mercoledì, Settembre 22

ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

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L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?

È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.

E il 13 novembre 2015 il fondamentalismo jihadista è tornato a mietere vittime per le strade della capitale francese, questa volta colpendo quei simboli della quotidianità che più ci appartengono: lo stadio di calcio, un teatro, bar, ristoranti e bistrot. Lo ha fatto attraverso le azioni di europei musulmani, di origine mediorientale e nordafricana, reduci della guerra in Siria dove hanno appreso le tecniche di combattimento, infiltrati con documenti falsi all’interno di quei flussi migratori che muovono inesorabilmente verso l’Europa.

Sono attacchi spettacolari, quelli portati a compimento, capaci di provocare forti emozioni, paura, terrore. E il terrore è l’effetto ricercato, anche attraverso l’amplificazione mass-mediatica della notizia e delle immagini cruente attraverso i social-network. Tale è l’effetto nei confronti delle masse che seguono l’evolversi di un conflitto che vuole contrapporre due culture differenti: ‘noi’ e ‘loro’, ‘dentro’ e ‘fuori’, e poco importa se si appartenga all’una o all’altra parte.

La giustificazione è sempre culturale e ideologica, e trova i suoi appigli ovunque: nelle sacre scritture, nel’interpretazione dei precetti, nella consuetudine, nella ribellione all’ingiustizia, nella supposta assenza di politiche di integrazione e, ancora, nella convinzione di appartenere a una cultura superiore, pura; mentre le condanne sono spesso unilaterali. Spesso sì, ma non sempre.

Le manifestazioni pubbliche di condanna, successive ai fatti di novembre, hanno coinvolto parte – non la maggior parte – della comunità musulmana europea, spesso di seconda-terza generazione, pronta a dichiarare il proprio disappunto nei confronti dell’atto di violenza; quella stessa generazione che costituisce la linfa vitale dello jihadismo 3.0, l’evoluzione estrema di un fondamentalismo senza più limiti, esaltato dai successi – benché sempre meno travolgenti – di un fenomeno che si sviluppa su un campo di battaglia che è, al contempo, virtuale e reale: dal web, alle periferie urbane europee, ai paesi usciti dai fallimenti delle ‘primavere arabe’, al Syraq – quella terra di nessuno tra Siria e Iraq che un giorno non troppo lontano potrebbe davvero divenire un nuovo Stato; una nuova realtà statuale che andrebbe ad affiancarsi a quella nascente e sempre più probabile dei curdi, con buona pace dei nostalgici di Sykes-Picot (che un secolo fa disegnarono i confini dell’attuale Medio Oriente) e di una Turchia sempre più preda di derive autoritarie e ambizioni neo-ottomane.

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