martedì, Agosto 3

Islam, la missione di Francesco field_506ffbaa4a8d4

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Tre giorni nella terra tra Oriente e Occidente, per chiedere pace per tutti e rispetto per tutte le religioni. Papa Francesco è arrivato in Turchia, per il suo sesto viaggio all’estero del suo Pontificato. Prima ella capitale Ankara, per gli incontri istituzionali con il Presidente Recep Tayyip Erdogan e i rappresentanti del Governo. Poi, il 29 novembre, a Istanbul, per quelli religiosi, sia con la Chiesa ortodossa di Costantinopoli sia interreligioso con la comunità islamica, nella Moschea Blu.

Dopo la visita con Erdogan al Mausoleo di Ataturk, fondatore e primo Presidente della Repubblica turca, alle 14.30 (le 13.30 in Italia) il Pontefice si è spostato al Palazzo presidenziale, dove ha avuto un colloquio anche con il Premier ed ex Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu sui temi di maggiore attualità. «È fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani, nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione, godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri», ha ammonito Francesco incontrando le autorità turche ad Ankara, «occorre contrapporre al fanatismo e al fondamentalismo, la solidarietà di tutti i credenti, bandendo ogni forma di terrorismo che strumentalizza la religione». 

Da parte sua, Erdogan ha espresso «preoccupazione per la rapida crescita dell’islamofobia» nel mondo. Senza citare esplicitamente l’ISIS, il Papa ha richiamato, tutti, anche la Turchia, alla lotta comune contro i jihadisti: «Veramente la situazione in Medio Oriente, specialmente in Iraq e Siria, è tragica. E la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l’Onnipotente è Dio della vita e della pace». Solo dal 20 ottobre scorso, l’ Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (ONDUS), organo di propaganda dell’opposizione siriana, ha denunciato «più di 500 civili, tra i quali 120 minori, uccisi dagli oltre 1.700 raid del regime». Ma il Pontefice ha esortato a «non rassegnarsi alla continuazione dei conflitti come se non fosse possibile un cambiamento in meglio della situazione!». E apprezzato l’impegno della Turchia, nell’accoglienza di «centinaia di migliaia di profughi». «È lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre però nel rispetto del diritto internazionale» e «non affidando la risoluzione del problema alla sola risposta militare». Soprattutto, ha incitato Francesco, «con l’aiuto di Dio», anche i Governi devono «rinnovare sempre il coraggio della pace!».

La pacificazione in Terra Santa è in discussione anche nell’Assemblea nazionale francese, dove si è aperto il dibattito sul riconoscimento della Palestina. Il testo – non vincolante per il Governo ma dal valore simbolico – sarà votato martedì 2 dicembre. L’11 dicembre, anche il Senato francese si esprimerà con una mozione sul tema. In merito Laurent Fabius, Ministro degli Esteri socialista, si è espresso «per il riconoscimento dello Stato palestinese, al momento giusto però perché sia utile al processo di pace». Il termine del Governo d’Oltralpe, minacciato dal Front National di Marine Le Pen, è un «calendario di due anni per una soluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese». «Se il tentativo ultimo dovesse fallire», ha precisato Fabius, «Parigi è pronta ad assumersi le proprie responsabilità, riconoscendo senza attendere la Palestina». Nablus, in Cisgiordania, un 30enne italiano che protestava in solidarietà con i palestinesi è stato ferito all’addome, in alcuni scontri, da colpi sparati dall’Esercito israeliano. Attimi di paura, poi la Farnesina ha tranquillizzato sulle «condizioni stabili e fuori pericolo» dell’attivista. Nei disordini, anche un palestinese è rimasto ferito, in modo grave, sempre da un proiettile sparato da militari.

La pace invocata dal Papa e ricercata dalla comunità internazionale appare drammaticamente lontana anche nell’Egitto della Fratellanza musulmana in lotta contro l’Esercito. Mentre il Presidente e Generale Abdel Fattah al Sisi, dopo la tappa italiana, è in visita a Parigi, al Cairo le proteste sono partite all’alba, dalle moschee, per il venerdì di preghiera, in una capitale sotto coprifuoco. I Fratelli musulmani e il Fronte salafita hanno indetto per il 28 novembre manifestazioni per «l’identità islamica» e contro il colpo di mano dei militari. Tra i supporter di Morsi, anche donne e bambini sono sfilati con il Corano e i simboli del massacro di Rabaa (oltre 600 morti nell’estate del 2013).

