mercoledì, Ottobre 27

Isis, le mire sull’Europa Come i jihadisti in Libia potrebbero utilizzare l’Italia come un punto d’accesso al vecchio continente

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Mentre il mondo seguiva con attenzione gli sviluppi della situazione in Iraq e in Siria, la Libia è stata a lungo relegata in un secondo piano, lasciata a contorcersi sotto il peso della sua peculiare instabilità politica e della sua insicurezza, considerata solo un altro esempio del fallimento della Primavera Araba. Ma se la Libia è riuscita a far trattenere il fiato ai principali media solo per poco tempo quando si è assistito allo sgretolamento dell’ipnotico regime del colonnello Muammar Gheddafi sotto i colpi una rivolta popolare armata senza precedenti nel 2011, l’arrivo dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) nella complessa situazione della Libia ne ha garantito il ritorno sulla ribalta delle notizie di guerra e terrorismo.

Al-Qaeda e ISIS non sono più solo un problema legato al Medio oriente o all’Asia; il terrore è diventato un fenomeno globale, una minaccia la cui influenza geografica è in costante espansione. La Libia è tornata quindi al centro dell’attenzione il 14 febbraio, quando i militanti dell’ISIS hanno pubblicato un raccapricciante video intitolato “Un messaggio firmato col sangue alla nazione della croce”. In cinque minuti, il filmato mostrava alcuni militanti dell’ISIS mentre decapitavano simultaneamente un gruppo di 21 cristiani copti egiziani che erano stati rapiti in Libia all’inizio dell’anno.

Due giorni dopo la circolazione del video, l’Ambasciatore egiziano nel Regno Unito, Nasser Kamel ha dichiarato in un’intervista alla BBC che l’ISIS avrebbe cercato di penetrare in Europa utilizzando le convenzionali vie di migrazione, camuffando i propri combattenti tra gli immigranti illegali che affluiscono verso le capitali occidentali. “Attualmente [ci sono]imbarcazioni cariche di persone che per motivi d’immigrazione cercano di attraversare il Mediterraneo, ma nelle prossime settimane, se non interveniamo in un’azione congiunta, ci saranno barche gremite di terroristi”, ha avvertito Kamel il 16 febbraio. Intervistato da L’Indro, l’Ambasciatore ha poi osservato che le potenze occidentali non hanno compreso il grado di minaccia costituito dall’ISIS non solo per il Medio Oriente e per il Nord Africa (MENA), ma per tutto il mondo. “Le file dell’IS [ISIS] si sono ingrossate grazie all’instabilità e ora guarda verso l’Occidente per espandere il suo dominio. Dobbiamo agire a livello globale per sconfiggere i piani dei terroristi e neutralizzare la loro avanzata” ha detto.

Il Ministro degli affari esteri italiano Paolo Gentiloni ha riportato il pensiero dell’Ambasciatore Kamel al parlamento il 18 febbraio, sottolineando che l’ISIS ha creato “una grave minaccia” per la sicurezza europea. Tuttavia, se i politici e i funzionari di entrambi i lati dell’Atlantico si stanno concentrando per neutralizzare la nuova “minaccia del terrorismo libico”, diversi esperti politici, tra cui Philip Eliason, consulente presso le Nazioni Unite e membro del Consiglio consultivo del Centro Studi per il Medio Oriente e il Nord Africa della Macquarie University, con sede in Libia, e Anthony Biswell, esperto sullo Yemen e sui movimenti radicali per IHS Jane, ritengono che sebbene l’ISIS costituisca certamente una grave minaccia per la Libia e per l’intera regione, i fatti possono significare che le priorità strategiche dei terroristi sono meno rivolte all’esterno.

“Anche se l’ISIS cerca ovviamente di incrementare la propria visibilità in Europa mediante attacchi isolati e, di conseguenza, di seminare ulteriore zizzania tra le società occidentali e i musulmani, al fine di aumentare il proprio bacino di reclutamento, è tuttavia probabile che il gruppo preferisca impiegare le sue risorse per preservare quei territori che sono sotto il suo controllo”, ha raccontato Eliason a L’Indro.

