sabato, Aprile 10

Isbn e crisi dell’editoria La rivoluzione digitale fa il suo corso

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Che l’editoria sia in crisi ce lo ripetono da anni, in una monotona cantilena giustificata che raramente fa seguire al lamento la concretezza di una proposta per risanare il mercato. La ‘spietata’ rivoluzione digitale ha semplificato la nostra esistenza in svariati ambiti, rendendo tutto più rapido e a portata di clic, ma il rovescio della medaglia da subdolo si è fatto strada insinuandosi nell’evidente, facendo letteralmente crollare imperi che fino a qualche anno fa sembravano inossidabili.

Editoria in primis. Che si parli di testate giornalistiche o di case editrici, la musica non cambia. La raccolta pubblicitaria sul web non ha nemmeno lontanamente eguagliato le aspettative sognate, né i numeri che un tempo registravano i giornali cartacei. Se nel 2000, alle soglie della bolla internettiana, la raccolta pubblicitaria dei giornali statunitensi toccava l’imponente vetta dei 60,5 miliardi di dollari  -e per raggiungere tale vetta l’editoria aveva iniziato a scarpinare 50 anni prima-  nel 2013 il picco negativo ha toccato i 17,3 miliardi di dollari, facendo rimpiangere persino i 20,3 miliardi del 1950.

In libreria le cose non sono andate meglio. I lettori sono ormai una merce rara, mentre gli scrittori scalpitano e abbondano.
Una disamina di ‘Wired‘ dello scorso gennaio metteva a fuoco la situazione dell’Italia che non legge: la percentuale delle famiglie che non posseggono libri sfiora il 10%. In un nucleo su dieci, circa 2,5 milioni di famiglie. Scaffali, e dispositivi, vuoti. O, nel 63,5% dei casi, per circa 14 milioni di nuclei, semivuoti visto che ospitano al massimo 100 volumi; la platea dei lettori, tenendo presente l’affidabilità relativa delle risposte offerte all’Istat da parte degli intervistati, scende al 41,4%; al Sud e nelle isole la percentuale dei lettori scende rispettivamente al 29,4% e al 31,3% della popolazione e le famiglie che non hanno libri in casa salgono al 15,8% e al 14,5%; quelli che leggono un libro al mese sono appena il 14,3% degli italiani, e la tiratura media è tornata a scendere: di ogni libro si stampano circa 2.932 copie; la rivoluzione digitale si fa sentire anche in libreria: nel 2013 il 24,1% delle quasi 60mila opere inedite pubblicate in Italia, circa 15mila titoli, è stato distribuito anche in e-book. L’anno prima erano stati 12mila, pari al 21,1. La percentuale sale per i titoli ristampati (dunque non per le novità) dove si arriva al 25,6% e per i testi scolastici, dove si sfiora la metà.
Se da un lato conquistare l’attenzione, e i soldi, dei Lettori sta diventando un’impresa ai limiti dell’improbabile, dall’altro il mercato dei libri appare viziato da pratiche logore e logoranti che investono gli operatori del settore.
E’ ciò che emerge da quanto successo a Isbn, –casa editrice milanese– che si è trovata al centro di un vero e proprio ciclone mediatico quando Hari Kunzru, scrittore britannico marito dell’autrice Katie Kitamura, ha cominciato a twittare il suo sdegno per un caso d’insolvenza da parte della casa editrice. Kunzru ha affidato la propria pittoresca rabbia verso Isbn ai 140 caratteri di Twitter, sostenendo che la casa editrice diretta da Massimo Coppola non avrebbe pagato ‘a friend’, rivelatasi poi essere la moglie di Kunzru, che aveva pubblicato ‘Knock-Out‘ con Isbn nell’ottobre del 2014.
Inizialmente Kunzru si è scontrato col silenzio della casa editrice, e ha continuato così il suo monologo, apostrofando anche Coppola con titoli poco lusinghieri come ‘asshole’, scoprendo nel frattempo che era diventato il nuovo Direttore di ‘Rolling Stone Italia‘. Al monologo dello scrittore, però, si sono rapidamente aggiunte voci provenienti dall’intero mondo dell’editoria: Autori e traduttori che non hanno mai visto un centesimo per il lavoro svolto, sollevando il coperchio di una situazione lasciata nel silenzio degli addetti ai lavori per molto tempo, e portando alla luce uno scenario che pare non essere riconducibile al solo caso Isbn.

Quel meccanismo innescabile solo dai social ha quindi fuso i singoli casi in una silenziosa slavina di retweet che, sommati l’uno con l’altro, hanno avuto l’effetto di una valanga in piena regola. Traduttrici e traduttori hanno elencato le loro esperienze di pagamenti mai avvenuti, coniando anche sui social l’hashtag #OccupayIsbn. Fra questi c’è Anna Mioni con le traduzioni nel 2012 di ‘Dio odia il Giappone‘ di Douglas Coupland e ‘Lolito‘ di Ben Brooks, Chiara Manfrinato che aveva tradotto ‘Viale dei Giganti‘ di Marc Dugain nel 2013, Federica Aceto e la sua versione de ‘L’invasione degli Space Invaders‘ di Martin Amis, Francesca Valente con ‘Charlie Chaplin‘, una biografia di Peter Ackroyd e molti molti altri.