Una ventina di blindati ha bloccato l’accesso alla moschea di Rabaa, altrettanti piazza Tahrir, il palazzo presidenziale e le sedi dei Ministeri. A Matareya, a est del Cairo, altri due dimostranti sono morti per colpi sparati in un corteo con centinaia di persone, in sostegno a Mohmmed Morsi, l’ex Presidente e leader della Fratellanza deposto con il golpe del giugno 2013. I supporter di Morsi accusano la Polizia di usare «pallottole vere» (ammesse dal Ministero dell’Interno), le forze dell’ordine scaricano la responsabilità sui manifestanti.

Il sangue scorre anche tra le forze armate. Un Colonnello dell’Esercito e un soldato sono stati uccisi in un altro attentato a Gesr el Suez e, nel governatorato di Kaliub, un Generale è stato gravemente ferito. All’alba è scattata anche la repressione della polizia: altri 200 membri dei Fratelli musulmani sono stati arrestati in tutto il Paese. «Serve una mobilitazione generale», ha detto al Sisi al quotidiano francese ‘Le Figaro’«potenze occidentali e Stati musulmani devono elaborare una strategia comune contro l’Isis e altre forme di minaccia islamica».

Anche per l’Inviato speciale dell’ONU per la Siria, Staffan de Mistura, priorità per tutte le democrazie è combattere la minaccia Isis, «una sorta di ebola politico». «Ma non è tuttavia priorità delle Nazioni Unite», ha precisato l’alto diplomatico, «dire come debba essere governata la Siria. È invece importante agire coinvolgendo l’Iran e collaborando con la Russia». Attraverso l’ONU, com’è l’imperativo del Papa, il dialogo deve prevalere sulle guerre e sulle repressioni. A margine di un incontro sull’immigrazione con il Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, anche l’omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier ha escluso «truppe a terra sia degli Stati Uniti sia dell’Europa in Siria e in Iraq».

Per l’espansione dell’estremismo islamico e il rinfocolarsi degli scontri della Primavera araba, nelle ultime settimane l’instabilità è cresciuta soprattutto in Africa. In Nigeria, un’altra strage (64 morti e 126 feriti) è avvenuta nella moschea di Kano, metropoli nel nord del Paese, per tre bombe esplose durante una predica contro i jihadisti di Boko Haram, per la preghiera settimanale. L’ultima di un’escalation di attacchi nel Paese: sono almeno 50 i morti dell’assalto, il 24 novembre scorso, alla città di Damasak, al confine col Niger, degli fondamentalisti della setta. Al nord, nella Libia dilaniata dagli scontri tra i sostenitori delle frange militari e i gruppi musulmani un Generale dell’Aviazione, Abdelmeguid el Kasseh al Zawi, braccio destro del capo dei paramilitari, il Generale Khalifa Haftar, è stato ucciso nell’Est del Paese, da uomini armati a bordo di un’auto.

La crisi in Libia aggrava, in prospettiva, l’emergenza migranti dall’Africa, ma «non si può solo alzare un muro, né bastano le azioni di cooperazione. Serve una strategia di lungo termine che mescoli la cooperazione con gli Stati in difficoltà alla ricostruzione di Paesi vicini al collasso totale», ha proposto il Ministro Gentiloni.

Oltremanica, l’immigrazione è un tema caldo anche per il Premier inglese David Cameron , che ha confermato l’intenzione di limitare sussidi e benefit agli stranieri dall’UE («l’immigrazione porta benefici, ma deve essere controllata»). Ma la rincorsa di Cameron agli indipendentisti dell’UKIP per l’uscita dall’Unione europea è prudente: «La Gran Bretagna sostiene la libera circolazione e ne trae benefici. Non vogliamo distruggere o trasformare questo principio. Se a maggio sarò rieletto», ha affermato, «negozierò per riformare l’Ue e il rapporto della Gran Bretagna. Se avrò successo farò campagna per rimanere nell’Ue. Se fallirò non escludo nulla».

 

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