Biswell ritiene che la destabilizzazione della Libia stia a testimoniare due cose: “In primo luogo, che l’esportazione della democrazia con l’intervento militare non funziona e, in secondo luogo, che combattere il terrorismo con le armi serve solo a creare un terreno di coltura per il pensiero radicale”.

“È interessante notare che la capitolazione della Libia di fronte all’ISIS sembra diversa da quanto è accaduto in Iraq, in Siria e in Afghanistan, nei cui territori si è avuto un massiccio intervento militare statunitense e a un certo punto si è verificato un flusso di milioni di dollari per finanziare milizie filo-occidentali. Pare ancora una volta che le cosiddette potenze moderate di Washington e delle nazioni occidentali siano state così poco perspicaci da autorizzare e rafforzare proprio quel mostro che ci avevano detto di voler distruggere” ha osservato Adnan Al Raheji, un analista politico residente nello Yemen specializzato nei movimenti radicali.

“Dobbiamo a questo punto porci questa domanda: come possiamo persuadere gli affaristi della guerra e i capitalisti che il terrore e il caos non incrementano i loro guadagni? Perché in realtà sappiamo tutti che armare le milizie è sempre stato controproducente, e anche se Washington, Londra, Parigi eccetera ne sono consapevoli lo hanno fatto comunque”, ha dichiarato. “E perché l’hanno fatto? Per cominciare, i soldi e il petrolio potrebbero essere un buon argomento”.

 

L’ascesa dell’ISIS in Libia

Sebbene l’arrivo dell’ISIS in Libia sia stato più subdolo e meno visibile che in altre parti della regione MENA (vale a dire, l’Iraq e la Siria, dove i terroristi hanno avuto una serie di grosse vittorie militari, grazie agli apporti di mecenati stranieri), tuttavia l’ISIS ha cercato di imporsi come un colosso tra le varie fazioni e milizie della Libia. La discesa della Libia nel caos è iniziata come in molti altri Paesi della regione nel 2011, un inatteso effetto collaterale della Primavera Araba e, come ha osservato l’autore statunitense William Blum, “l’esportazione americana più pericolosa – la democrazia”.

Incrinata e divisa a causa di diatribe politiche e tribali, la Libia è diventata un patchwork di milizie armate e realtà tribali, tutte in lotta per il potere, tutte impegnate nell’affermarsi nel controllo della Libia. “È proprio in questo caos e in questo vuoto politico-istituzionale che è sorta l’ISIS. I terroristi hanno riconosciuto il potere che risiede nel caos e nello scontro tra fazioni in lotta per il potere. Hanno visto nella Libia un’altra Siria, un altro Iraq da aggiungere al loro califfato in espansione”, sostiene l’analista politico Al Raheji.

Eliason, cha conosce molto bene la Libia in prima persona, ritiene che l’ISIS abbia sfruttato l’avventatezza delle potenze occidentali nel consegnare a certi individui la gestione della transizione del potere. “Sia gli Stati Uniti sia l’Europa hanno creduto che l’élite designata della Libia avrebbe operato una transizione verso una prospera democrazia. Il loro più grande sbaglio è stato non accorgersi che la Libia non era pronta per essere abbandonata a se stessa”.

“In Libia non c’è una vera e propria unità, un vero senso di appartenenza a una nazione. La Libia è un insieme di tribù e non una società civile. L’unico vero denominatore comune è l’Islam e i terroristi radicali stanno facendo leva su questo elemento per esprimere una coesione dove non ce n’era. È questo il punto in cui la comunità internazionale è debole. Non ci siamo accorti che nell’armare le milizie e creando un esercito di mercenari sotto la bandiera del dollaro non avremmo fatto altro che esacerbare la disunità e in ultima istanza giocare a nostro sfavore” ha aggiunto.

