martedì, Maggio 11

Islam: bisogna puntare su Imam italiani L'intervista a Massimo Campanini, componente del Consiglio per le relazioni con l’islam italiano

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Cercare un punto d’incontro con le comunità mussulmane. Questo è il lavoro che sta svolgendo il ‘Consiglio per le relazioni con l’islam italiano‘, coordinato dal valdese Paolo Naso . Da gennaio, a seguito dell’insediamento al Viminale, sta svolgendo un ruolo «di conoscenza dell’islam in Italia e nell’individuazione delle principali problematiche, per la formazione di un islam italiano, rispettoso delle leggi e rispettato nella sua peculiarità», come aveva dichiarato il coordinatore. E’ composto da docenti ed esperti della cultura e religione islamica, individuati in ragione delle specifiche competenze.

Lo scorso 12 luglio ha proposto al Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, un documento per il riconoscimento dei ministri di culto musulmani: ‘Ruolo pubblico, riconoscimento e formazione degli Imam. Nel documento si legge che: «In considerazione dell’importanza del ruolo che sia le comunità islamiche che la società civile riconoscono agli imam nello spazio pubblico nazionale, il Consiglio ritiene di dover indicare come asse strategico delle relazioni con l’islam italiano e la formazione e la valorizzazione di guide spirituali ‘italiane’».

Alla luce, anche dell’ultimo attentato di Nizza di questa notte, l’unica maniera di fronteggiare l’estremismo è  la coesione. Gli imam dovranno avere una formazione civica e una conoscenza dell’ordinamento italiano, predicando nella nostra lingua. Potranno accedere anche ai carceri e ospedali. Dovrà essere valorizzato, poi, il ruolo delle donne nell’Islam italiano dove l’integrazione rappresenta la chiave per la pace del futuro. Sui territori, le prefetture ospiteranno tavoli interreligiosi per monitorare da vicino l’evolversi delle iniziative proposte nel documento. Ne abbiamo parlato con Massimo Campanini, professore all’Università di Trento, di Storia dei Paesi Islamici e componente del Consiglio per le relazioni con l’islam italiano.

Come si articola il lavoro del Consiglio?

Il lavoro del Consiglio è di cercare un contatto con le varie comunità islamiche, che sono molto variegate,molto spezzettate, differenziate, ed è difficile arrivare ad una sintesi.

Lo scorso 11 luglio avete presentato un documento ad Angelino Alfano, per il riconoscimento dei ministri di culto musulmani. Quali sono le prime risposte?

Da una parte ho l’impressione di una disponibilità reale da parte del Ministro e della politica. Rispetto alle esperienze precedenti, come la Commissione quando Roberto Maroni era ministro degli Interni, che aveva una funzione puramente esteriore. Questa volta lo staff del Ministero ha voglia di fare sul serio. Per quanto riguarda la le organizzazioni islamiche, queste hanno un pregio e un difetto. Il pregio è quello di avere una grande voglia di essere coinvolte, accettate, integrate e quindi di dare un contributo positivo a questo tipo di processo. Il difetto sta nel fatto che sono molto frammentate, ma questa è la conseguenza dell’Islam. Siccome non c’è un’autorità centrale (come può essere il Papa), è difficile individuare l’interlocutore diretto o maggioritario, poi ci sono dei pesi e contrappesi tra le varie comunità a livello numerico e di organizzazione.

Il problema degli Imam e della lingua?

Quello che è stato dimostrato nell’incontro, da parte dei rappresentanti delle comunità mussulmane, è stata un’apertura totale. Si sono dichiarati d’accordo su tutto questo. Io vorrei sottolineare un fatto ulteriore. C’è un’ambiguità che deve essere chiarita, molti hanno parlato delle prediche in italiano, la soluzione sta nel fatto che bisogna puntare su Imam italiani. Il problema di fare la predica in italiano viene automaticamente risolto. Adesso si pone questo problema perché gli Imam vengono dal Marocco, dalla Siria e non parlano italiano, e quindi il sermone è in arabo. Quello su cui si discuteva in seno alla Commissione, ed è importantissimo, è il fatto che noi stiamo puntando ad avere Imam italiani (quindi parliamo delle seconde generazioni che sono italiane). Devono avere un’educazione fatta in Italia, una componente del Consiglio ha suggerito l’idea di favorire la creazione di una facoltà teologica islamica italiana. Questo è il nodo fondamentale. Dobbiamo lavorare in modo che gli Imam siano italiani e non ci sia bisogno di farli venire da fuori. I mussulmani non sono solo arabi.

Sicuramente potrebbe aiutare i controlli di sicurezza?

Certamente. Tutto il cerchio viene quadrato se si punta sul fatto che gli Imam del futuro devono essere italiani.

Poiché sono frammentate tra di loro, le comunità mussulmane, è possibile che non tutte accettino questa tipologia di Imam?

Obiettivamente da una parte, il rischio che ci siano delle dialettiche, anche aspre, all’interno delle comunità, è un rischio reale, e ci sono ancora adesso. Però, dall’altra, queste comunità diventeranno loro stesse italiane (tramite la nascita dei figli) e automaticamente si identificheranno con il Paese in cui sono nati. E’ importantissimo il discorso della cittadinanza, Al contrari di quello che sostiene la Lega negandola, è una sciocchezza. Se una persona si sente cittadino del Paese in cui vive è chiaro che lo difende di più, si sente parte integrante, non deve essere considerato un diverso. Bisogna approvare una legge per lo Ius soli, ed è fondamentale. E’ chiaro che questi processi esigono del tempo, e bisogna superare le resistenze dell’opinione pubblica. La Moschea non è il covo del terrorismo, anzi può svolgere una decisiva funzione di controllo sociale. E’ esattamente il contrario.

 

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