lunedì, Maggio 16

ISIS: dopo al-Qurayshi, avanti il prossimo La morte del leader dello Stato Islamico è stato un duro colpo per il gruppo terroristico. Ma non tanto quanto potrebbe apparire. Rimane una forza potente in Iraq e in Siria

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Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi è morto mercoledì 2 febbraio durante un raid del commando delle operazioni speciali statunitensiin un attacco nel nord-ovest della Siria. L’annuncio è stato dato dal Presidente americano Joe Biden, il quale ha precisato che al-Qurayshi è morto facendo esplodere una bomba, mentre le forze statunitensi si avvicinavano all’edificio nel quale si nascondeva, uccidendo così se stesso e i membri della sua famiglia.
Le
cronache precisano che è stato il più grande raid degli Stati Uniti nel Paese dall’operazione del 2019 che aveva ucciso l’altro leader dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi. L’ISIS aveva nominato Qurashi come suo nuovo leader nel novembre 2019, nello stesso momento in cui il gruppo terroristico aveva confermato che al-Baghdadi era stato ucciso.
«
Questa operazione è una testimonianza della portata e della capacità dell’America di eliminare le minacce terroristiche, indipendentemente da dove cercano di nascondersi in qualsiasi parte del mondo», ha dichiarato Biden.
Secondo gli analisti,
la morte del leader dello Stato Islamico è stato un duro colpo per il gruppo terroristico. Ma non tanto quanto potrebbe apparire.

Appena due giorni dopo, venerdì, un rapporto delle Nazioni Unite su ISIS e al Qaeda, informa che il gruppo terroristico è tutt’altro che sconfitto, rimane una forza potente in Iraq e in Siria, con una presenza crescente in Afghanistan e nell’Africa occidentale.
I
punti fondamentali del rapporto esprimono una situazione tutta’altro che sotto controllo.

UOMINI E FINANZE. In Iraq e in Siria, sostiene il rapporto, l’ISIS «si stima conservi tra i 6.000 e i 10.000 combattenti in entrambi i Paesi, dove sta formando cellule e addestrando agenti per lanciare attacchi», spesso utilizzando nascondigli nel deserto.
I
fondi valutati come disponibili nel cuore della zona di conflitto «si mantengono stabili tra 25 milioni di dollari e 50 milioni di dollati, con gran parte di essi stimati rimanere in Iraq», afferma il rapporto. E però si stima che il gruppo stia attualmente spendendo costantemente più di quanto incassa. Parte di quel denaro viene incanalato in Afghanistan, dove gli esperti delle Nazioni Unite ritengono che l’affiliato ISIS (ISIS-K) stia reclutando ed espandendosi.

EVOLUZIONE. Il gruppo, prosegue il rapporto, «si è evoluto in un’insurrezione principalmente rurale, resistendo a continue pressioni antiterrorismo» da parte delle forze in Iraq e Siria, che includono le forze statunitensi dispiegate nel nord della Siria e le forze democratiche siriane curde. In Iraq, nella seconda metà del 2021, l’ISIS ha continuato «a lanciare attacchi a un ritmo costante, comprese operazioni mordi e fuggi, imboscate e bombe lungo le strade», specialmente in una fascia di territorio a nord di Baghdad. «Le cellule in Iraq si concentrano anche sulla guerra economica, prendendo di mira le infrastrutture, in particolare le linee elettriche». Il rapporto valuta che l’Isis si stia ricostruendo anche nell’estremo ovest dell’Iraq, comprese «roccaforti e tunnel con molte cellule dormienti e centinaia di combattenti nel deserto di Anbar».
Il rapporto descrive una
leadership che vive sotto stretta copertura, «adotta misure estreme per garantire la sua sicurezza, consentendo che nessun dispositivo elettronico venga portato nelle sue vicinanze». Il rapporto afferma che l’ISIS-K «ha dimostrato una capacità continua di sferrare attacchi sofisticati, aumentando la complessità della situazione della sicurezza in Afghanistan». Dopo sei mesi di governo talebano, «l’Afghanistan ha il potenziale per diventare un rifugio sicuro per Al-Qaeda e un certo numero di altri gruppi terroristici con legami con la regione dell’Asia centrale e oltre». Rileva che alcuni dei «più stretti simpatizzanti all’interno dei talebani ora occupano posizioni di rilievo nella nuova amministrazione afgana de facto» e conferma il ritorno in Afghanistan di un ex alto assistente del defunto leader di al Qaeda Osama bin Laden. I gruppi terroristici dell’Asia centrale come l’Islamic Jihad Group e il Movimento islamico dell’Uzbekistan «stanno ora sperimentando una maggiore libertà di movimento nel Paese». «Uno Stato membro ha valutato che fino alla metà dell’ISIS-K è composta da combattenti terroristi stranieri». Altresì, «sembra che gli affiliati di Al-Qaeda e ISIL in Africa occidentale abbiano compiuto progressi decisivisfruttando le lamentele locali, sopraffacendo le forze di sicurezza e navigando in complesse interrelazioni tra gruppi armati». La forza dell’affiliata di al Qaeda in Mali è tale che «la capitale stessa è minacciata, con una bolla di sicurezza ora limitata a un cerchio di 40 chilometri intorno a Bamako».

