sabato, Maggio 8

ISIS, il terrore che si è fatto 'impero'

0
1 2 3


Alla campagna militare si accompagna quella mediatica. Il gruppo afferma di applicare la Sharia (la legge coranica) nella sua interpretazione più radicale, e per darne conferma esegue fin da subito fustigazioni e taglio delle mani ai ladri, espone pubblicamente chi uccide perché accusato di omicidio o di combattere per il regime, fino ad arrivare alle decapitazioni di occidentali, spesso giornalisti – due su tutti: James Foley e Steven Sotloff. Il tutto rigorosamente documentato dalle telecamere e poi confezionato in documenti video ben realizzati e molto professionali. Sin dai suoi primi teatri militari e politici, l’IS ha potuto fare affidamento sul conflitto psicologico per spaventare i nemici, e sul principio della ‘provocazione’ per polarizzare un sempre più vasto pubblico.

L’organizzazione sceglie bene il materiale da pubblicare, tenendo conto delle immagini che potrebbero più colpire lo spettatore, creando così un senso di timori e paure verso i nemici. All’IS ‘entusiasma’ decapitare gli ostaggi pubblicandone un ‘assaggio’, e questo spaventa i militanti siriani, iracheni, libanesi e curdi che fuggono spesso dai campi di battagli per timore di essere presi come ostaggi e di fare esattamente quella fine. Tuttavia l’atto della decapitazione non viene mostrato nei video, forse perché i terroristi hanno capito che l’impatto visivo avrebbe un risultato negativo sul pubblico, destinatario del forte e crudo messaggio. Perciò, con questa autocensura, i terroristi non eccedono i vincoli dei social e del codice deontologico.

Di grande impatto sono poi le immagini delle distruzioni ai danni del patrimonio artistico ed archeologico: si pensi ai siti iracheni di Hatra e Nimrud, o allo scempio delle statue nel museo di Mosul, a Palmyra – è di ieri la decapitazione dell’archeologo Khaled al Asaad, 82 anni, uno dei massimi esperti siriani di antichità ed ex Direttore del sito archeologico della città. Il Califfato ha anche lanciato una rivista in lingua inglese, ‘Dabeq’, che aggiorna il pubblico attraverso materiale audiovisivo e diverse tipologie di montaggio e che, in qualche maniera, si avvicinano molto a quelle della cinematografia, cosa che ha spinto gli esperti mediatici ad analizzare i video.

Lo Stato Islamico mostra una vivace abilità nel veicolare la propria immagine non solo sui media tradizionali, ma anche su quelli di nuova generazione. Attraverso svariati account sui vari social network, il gruppo promuove video promozionali nell’ambito della sua ‘campagna miliardaria’ che prega i musulmani a condividere post, foto e video su Twitter, Instagram e YouTube a supporto della propria causa. Peraltro, i video sono spesso realizzati in francese e in inglese perché tutta la produzione mediatica è rivolta all’esterno: al contrario di altre organizzazioni jihadiste, allo Stato Islamico non importa della sua immagine tra l’opinione pubblica interna, nel contesto della quale sembra rivestire un ruolo di autentico impatto l’adesione delle donne allo Stato Islamico, forte di ‘alte’ aspettative, senza considerarne le conseguenze.

Naturalmente, una macchina militare e parastatale così ampia e organizzata richiede spese ingenti. A oggi non è ancora chiaro da dove provengano i fondi dell’IS. La maggior parte degli analisti concorda sul fatto che la gran parte dei finanziamenti arrivi da ricchi donatori dell’Arabia Saudita e che il denaro sia canalizzato attraverso il Kuwait, grazie alla facilità di riciclare il denaro in quel Paese. Altri puntano il dito contro il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. Molti introiti derivano dalla vendita di petrolio iracheno sul mercato nero, che frutta al Califfato circa 3 milioni di dollari al giorno, nonché dal contrabbando di opere d’arte e reperti archeologici. Con la conquista di Mosul, il gruppo ha anche messo le mani sui 425 milioni di dollari custoditi nei forzieri della Banca centrale. Sta di fatto che lo Stato Islamico è diventato rapidamente il gruppo terroristico più ricco al mondo: il suo patrimonio stimato supera i 2 miliardi di dollari; Talebani, Hezbollah, FARC, al-Shabaab e Hamas messi insieme non arrivano al miliardo e mezzo. Nel calderone dei fondi entrano anche gli equipaggiamenti sottratti al debole Esercito iracheno e il business dei sequestri. In generale, le spese ingenti che lo Stato Islamico deve affrontare per combattere la sua guerra con mezzi tecnologicamente avanzati fanno pensare anche ad altre forme di finanziamento.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->