martedì, Aprile 20

ISIS, la guerra dell'Iran false

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 brigate al-Quds

Mentre in Siria il Califfato conquista quartieri curdi di Kobane, sfiorando il confine con la Turchia, in Iraq le milizie sciite di Balad, un centinaio di chilometri a nord di Baghdad, subiscono «perdite gravi» contro gli jihadisti.
Nella roccaforte sciita del cosiddetto triangolo sunnita si combatte una guerra allo Stato islamico (ISIS poi IS) parallela a quella dei peshmerga curdi, più a nord, e della Coalizione americana che sferra raid anche in Siria.
Da mesi, il fronte sciita coordinato dall’Iran fa muro al Califfato. Ma se ne parla molto poco nelle cronache internazionali, perché è una presenza utile ma scomoda. Come ha ricordato il Presidente iraniano Hassan Rohani all’Assemblea generale dell’ONU, il contributo di Teheran è fondamentale nella difesa dell’Iraq. La guerra che la Repubblica islamica combatte, anche con gli uomini sul campo delle brigate al-Quds (le unità dei Pasdaran all’estero), è la guerra contro gli «estremisti venuti in Medio Oriente da tutto il mondo per distruggere la civiltà».
Di fronte a una minaccia così grande, il nemico dei nemici diventa amico. «Tutto il mondo si deve unire contro l’IS», ha richiamato Rohani, incolpando sì gli Stati Uniti per gli «errori» commessi, ma riconoscendo che tutti i Governi schierati contro il Califfato, pur in coalizioni che sono e resteranno diverse, devono aiutarsi per bloccare l’offensiva.

Senza le milizie sciite e quel che resta dell’Esercito iracheno, l’IS avrebbe già preso Baghdad.
Se il peggio non è ancora accaduto è perché, come ha dichiarato recentemente un deputato iraniano, l’ex comandante delle brigate paramilitari dei basij Ali Zakani, le «unità al Quds sono attive in Iraq, Siria e Libano. La loro azione è vitale per fermare l’avanzata verso la capitale irachena».
Vicino alla Guida Suprema Ali Khamenei, il parlamentare ultraconservatore ha detto quello che, riesplosa la guerra in Iraq, è sulla bocca di tutti. Ufficialmente Teheran ha smentito e smentisce la presenza di «boots on the ground»-stivali sul suolo, come è di moda chiamare in America le truppe- iraniani in Siria e in Iraq. Il Governo e i guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) hanno ammesso di finanziare e armare i gruppi in contrasto al Califfato, curdi inclusi, negando sempre di aver mandato uomini, a esclusione di poche élite per formare militari sul posto.
Ufficiosamente, però, è sempre trapelato l’opposto: media americani come ilWall Street Journal‘ hanno subito riportato dell’arrivo, dopo la disfatta di Mosul, di centinaia di soldati iraniani in Iraq. Secondo fonti confidenziali curde, con l’escalation il numero dei Pasdaran sarebbe cresciuto fino a 5 mila unità: forze attive a nord di Baghdad, dove centri come Balad resistono agli attacchi dell’IS.
Vicini all’ex Premier Nuri al Maliki,sostituito con un compagno di partito con il placet di Teheran per mano del potente Comandante delle operazioni all’estero, il generale Qasem Soleimani, di certo gli iraniani addestrano e guidano non solo unità regolari dell’Esercito iracheno ma anche brigate, seppur estremiste, in difesa delle moschee che i jihadisti fanno esplodere e del 60% della popolazione di fede sciita.

Il tributo di sangue è «un obbligo religioso» per l’Iran, ha detto il Presidente Rohani, confermando che il suo Governo farà «tutto il possibile» per difendere i luoghi sacri del ramo sciita dell’Iran.
Sui media persiani si è anche speculato, citando fonti riservate della Sicurezza iraniana, del sostegno decisivo dei Guardiani della Rivoluzione per la riconquista, nell’estate scorsa, della città di Tikrit. «Almeno tre battaglioni al Quds» avrebbero aiutato l’Esercito iracheno in pezzi. Altre unità iraniane sarebbero state dislocate in protezione di «Baghdad e delle città sante di Kerbala e Najaf».
A fine agosto, anche il network qatariota ‘al Jazeera’ ha riportato di «centinaia di truppe iraniane sconfinate, per un’operazione congiunta in sostegno ai curdi iracheni della città di Jalawla», crocevia a 30 chilometri dal confine con la Repubblica islamica: Pasdaran poi rientrati nei loro confini.
Anche in questo caso, il Ministero degli Esteri iraniano ha seccamente smentito l’operazione terrestre. Vecchi generali dei Guardiani della Rivoluzione hanno però ambiguamente sostenuto, come il deputato Zakani, che «senza le forze iraniane, l’IS avrebbe conquistato il Kurdistan».
Come confermato dai Presidenti curdo, Masoud Barzani, e iracheno, Fuad Masum, l’Iran è stato il primo Paese straniero a inviare armi sia nella Regione autonoma curda-irachena di Erbil, sia al Governo di Baghdad.
Il generale Soleimani è stato ripreso più volte a Baghdad e in città contese con l’IS come Amerli, per seguire le operazioni. E si può desumere che, dove la presenza di forze sul campo è stata maggiore -dal Kurdistan presidiato dai peshmerga bene armati al centro-sud iracheno schermato dagli sciiti-, gli jihadisti dell’IS hanno trovato più difficoltà che nei territori bombardati dalla Coalizione degli Usa.

La versione del Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif è sempre la stessa: l’Iran «assiste» con armi e know-how, non con «interventi militari diretti». Ma al magazine americano The Daily Beast’, l’intelligence Usa ha spifferato di come stavolta, straordinariamente, le «al Quds Force iraniane, stimate in centinaia in Iraq, non abbiano attaccato le unità speciali americane».
Soleimani, bollato dai media Usa come «l’uomo più pericoloso del pianeta» (‘Wired‘, 2012), «l’organizzatore di cellule terroristiche in Iraq» nonché il regista militare della guerra del regime siriano di Bashar al Assad, avrebbe avrebbe avuto il beneplacito di Khamenei a lasciare in pace gli Usa, in vista di una contropartita per i «negoziati sul nucleare in scadenza a novembre».
Centrali atomiche in cambio dell’aiuto contro l’IS, nemico comune: è il tam tam ricorrente, per quanto la guerra sarà lunga dei negoziati e, per vicinanza territoriale, il popolo iraniano tema lo Stato islamico più dell’Europa e degli Usa.
Se non fermati, gli jihadisti possono sfondare ai confini e, come in Nord-Africa, rinfocolare lo spirito d’emulazione delle cellule estremistiche in zone sensibili come il Belucistan, la regione divisa con il Pakistan.
Contro la minaccia terroristica, la Repubblica islamica che in Siria ha inviato i rinforzi di Hezbollah (braccio politico e militare dell’Iran in Libano), Pasdaran e anche mercenari afghani contro i ribelli, si è turata il naso, anteponendo la sicurezza nazionale alle ostilità con gli americani e i curdi.
A Tikrit, l’Esercito iracheno addestrato prima dagli Usa poi dall’Iran nel week-end ha respinto un attacco dell’IS nella zona universitaria. «Anche lo Yemen si sta trasformando in un nuovo terreno di battaglia contro l’IS», ha chiosato il deputato filo-Pasdaran Zakani, annunciando, un paio di settimane fa, che presto Sanaa sarebbe entrata «nell’orbita iraniana». I fatti gli avrebbero dato ragione.

 

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