FUTURO. Il rapporto solleva lo spettro di una nuova generazione di terroristi che emerge dai campi profughi della Siria settentrionale. «Rimanere bloccati in condizioni difficili, circondati da influenze radicalizzanti, può far sì che i residenti più giovani, in particolare, diventino estremisti induriti e addestrati». «Una generazione di bambini, molti dei quali cresciuti in incubatrici di estremismo violento, sono particolarmente a rischio».

Il rapporto, dunque, appare abbastanza chiaro e motivato, zeppo di evidenze. L’ISIS è in convalescenza, ma si sta riprendendo, e la morte di al-Qurayshi non sarà un grosso problema, né riuscirà incidere sul suo tentativo di resuscitare, anzi, potrebbe perfino fargli gioco.
Secondo
Edmund Fitton-Brown, coordinatore del gruppo di monitoraggio che steso il rapporto, la morte di al-Qurayshi è stata una «significativa battuta d’arresto» per il gruppo, anche considerando la contestuale «detenzione del suo vice e capo delle finanze dell’ISIS, Sami Jasim al al -Jaburi, annunciata dalle autorità irachene lo scorso ottobre». Fitton-Brown afferma che la massima leadership dell’ISIS «ha subito un logoramento significativo negli ultimi anni e non è chiaro che possano sostituire entrambi gli uomini con leader di calibro o esperienza simili». E però secondo molti analisti, alla fine la sostituzione di al-Qurayshi, in quanto figura simbolica, non sarà un problema.
Il perchè lo
spiega Aron Lund, ricercatore del Century International, il centro di ricerca di politica internazionale del think tank The Century Foundation, e analista per il Medio Oriente presso Swedish Defense Research Agency (FOI). «È improbabile che l’omicidio di Abu Ibrahim il 3 febbraio sia stato un efficace attacco di decapitazione, del tipo che potrebbe causare il disfacimento delle operazioni dell’ISIS. L’ISIS è un gruppo duro che ha sempre enfatizzato l’organizzazione e l’ideologia, non la personalità,ed è sopravvissuto a diverse transizioni di leadership in passato. Come nel 2019, il gruppo si limiterà probabilmente a nominare un altro califfo, attraverso un processo istituzionale più o meno autentico che prevede la consultazione di studiosi di alto livello e possibilmente anche basato su una linea di successione segreta. La persona scelta sarà un uomo con una qualche forma di credenziali accademiche religiose, molto probabilmente un veterano dell’insurrezione irachena, e rivendicherà l’ascendenza Qureish. Probabilmente lavorerà con un nome di fantasia».
«Sono sicuro che hanno pianificato i loro prossimi leader nella successione», afferma Thanassis Cambanis, direttore del Century International. «E inoltre, i combattenti irriducibili in prima linea che in realtà stanno ancora uccidendo persone per conto dell’ISIS, non stanno ricevendo istruzioni da una gerarchia dall’alto verso il basso. Stanno operando sul campo con una grande autonomia e nessuna quantità di colpi di decapitazione o anche un efficace lavoro antiterrorismo porrà fine o interromperà definitivamente la capacità di questo gruppo di danneggiare e uccidere le persone».
Vero è che, prosegue
Aron Lund «le perdite di leadership possono essere dannose anche quando non equivalgono a un colpo di decapitazione. L’esaurimento del talento senior è un problema per una leadership centrale il cui compito principale è proiettare un’autorità globale simbolica su affiliati regionali testardi. Crea un rischio di crepe e perdite e segnala vulnerabilità e debolezza. Nonostante tutte le sue pretese di statualità e gloria califfale, l’ISIS oggi non è diverso da al-Qaeda: una rete vaga di franchising regionali armati, collegati in senso politico attraverso una leadership globale che ricorda più un’agenzia di pubbliche relazioni che un militare comando supremo».
Per svolgere efficacemente il proprio compito, prosegue Lund,
«la leadership centrale dell’ISIS dovrà essere visibile e credibile. Abu Ibrahim non ha ‘impressionato’ e il suo successore potrebbe trovarlo ancora più difficile. Quando, anno dopo anno, l’unico aspetto visibile del tuo presunto governo globale è una newsletter settimanale online, le persone a un certo punto inizieranno a alzare gli occhi al cielo alle tue affermazioni di essere un califfo».
«Ad ogni morte si fa avanti un nuovo leader.Ogni iterazione dei gruppi militanti islamisti diventa più brutale della precedente», afferma Stan Grant, Senior Fellow dell’Australian Strategic Policy Institute. Lo Stato Islamico è meno forte di quando controllava aree di territorio in Siria e Iraq, «ma è ancora potente. Perdere il proprio territorio può essere una virtù. Il gruppo non deve difendersi ma può attaccare in forme diverse in diverse parti del mondo». «L’uccisione di al-Quarayshi non fermerà la diffusione della militanza islamista» dall’Afghanistan allo Sahel.

