lunedì, Ottobre 25

Isis, il mondo musulmano si interroga field_506ffb1d3dbe2

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isis iraq

Per molti musulmani, l’improvviso insorgere di ISIS ha posto un dilemma e innescato un bisogno di introspezione. A livello ufficiale, le condanne sono fluite, senza sforzo e abbondanti: Shawky Allam, Mofti dell’Egitto, ha invitato i media occidentali ad astenersi dall’utilizzo del termine “Stato Islamico”, auto-dichiarato, perché «è fuorviante … l’Islam non ha niente a che fare con simili atrocità». Il suo omologo saudita, Abdel Aziz Aal Al Sheikh, ha descritto ISIS «come il nemico numero uno dell’Islam».

Denunciare ISIS è stato abbastanza facile per l’establishment. Tutto quello che gli studiosi devono fare è attenersi a fatti generalmente non discutibili: terrorizzare gli innocenti è un crimine, la vita umana è sacra, ecc. Ma, allontanandosi dalle certezze della generalizzazione, gli studiosi non si sentono troppo fiduciosi. Nella media, i musulmani non studiosi pongono una questione essenziale come: “come è nato ISIS ” o, “su che cosa basano la loro retorica?”. L’establishment si potrebbe trovare costretto a rispondere: i testi che ISIS pretende ci siano esistono tutti. Inoltre sono significativi e vincolanti.

Lo stesso motto di ISIS, “Siamo qui per il massacro”, si basa su un detto attribuito al Profeta Maometto in diversi importanti libri di Hadith. Gli studiosi che intendono distinguere l’Islam da ISIS sostengono che il detto era indirizzato a un gruppo molto specifico di uomini, capi di Quraysh. Non è mai stato nemmeno dato seguito alla frase perché dopo la vittoria Maometto risparmiò la morte a tutti.

Questo, allora, sembra essere l’argomento principale: il testo è abbastanza credibile. Ma va letto nel suo contesto, interpretato. Questo argomento non sembra mettere in pace la mente di molti musulmani, però.

 

A proprio agio

Ecco come uno scrittore kuwaitiano, Saeed Bin Taflah Al Ajmyesprime il suo disagio: «I membri di ISIS hanno frequentato le nostre scuole, hanno pregato nelle nostre moschee, guardavano i nostri media, leggevano i nostri libri, seguivano le nostre fatwa. Questa è la verità innegabile. ISIS non è arrivato da un altro pianeta».

Un altro scrittore, Hani Naqshabandievoca analogie inquietanti tra le orribili sentenze di ISIS e ‘la regola’ oggi vigente in alcuni Paesi islamici: «In Arabia Saudita ci sono religiosi che sostengono che il riso uccide il cuore, che indossare abiti lunghi è un peccato, che chiunque si rade la barba è un infedele. ISIS sotto mentite spoglie? In Egitto, ci sono sceicchi che legalizzano l’assassinio o imprigionano chiunque osi fornire un’interpretazione alternativa alla scrittura. DI nuovo ISIS?».

Durante il governo di Mohammed Morsi, un anno, era normale per i suoi sostenitori – islamici – chiedere l’uccisione dei manifestanti; dopo tutto, bloccavano le strade e seminavano il caos ed era  abbastanza per pensare di sterminarli. Si potrebbe pensare che tutto questo sia finito con la caduta dell’Islam politico in Egitto, giusto? Sbagliato.

Ogni tanto, storie simili prendono ancora i titoli dei giornali. Paesani comuni, non politicizzati, quasi “islamici”, catturati mentre tentano di applicare “Had Al Haraba” su piccoli criminali, ladri e simili. Questo è il termine arabo che definisce una punizione particolare. Si tratta di una delle quattro possibilità: esecuzione, crocifissione, tagliare un braccio e una gamba da lati opposti o esilio.

La maggior parte degli egiziani sono pienamente consapevoli di “Had Al Haraba”, ma avrebbe mai pensato che in uno Stato sovrano moderno la Costituzione e la legge sarebbero stati l’unico quadro di riferimento per penalizzare i criminali.

 

Sostegno – virtuale. Per ora

Come per un sacco di altre questioni, Internet è anche un buon posto per misurare la popolarità di ISIS. Mentre la maggior parte dei musulmani nei social media denunciano ISIS e a volte lo deridono, il movimento ha anche i suoi fedeli: il gruppo Facebook Caliphate is Salvation vanta più di 35.000 membri. I suoi messaggi celebrano principalmente le ‘vittorie’ di ISIS (per esempio le decapitazioni di non-sunniti), e invitano i musulmani a contribuire a stabilire il califfato – non attraverso elezioni, ma nello stesso modo in cui il profeta ha costruito la sua regola: con la spada. Anche un AK47 può andar bene.

Su Twitter @addula1982 dice “vietato ai cani in Siria dopo l’arrivo di ISIS. Saremo tutti ISIS. Siamo tutti kamikaze. Metteteci alla prova”.

@ju7aa dall’Arabia Saudita scrive: “siamo tutti aspiranti jihadisti. Nulla ci trattiene, solo la codardia e la mondanità. Pertanto, se non vi volete unire a ISIS, almeno non li criticate”.

@nono5522 elogia un attacco contro i turisti in Arabia Saudita da parte della polizia religiosa: “Siamo tutti ISIS. Chi vuole turisti osceni nella nostra terra?”

 

La parola ‘R’

Se vi è la necessità di un dibattito interno tra i musulmani, questo deve ancora arrivare. Ciò cui stiamo assistendo sembra principalmente dividersi in due parti: da un lato gli islamisti sostengono che ISIS è un fenomeno post-primavera araba: ingiustizie che hanno portato alle rivoluzioni in Egitto, Siria e altri paesi arabi e che non sono ancora finite – un tipico caso di ‘bisogna che tutti cambi per restare uguale’.

Quella parte avvisa che il mondo arabo non è mai stato indotto più di oggi ad abbracciare l’estremismo, e da qui sarebbe emerso ISIS. Dall’altra parte, ci sono tutti gli altri. Di sinistra, laici, uomo della strada, tutti sembrano nutrire un sentimento non così inverosimile del fatto che ISIS sarebbe in realtà una parentesi post-Qaeda  della storia araba; una progressione deplorevole, terribile, ma naturale.

E tutti evitano di fare un autoesame, l’inevitabile ricerca interiore alla ricerca di risposte ad alcune domande difficili. Qual è la definizione di terrorismo? Esistono davvero delle circostanze che lo giustificano? Che cosa significano quei testi, hanno bisogno di una reinterpretazione?

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli

 

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