In Libia attualmente ci sono due governi in lotta per essere legittimati: quello riconosciuto a livello internazionale, con sede nella città lungo la costa orientale di Tobruk, e il Congresso Nazionale Generale (CNG), appoggiato dagli islamici, con sede nella capitale, Tripoli. Con una perfetta simmetria, l’ISIS ha nominato due emiri: l’Emiro di Tripoli, un tunisino conosciuto come Abu Talha, e l’Emiro di Derna, lo yemenita Abu Al Baraa El Azdi.

In un’intervista per ‘Newsweek’ in marzo, Mohamed Eljarh, un analista libico e membro non residente del Centro Rafik Hariri per il Medio Oriente del Consiglio Atlantico, ha avvertito che l’ISIS sta utilizzando gli Stati mancati in tutta la regione per espandere i suoi territori, in linea con le sue ambizioni egemoniche.

“Stanno cercando di impossessarsi del territorio, di città e Paesi nonché di Stati interi. Questa è la loro strategia”, sostiene Eljarh. “L’afflusso di combattenti è coerente con questa strategia per impadronirsi di Stati mancati come la Libia, l’Iraq e la Siria.

 

Era scritto sui muri

Sebbene l’arrivo dell’ISIS sulla scena libica sia stato descritto come un nuovo e inatteso sviluppo, molti avevano avvisato i funzionari statunitensi che armare e finanziare gruppi sconosciuti nella regione MENA sarebbe sfociato in un disastro. Riferendosi alla Siria, nel giugno 2013, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski aveva messo in guardia il Presidente Barack Obama rispetto all’armare i ribelli. Facendo ricorso a Twitter ha sottolineato: «Non vedo nessun senso strategico nell’annuncio di ieri di WH sulla Siria. Che è un caos in formazione».

Anche Michael Shank, docente aggiunto alla Scuola per l’analisi e la risoluzione dei conflitti presso la George Mason University, ha espresso forti riserve rispetto alla tendenza dell’America di armare mercenari nella regione al fine di evitare che si ripeta la situazione di stallo che ha caratterizzato la spedizione militare in Afghanistan.

In un articolo per ‘l’Huffington Post’ in agosto del 2013 ha scritto: «Armare solo una parte della complessa e sanguinaria guerra civile della Siria è una scelta che avrà conseguenze negative per noi. Le decisioni prese dagli Stati uniti in passato di armare le rivolte in Libia, in Angola, in Centro America e in Afghanistan hanno contribuito a alimentare per interi decenni conflitti brutali in quelle regioni. Nel caso dell’Afghanistan, l’avere fornito le armi ai mujaheddin negli anni Ottanta ha creato l’instabilità dalla quale gruppi di militanti estremisti hanno attinto la loro linfa vitale e ha dato origine ai Talebani, che infine hanno creato l’ambiente adatto allo sviluppo di Al Qaeda».

Difatti, da febbraio, l’ISIS vanta, se non il controllo, almeno una posizione abbastanza forte da poter sfidare le capitali occidentali e rivendicare le vaste risorse petrolifere della Libia, dal momento che i suoi militanti hanno lanciato campagne militari coordinate contro i giacimenti petroliferi del Paese. Lunedì i combattenti dell’ISIS si sono scontrati con le forze di Alba Libica nella città costiera di Sirte, città natale del deposto dittatore Gheddafi nonché uno dei principali porti petroliferi del Paese. Da martedì, la 166ª brigata, composta da forze provenienti da almeno sei milizie differenti dalla città di Misurata leale a Alba Libica, è impegnata in scontri contro presunti militanti dell’ISIS appena fuori Sirte.

Il portavoce militare libico Ahmed Al Mesmaro ha dichiarato a L’Indro che “se le risorse petrolifere della Libia dovessero cadere nelle mani dei sostenitori dell’ISIS, il futuro del Paese sarà il terrore”.

In alcuni commenti alla rivista ‘Time’ di lunedì, Mohamed Eljarh ha detto: «Lo Stato islamico sta cercando di far leva sulla mancanza d’unità dei libici nonché sul fatto che è in corso una lotta tra gruppi armati rivali per controllare l’unica fonte di reddito della Libia, la ricchezza nazionale rappresentata dagli impianti d’estrazione del petrolio. Attaccando il settore del petrolio in Libia, si garantiscono che qualsiasi governo d’unità nazionale sarà privato della maggior parte delle risorse di cui ha bisogno per l’acquisto di armi necessarie per combattere questo gruppo».