Combattere l’ISIS richiederà una seria determinazione, soprattutto perché, afferma Jomana Qaddour, analista senior dell’Atlantic Council e co-fondatore dell’organizzazione umanitaria Syria Relief & Development, «le operazioni finanziarie e logistiche del gruppo terroristico continuano a rafforzarsi nel deserto siriano centrale», dove si è rivolto al contrabbando per raccogliere denaro dopo aver perso il controllo dei giacimenti petroliferi. E il gruppo ha ancora un appeal popolare a causa del disastro in corso in Siria. «Fame e povertà stanno aumentando drasticamente e gli insegnamenti ideologici del gruppo rimangono accessibili alla popolazione».
Thomas S. Warrick, consulente senior presso la Scowcroft Middle East Security Initiative ed ex funzionario dell’antiterrorismo presso il Department of Homeland Security, è convinto che «
La minaccia terroristica dell’ISIS non è morta, anche se lo è il suo leader più recente». Per stare al passo con questa minaccia, gli Stati Uniti e i loro alleati devono mantenere il gruppo «sotto pressione continua». E il successo del raid di mercoledì probabilmente rende Biden più disposto ad approvare le operazioni più rischiose che devono ancora venire se intende far operare l’antiterrorismo «oltre l’orizzonte» per interrompere le minacce esterne dall’Afghanistan.

Secondo Aron Lund, rispetto al suo periodo di massimo splendore di sei o sette anni fa, l’ISIS è ora un’organizzazione molto ridotta e svuotata. «Un eccellente studio recente di Alex Almeida e Mike Knights dimostra che c’è stato un lento declino della militanza ISIS in Iraq negli ultimi anni, ma rileva anche che il gruppo potrebbe trovare più spazio per crescere in Siria. «Anche se è probabile che l’ISIS rimanga una minaccia persistente sia in Siria che in Iraq, e di tanto in tanto possa divampare in modi più seri, qualsiasi ricrescita delle sue capacità sarebbe probabilmente casuale, incostante e, in definitiva, limitata, con poca somiglianza con l’ondata apocalittica del 2014. La spettacolare ascesa dello pseudo-Stato nel 2014 si è basata su una serie unica di circostanze che non si replicheranno. La minoranza sunnita dell’Iraq, maltrattata, sembra avere scarso interesse per un’altra insurrezione; la guerra siriana è un conflitto più o meno congelato; il califfato dell’Isis è un marchio danneggiato anche agli occhi dei jihadisti; e la comunità internazionale è diventata attenta al pericolo in modi che non lo erano prima».
E però
Aron Lund ammette: «una grande guerra o un crollo nella regione potrebbero aprire un nuovo spazio non governato e aiutare a far rivivere le fortune del gruppo. È un rischio reale, considerando il crollo socioeconomico di Iraq, Siria e Libano, le tensioni che circondano il programma nucleare iraniano e la possibilità di una rielezione di Donald Trump nel 2024. Ma sebbene l’ISIS possa trarre vantaggio dalle crisi strutturali, non può causarle. Può solo lottare e prepararsi per qualche opportunità futura. Fino ad allora, l’ISIS continuerà ad affrontare serie sfide in Siria e Iraq, e una di queste è che sembra non riuscire a mantenere in vita i propri leader».

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