e più democratico, avendo bollato l’intera organizzazione come gruppo terrorista. L’aspra repressione dei Fratelli Musulmani da parte del Governo ha lasciato quindi il monopolio della lotta al regime di al-Sisi allo Stato Islamico, anche se ad oggi questa guerra si è ampliata a ulteriori obiettivi non presenti all’inizio, come i copti. Questa comunità è, infatti, diventata un obiettivo del terrorismo egiziano solo da un anno e mezzo. Questa escalation dello Stato Islamico è quindi dovuta alla ‘scissione’ dei Fratelli Musulmani. Tutte le organizzazioni terroristiche, quando trovano una finestra d’opportunità, la sfruttano ovviamente, e l’Egitto è una di quelle.

 

Secondo lei, l’instabilità politica interna e la dura repressione dovuta all’introduzione dello stato d’emergenza possano favorire gli interessi dello Stato Islamico?

Lo Stato d’Emergenza in Egitto è quasi una tradizione. Da quando Mubarak salì al potere nell’1981, lo Stato d’Emergenza è sempre rimasto in vigore sino alla sua caduta, e legittima condizioni che naturalmente favoriscono lo Stato centrale. A mio parere, però, favoriscono paradossalmente anche l’attività terroristica, in quanto la legittimano. Se lo Stato, con l’introduzione dello Stato d’Emergenza, rinuncia a parte dei suoi limiti, i gruppi terroristici possono pensare di autolegittimarsi, in quanto le stesse autorità si sono delegittimate da sole. E’ molto interessante analizzare, per esempio, l’attentato di Luxory nel 1997, considerato un po’ un punto di svolta. L’attacco, durante il quale vennero trucidati quasi un centinaio di turisti stranieri nel sito archeologico, viene considerato un punto fondamentale in quanto la popolazione si distanziò molto dai gruppi terroristici. Se prima godevano di un minimo di legittimità, e cioè non erano invisi alla parte più povera della popolazione, da quel momento in poi si capì che i gruppi terroristici in Egitto avevano oltrepassato il limite, dal momento che avevano attaccato anche una parte fondamentale della vita egiziana, ovvero il turismo. Oggi, invece, assistiamo a dinamiche diverse. La situazione in Egitto è talmente critica, il turismo è crollato, le condizioni economiche sono pessime, le fasce più basse della popolazione non hanno nè pane nè zucchero, i beni per la vita quotidiana. Non avendo nulla da perdere, le persone guardano quasi con favore a certi gruppi terroristici ovviamente.  Secondo me, l’indebolimento dei Fratelli Musulmani è quindi un punto fondamentale, in quanto non c’è più un’alternativa anche solo vagamente democratica in Egitto, manca un’alternativa fondamentale. In questo caso l’egiziano può scegliere tra lo Stato, molto autoritario, o un’alternativa eversiva. Il giovane egiziano, rinchiuso nelle carceri per sei mesi senza alcuna motivazione, può essere più propenso ad aderire a una corrente estremista, che può dargli una legittimità anche psicologica e personalistica, anzichè aderire a uno Stato che torna ad avere delle sembianze addirittura peggiori di quelle degli ultimi 30 anni.

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