martedì, Settembre 21

Isis, scoperte fosse comuni a Tikrit

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Oltre dieci fosse comuni. E’ la macabra scoperta fatta a Tikrit, in Iraq. Si tratta di almeno 1700 corpi di soldati iracheni, uccisi lo scorso giugno dai miliziani dell’Isis. Per ora i corpi realmente trovati in una di queste fosse sono 20, tutti ovviamente in avanzato stato di decomposizione. I resti sono stati inviati a Baghdad per l’esame del Dna, che ne stabilirà l’identità. Le fosse, secondo le ricostruzioni, si troverebbero all’interno del palazzo presidenziale e in altri due siti fuori dalla città.

Ma non è tutto, visto che dal campo profughi di Yarmuk, alle porte di Damasco in Siria, occupato la scorsa settimana dai miliziani, arrivano storie raccapriccianti. «Ho visto due miliziani dell’Isis che tiravano al pallone con una testa decapitata come se giocassero a calcio», racconta alle agenzie un adolescente palestinese. «Ho visto teste senza corpo. Hanno ucciso bambini davanti
ai loro genitori. Eravamo terrorizzati», dice un altro ragazzo, mentre un uomo di 55 anni confessa: «In televisione avevamo sentito racconti sulla loro crudeltà ma quando abbiamo visto coi nostri occhi… posso dire che la loro reputazione è ben meritata». «E’ inaccettabile tutto ciò che accade a Yarmouk, è la nuova Sebrenica», l’accusa di Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia. «Esattamente il 7 aprile 2014 denunciammo che da 187 giorni non si riuscivano a far entrare aiuti umanitari nel campo e che c’erano evidenze di gravi casi di malnutrizione acuta tra i bambini. Oggi a distanza di un anno verrebbe da chiedersi ‘dove eravate?’. E’ una situazione drammatica peggiorata dall’ingresso di Isis, che non può essere sempre il pretesto per raccontare drammi che vengono da molto lontano visto che il campo è sotto assedio da più di 2 anni. E’ tardi per indignarsi o per mostrare le immagini al mondo di questo calvario, servono soluzioni politiche immediate alla madre di tutti i conflitti in corso, la guerra in Siria, che dura oramai da 5 anni».

Paura anche in Tunisia, dove tre militari sono rimasti uccisi in un agguato di matrice terroristica nell’area di Sbeitla, nella regione occidentale di Kasserine. Secondo il Ministero della Difesa, nell’attacco sarebbero rimasti feriti altri tre militari. Nella provincia, al confine con l’Algeria, erano stati condotti nelle scorse settimane diversi raid delle forze armate contro rifugi
jihadisti.

In Kenya intanto manifestazione oggi degli studenti per chiedere maggiore sicurezza dopo il massacro all’università di Garissa compiuto dai miliziani di Shabaab. Tra le richieste dei giovani scesi in piazza (sia cristiani che musulmani) anche un risarcimento statale per le famiglie delle vittime e la costruzione di un memoriale. ma al centro delle critiche ci sono le forze dell’ordine, colpevoli secondi i manifestanti di aver risposto all’assalto in maniera troppo tardiva. Intanto la polizia kenyana ha arrestato un sesto sospetto della strage, mentre per gli altri cinque, già in manette, il tribunale di Nairobi ha formulato la richiesta di prolungamento di 30 giorni del loro fermo «per terminare l’inchiesta e definire i capi di imputazione di cui saranno accusati». La risposta poi del governo contro il gruppo terroristico è stata forte. Bombardate da alcuni caccia le postazioni di Al Shabaan a Gondodowe e Ismail, località della regione somala di Gedo, al confine con il Kenya.

Ad intervenire in merito alla questione terrorismo il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, che ha ribadito come l’opzione militare deve essere tenuta presente ma «non dobbiamo immaginare che sia l’unica risposta e la risposta decisiva». «Per contrastare il terrorismo ci sono tantissime cose da fare», ha affermato il ministro a Radio anch’io su Radio 1, «la cooperazione economica, l’assistenza umanitaria per i rifugiati e la collaborazione tra università, visto che per questi gruppi colpire gli studenti è uno degli obiettivi». «In passato ci sono stati interventi militari che hanno avuto esiti tutt’altro che risolutivi, ma che anzi hanno aggravato la situazione. Ma non stiamo parlando di nuove guerre o invasioni come quelle avvenuto in passato, ad esempio, in Iraq. Ad esempio sono 20 anni dal massacro di Srebrenica, nella regione dei Balcani occidentali ci sono stati conflitti, ci sono state forme di intervento di coalizioni internazionali. Dopo 10-15 anni c’è una situazione non dico pacifica, ma comunque di grande cooperazione tra alcuni dei paesi coinvolti, di sviluppo economico, di mancanza di guerra». Gentiloni ha poi confermato un possibile impegno militare in Nigeria e Libia ma ha sottolineato che «gli interventi devono essere assolutamente su più terreni». Ad esempio, sul conflitto tra sciiti e sunniti che «noi dobbiamo provare a moderare e non ad alimentare», nel «colpire i finanziamenti ai gruppi terroristi, nella cooperazione economica e negli aiuti umanitari». E ammette: «L’Italia può e deve fare molto di più. Ci sono tante cose da fare e meglio superando questo atteggiamento che vorrebbe tenere i rischi lontani chiudendoci a chiave».

