lunedì, Settembre 20

Isis, c'è prova del coinvolgimento turco?

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Il testo cita chiaramente alcune personalità di spicco addette alla gestione della vasta area tra Siria e Iraq. Primo dei quali un certo Abu Hamza, nome che torna molto spesso nella onomastica della jihad. Alcuni degli omonimi più memorabili sono Abu Hamza al-Tounisii, ex membro intelligence Isis poi pentito pubblicamente in diretta Tv o ancora Abu Hamza al-Masri, condannato all’ergastolo da un tribunale newyorkese per reclutamento di terroristi nel mondo.

Le possibilità sono diverse e lasciano pensare che il wali in oggetto possa essere o un erede designato al califfato o colui che amministra la wilaya (provincia) di Raqqa, ma in totale contraddizione con ciò che appare scritto nel sito internet di informazione gestito dall’Is (www.raqqa-sl.com), in cui la direzione pare essere affidata al giurista Ali Musa Ahawakh, in arte Abu Luqman e responsabile -tra il resto- dell’esecuzione di Abu Saad Hadrami, emiro di Jabhat Al-Nusra a Raqqa. Qualcosa non torna.

Al-Bara’a al-Sahrawi, secondo nome presente nella lettera, è colui che avrebbe effettuato concretamente l’acquisto dei dispositivi dallo Stato turco e che manterrebbe prolifici rapporti commerciali con esso. Non è da escludere che anch’esso fosse -e sia tutt’ora- tra le fila dell’intelligence jihadista che deve farsi sfuggire ben poche informazioni per evitare schiaccianti contraccolpi da parte della coalizione internazionale e dalle milizie siriane baathiane filo-Assad, oltre che dai curdi.

A firmare la missiva -redatta nell’ufficio amministrativo del nord dello Stato Islamico- Abu Musab. In questo caso potrebbe trattarsi di Abu Musab al-Hallous, ai più noto come Khalaf al-Thiyabi Hallous, ossia il siriano responsabile, nel 2014, dell’acquisizione della città di Raqqa da parte delle milizie di al-Baghdadi.

Il ruolo della Turchia nella lotta contro il fondamentalismo radicale islamico è sempre stato ambiguo nonostante sia un Paese Nato. Il neo-vittorioso Akp turco di Erdogan, partito musulmano al Governo dal 2003 -che lo scorso 7 giugno ha però perso la maggioranza assoluta- non ha mai preso una decisione chiara e schietta sulla questione dello Stato Islamico: né appoggiando le tattiche militari della coalizione con a capo gli Stati Uniti -con i quali non è mai scorso buon sangue e a cui non ha concesso l’utilizzo delle basi aeree turche- né, tanto meno, con l’esercito islamico, da più parti accusato di intrattenere un rapporto di collaborazione proprio con gli uffici del Presidente turco.

La collaborazione tra Erdogan e al-Baghdadi potrebbe essere solo una voce di corridoio messa in circolazione dallo YPG curdo, acerrimo nemico del sultanato turco.

 

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