lunedì, Ottobre 25

ISIS, attacchi di Giacarta un messaggio chiaro all'Indonesia

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L’attacco terroristico avvenuto in Indonesia può aprire nuovi scenari sulla strategia intrapresa dal Califfato Islamico, sia per quanto riguarda le interconnessioni con la popolazione musulmana, sia il rapporto con le altre organizzazioni terroristiche, dato che Giacarta è sempre stata una base importante per Al Qaeda. Facciamo il punto in un intervista con Enrico Oliari, direttore responsabile di Notizie Geopolitiche.

 

L’attacco avvenuto in Indonesia coinvolge la nazione islamica più popolosa, quasi come una sfida, che significato può avere? Come è caratterizzato il quadro interno indonesiano in rapporto all’estremismo? Questa attacco è in sintonia con il quadro interno? 

I musulmani rappresentano l’86,1 per cento dei 255 milioni di indonesiani, ma è corretto affermare che generalmente si tratta di un Islam moderato, tanto che la Costituzione non lo cita se non nel paragrafo in cui si riconoscono le sei religioni ufficiali, cioè Islam, il cristianesimo protestante e cattolico, l’induismo, il buddismo e il confucianesimo. Altresì è vero che in alcune aree povere del pPaese si stanno sviluppando forme di radicalismo, tanto che già all’indomani dell’11 Settembre il New York Times indicava la presenza di al Qaeda in Indonesia, nelle Filippine e in Malesia, suscitando la dura reazione del mondo politico locale.

Pochi giorni fa è stato diffuso un messaggio di Ayman al-Zawahiri che indicava in particolare l’Indonesia come paese maturo per la jihad, sapendo certamente di poter contare sul gruppo qaedista Jemaah Islamiyah, già autore di attentati sanguinari come nel 2002 a Bali (202 morti), nel 2009 all’hotel Marriott e Ritz-Carlton (7 morti). Con tutta probabilità elementi di Jemaah Islamiyah, o, ancor meglio, che hanno lasciato la formazione terroristica, hanno cooperato con l’Isis per l’attacco di Giacarta del 14 gennaio.

E’ difficile rispondere alla domanda sul perché l’Isis abbia attaccato l’Indonesia… lo penso che una spiegazione potrebbe essere quella di lanciare un chiaro messaggio ai fondamentalisti locali “invadendo” un territorio in cui il terrorismo era tradizionalmente di al Qaeda, presentandosi loro come un’organizzazione nuova, strutturata, decisa e con gli obiettivi chiari, e quindi attrarre nuove leve. Ricordiamoci che l’Isis si propone, rispetto ad al Qaeda, con un’espansione territoriale e quindi una struttura socio-amministrativa articolata, per quanto basata sulla sharia ed a noi incomprensibile. Come pure che fra l’Isis e Jabat al-Nusra (la diramazione siriana di al Qaeda in Siria) vi sono stati in Siria e Iraq importanti scontri, culminati con entrambi i gruppi che hanno sterminato i prigionieri.

Al jihadista o all’aspirante tale l’Isis propone di arruolarsi per un progetto palpabile, concreto, non semplicemente per un ideale che resta lì, come ha fatto fino ad oggi al Qaeda. E nel “califfato” sono confluiti militari, funzionari e dirigenti iracheni del partito Bath di Saddam Hussein, messi da parte e lasciati senza lavoro dopo la caduta del regime. Stando a quanto riportato dal generale della polizia Tito Karnavian, sarebbero 400 i foreign fighter indonesiani recatisi in Siria e in Iraq, di cui una cinquantina morti. Il presidente Joko Widodo ha comunque promesso una risposta dura anche attraverso l’attivissimo Detachement 88, l’unitaà speciale anti-terrorismo della polizia indonesiana.

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