Spostandoci in India, l’attenzione è ancora verso i marò. La Corte Suprema esaminerà giovedì il caso di Massimiliano Latorre per decidere una seconda estensione del permesso di stare in Italia concesso tre mesi fa per motivi di salute (operato al cuore il 5 gennaio scorso e ora in riabilitazione) e in scadenza domenica prossima, il 12 aprile. A seguire da vicino la vicenda il neo ambasciatore d’Italia a New Delhi, Lorenzo Angeloni.

Ancora tensione in Brasile nel Complexo do Alemao, una delle favelas, di Rio de Janeiro, dopo che cinque giorni fa ha trovato la morte per un colpo di fucile alla testa un bambino di 10 anni. Secondo alcuni testimoni, tra cui la madre del piccolo, il colpo sarebbe partito dall’arma di un poliziotto. Ma il bossolo non è stato ancora trovato e un’inchiesta dovrà stabilire se c’è stato un tentativo di insabbiamento delle prove. Ad aumentare le polemiche un video trasmesso sui social network in cui alcuni agenti mostrano i fucili e ridono dicendo che li faranno ‘cantare’ per far ‘dormire’ i banditi. Ad intervenire intanto il governatore di Rio, Luiz Fernando Pezao, che ha confermato il ritorno della polizia nella zona, che in una settimana ha visto il ferimento con arma da fuoco di sei abitanti. inoltre ha annunciato che le prossime caserme (Upp) saranno installate «in regime di urgenza».

In America invece ancora aperture del governo degli Usa nei confronti di Cuba. Secondo la Cnn, entro un giorno o al massimo due l’isola sarà tolta dalla lista nera degli Stati sponsor del terrorismo. Dopo lo storico duplice annuncio dell’avvio del disgelo, avvenuto il 17 dicembre scorso, sarebbe il gesto più eclatante di apertura da parte degli Stati Uniti e avverrebbe alla vigilia dell’atteso primo incontro tra i due leader previsto del 10 aprile a Panama.

Trovando invece in Europa, paura in Russia e in Francia per due incidenti. Nel primo caso un incendio ha colpito un sottomarino nucleare nel cantiere navale di Zvezdochka, a Severodvinsk, nel nord ovest della Russia. Secondo l’agenzia Interfax, il sottomarino nucleare Project 949 Oryol è in riparazione ma non ci sono armi a bordo. La fonte ha aggiunto che il reattore del sottomarino era stato spento e il combustibile nucleare rimosso dallo scafo prima dell’avvio delle riparazioni per le quali si trova in cantiere. Per fortuna però non ci sono stati feriti. Di anomalia tecnica nel serbatoio del reattore EPR di Flamanville, in Normandia, parla invece l’autorità per la sicurezza nucleare francese. «Anomalie sono state individuate nella composizione dell’acciaio di determinate porzioni del coperchio e del fondo del serbatoio» dice Guillaume Bouyt, capo della divisione locale dell’authority (ASN). Lo scorso novembre altra anomalia sul coperchio del serbatoio della stessa centrale di ultima generazione, ma i due episodi, assicurano, non sono collegati. «I controlli mostrano che uno dei parametri non era rispettato in una zona, che presentava una concentrazione di carbonio più elevata della media», si legge in una nota delle aziende responsabili del cantiere, Edf e Areva. Per questa sono stati disposti una nuova serie di controlli, i cui risultati però si sapranno solo ad ottobre.

Partita invece la visita in Iran del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che in passato ha duramente  criticato Teheran in relazione al conflitto in Siria e al suo coinvolgimento in Iraq e che nei giorni scorsi ha sostenuto che «l’Iran sta provando a dominare» il Medio Oriente, chiamando in causa la situazione di caos in Yemen. C’è attesa per il colloquio con il  leader iraniano Hassan Rohani e con la Guida Suprema Ali Khamenei.

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