 

Cambiare strategia

Adnan Al Raheji, l’analista politico dello Yemen, ritiene che la politica antiterroristica dell’America lascia un po’ a desiderare. “Sebbene gli Stati Uniti abbiano costruito una formidabile infrastruttura antiterroristica a partire dall’11 settembre, i funzionari governativi statunitensi stanno ancora confondendo l’ISIS con al-Qaeda, e presumono di poter adottare le medesime tattiche per combatterloL’ISIS è però una bestia differente, non si tratta di un’appendice di al-Qaeda o di una fase successiva nella sua evoluzione. L’ISIS è la minaccia post-al-Qaeda, è terrorismo all’ennesima potenza, jihadismo con steroidi, se si vuole”.

Mentre al-Qaeda continua a considerare se stesso come un movimento di rivolta globale in lotta contro il laicismo occidentale, le ambizioni dell’ISIS consistono nel fondare un impero islamico. Se il primo vuole liberare, il secondo vuole schiavizzare e intende porsi come l’unica autorità politica, religiosa e militare su tutti i musulmani del mondo.

Come ha osservato Al Raheji, sebbene al-Qaida sia ancora una grave minaccia per la sicurezza mondiale, ISIS costituisce un nemico ancora più pericoloso. È necessario quindi concepire una nuova strategia. Ancora più inquietante, avverte, è il fatto che l’ISIS sia riuscito a tenere le potenze occidentali in scacco, prigioniere delle loro paure. “L’Occidente non ha compreso che l’ISIS sta utilizzando la minaccia di attacchi terroristici sul suolo europeo come un mezzo di propaganda ingannevole per incoraggiare le isolate comunità musulmane sparse dappertutto e arruolare alla causa jihadista la gioventù insoddisfatta”.

“L’ISIS sta giocando una partita di intelletti con l’Occidente, e i governi ci stanno cascando in pieno. A ogni attacco o a ogni annuncio di attacco contro gli interessi occidentali, i musulmani sono vilipesi e l’Islam criminalizzato. A ogni nuova manifestazioni anti-musulmana come il movimento Pegida in Germania, più musulmani scelgono di unirsi all’ISIS per uscire dalla paura e dal senso di disperazione… Le cose potranno cambiare solo se cambiamo il modo di porci di fronte al terrorismo”.

Secondo l’analista palestinese Ahmad Barqawi Gheddafi è stato in realtà il primo a prevedere e a predire il destino della Libia quando accusò i rivoluzionari di essere solamente pedine di al-Qaeda.

In un articolo per ‘Counterpunch’ apparso all’inizio del mese, Barqawi ha scritto: «Questo e altro ancora è ciò che ha predetto Gheddafi fin dall’inizio; l’effimera euforia delle rivoluzioni in Tunisia e in Egitto era troppo potente e esaltante per consentirci di leggere le parti scritte in piccolo; si è trattato di una cospirazione o di un vero spirito rivoluzionario che ha preso una brutta piega? Ora in realtà importa poco che l’ISIS sia il retaggio della piazza Tahrir; ‘trasformeranno la Libia in un altro Afghanistan, un’altra Somalia, un altro Iraq… le vostre donne non potranno uscire, trasformeranno la Libia in un emirato islamico e l’America bombarderà il Paese con la scusa di combattere il terrorismo, ha detto l’ultimo leader libico in un discorso emesso sulle televisioni il 22 febbraio 2011, e mai parole più profetiche sono state pronunciate». Barqawi  ha concluso la sua analisi sulla Libia dichiarando: «Questo è esattamente ciò che aveva previsto Gheddafi; una Libia sommersa nel caos più assoluto, la guerra civile e i diktat occidentali; un terreno fertile per il fondamentalismo della Gihad e l’estremismo… e noi abbiamo preso alla leggera i suoi avvertimenti ridendone al suono di un video parodico israeliano».

 

Traduzione di Marco Barberi

 

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