sabato, Maggio 15

ISIS, minaccia culturale prima che militare

0
1 2 3


Com’è vivere nello Stato Islamico? Cosa succede al suo interno, cosa si racconta per fare proselitismo? Quale il messaggio mandato all’Occidente con i suoi sgozzamenti, le sue esecuzioni sommarie? A spiegare questo e molto altro è il documentario ISIS: Morte di uno Stato mai nato?, prodotto da Ruvido Produzioni e Agc Communication, e scritto da Riccardo Mazzon, Graziella Giangiulio e Antonio Albanese, presentato mercoledì nell’Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari a Roma, grazie all’appoggio del Vicepresidente della Camera dei deputati, Simone Baldelli, e l’Intergruppo parlamentare Uniti contro il terrorismo.

Un racconto forte della vita all’interno del Califfato, fatto attraverso i filmati di propaganda prodotti da Daesh, noto al mondo anche con altre sigle, Isis, Isil, Is, Stato Islamico e raccolti da un gruppo di giornalisti e analisti, che sono riusciti a scovarli e a salvarli prima che potessero essere oscurati dalla Rete. Un prodotto importante questo, in assoluta controtendenza rispetto alla censura dei media occidentali che, nell’intento di bloccare la propaganda, hanno oscurato in maniera quasi totale questa realtà, ignorando che l’unico modo per capire un fenomeno è l’osservazione, lo studio, non la censura.

Ormai tutti conosciamo le bandiere nere dell’ISIS, i loro video delle esecuzioni, mentre ben poco ci arriva della loro enorme produzione ‘cinematografica’, che racconta ciò che spinge tanti ad unirsi a loro, come si fa proselitismo, cosa c’è dietro a questa organizzazione, il retroterra culturale. E proprio questi video sono ciò che fa la differenza: realizzati con tecniche degne di Hollywood, è proprio per la loro qualità che riescono a catturare l’attenzione del futuro jihadista ma anche di chi ha il dovere di comprendere che cosa si sta sviluppando in quel quadrante del mondo e spiegarlo a tutti.

daesh 2Immagini che fanno riflettere, perché quello che è arrivato a noi, semplici e comuni cittadini, è ben poco. Se a colpire all’inizio erano le esecuzioni e le immagini di propaganda delirante che inneggiano ad Allah e ad un Jihad giusto contro gli apostati occidentali, ora si è andati oltre: da come vengono arruolati i bambini fin dalla tenera età e indirizzati nel credo di Daesh fino alla campagna per scovare nuovi adepti in Europa e negli Stati Arabi, sfruttando il senso di appartenenza forte di chi è nel Califfato (al contrario di chi vive ai margini della società o per nulla integrato negli schemi occidentali) con immagini ricercate nel dettaglio. Segno che dietro c’è uno studio e una preparazione davvero importante. Perché Daesh ha tutto da offrire a chi vorrà unirsi alla causa, ma soprattutto fornisce un orizzonte di senso sociale e identitario in cui ogni aspetto è senza sbavature, perfetto. E per mostrarlo agli altri serve una preparazione perfetta, un prodotto perfetto. Che sfrutta le nuove tecnologie, la Rete, i social network (vedi Facebook ma anche la novità dei mujatweet, un video di 140 secondi che ricorda i 140 caratteri di Twitter, dove gente comune esprime la sua gratitudine allo Stato Islamico), con un mix di strategia comunicativa che unisce il presente al (vedi lo strapotere del dollaro e il complotto sionista dietro le disgrazie del mondo arabo), il tutto per colpire le menti più deboli ma anche quelle più brillanti, creare una immagine bella dello Stato Islamico, visto come la salvezza e unica via, e incutere timore a chi pensa di continuare a vivere la propria vita ignorando cosa sta accadendo ai confini della propria casa.

Insomma un sistema di comunicazione integrato e multidimensionale quello adottato dall’ISIS che permette di raggiungere la più vasta gamma di persone, anche se in maggioranza si tratta di un pubblico giovane. Il tutto grazie a team di professionisti, capaci di veicolare questi messaggi in un prodotto di alta qualità. Almeno quattro le case di produzione e broadcasting regine di questo ‘mercato’ (Al-Hayat e Al-Furqan le più note), ma se ne contano almeno una quarantina in tutta l’area mediorientale, che preparano messaggi in diverse lingue e adottano stili e format tipicamente occidentali. Come a dire ‘noi usiamo le vostre stesse armi’, o semplicemente ‘noi siamo tra di voi, noi siamo voi’. E l’Occidente che fa? Lo strumento militare ovviamente è quello che salta all’occhio, ma può bastare? Di certo no, come ci spiega in questa intervista uno degli autori, Antonio Albanese.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->