Ad oggi non ci sono notizie ufficiali sul fallimento di Isbn, fallimento che, però, appare quantomeno virtualmente: la casa editrice ha chiuso la sede in Via Conca del Naviglio e non ne ha aperta un’altra, alloggiandosi piuttosto negli uffici di una casa editrice amica, non ha più dipendenti e l’ultimo titolo pubblicato è proprio quello della Kitamura. Il direttore Massimo Coppola ha scelto di non rispondere su Twitter a Kunzru, ma ha affidato la propria versione dei fatti a un post apparso sul sito ufficiale di Isbn dove, in 6 punti, spiega le tappe che hanno condotto la casa editrice alla situazione odierna, concludendo la disamina così: «Ora siamo sospesi: stiamo ancora cercando una via d’uscita, ma la strada non sembra facile, tutt’altro. Faremo ogni sforzo, come abbiamo sempre fatto, per riuscire a pagare quel che dobbiamo. Mi scuso di nuovo con tutti quelli che hanno lavorato per noi e non siamo ancora riusciti a pagare. Ma l’unico motivo per cui la società non è ancora chiusa sta proprio nella speranza di riuscire a racimolare, in ogni modo possibile, le risorse per pagare gli arretrati».

Lo abbiamo detto in apertura, l’editoria non naviga in acque dorate, sospinta da un vento incessante. Tutt’altro. Ma ben altro discorso dovrebbe essere affrontato se, come gli viene contestato, Isbn avesse effettivamente commissionato lavori con la consapevolezza matematica di non poterli pagare.
Dal polverone sollevato da Kunzru è emersa, però, una realtà interessante, che finalmente pare dare un indirizzo di concreta fattura ai possibili percorsi da intraprendere per risanare il mercato editoriale, quantomeno dall’interno: il blog Occupay.

Occupay è un blog fondato da ex collaboratori di Isbn che trae il suo titolo da un fortunato gioco di parole tra ‘occupare’ e ‘pagare’, con chiaro riferimento a movimenti come Occupy Wall Street.
Sul blog si legge: «Vogliamo creare un canale di comunicazione e scambio di informazioni, per raccogliere e diffondere nuovi modelli di buona pratica editoriale. Vogliamo far fronte comune nei casi di abusi e malcostume perché in futuro il rispetto degli impegni contrattuali e dei diritti dei lavoratori della filiera sia la regola, e non l’eccezione».
Per approfondire il loro punto di vista, ci siamo rivolti direttamente a loro.

ISBN ma non solo, quanto sono diffuse queste pratiche di ‘cattiva editoria’?
Un singolo ritardo nei pagamenti può capitare a tutti, ma negli ultimi anni procrastinare la liquidazione dei compensi di dipendenti e collaboratori dell’editoria è diventato un fatto così frequente che è stato naturale, confrontandosi tra Colleghi, scoprire che questa prassi è diventata decisamente cronica, tanto che stanno cominciando a farsi sentire diverse proteste di gruppi di persone non pagate da questo o da quell’altro editore. Descrivere, però, un quadro preciso allo stato attuale è praticamente impossibile perché, per quanto la questione stia finalmente cominciando a emergere, il timore di perdere offerte di lavoro o di rendersi sgraditi agli editori scoraggia ancora moltissimo la denuncia pubblica e collettiva, che al momento è l’unico modo di rendere nota l’effettiva entità del fenomeno, entità che dunque va estesa ben oltre le singole proteste recentemente emerse. Quindi, nonostante denunciare pubblicamente gli Editori debitori sia tutt’altra cosa dall’ottenere i compensi dovuti (a un mese dalla protesta pubblica nei confronti di ISBN Massimo Coppola non ha ancora provveduto a onorare i propri debiti né ha fornito risposte private ai singoli creditori), allo stato attuale solo le dichiarazioni pubbliche di credito di fatto aiutano a comprendere meglio l’entità del fenomeno dei mancati pagamenti nell’editoria.

In questo quadro, quanto influisce il tacito consenso di chi, pur di lavorare, accetta condizioni contrattuali che di fatto non rispettano il lavoro svolto?
Le condizioni contrattuali in realtà cambiano a seconda del ruolo e del tipo di lavoro da svolgere: gli Autori, per esempio, in certi casi possono ricevere un anticipo sul compenso, e hanno così la possibilità di fermare il lavoro e cercare di farsi pagare prima di consegnarlo, mentre collaboratori e traduttori, per i quali in Italia è ormai convenzione consolidata il pagamento a lavoro consegnato, possono fare ancora meno per vedere rispettati gli accordi. Se i contratti venissero rispettati, naturalmente, il problema non sussisterebbe. Tuttavia la questione del non farsi rispettare a monte si pone rispetto ai compensi  -per esempio quelli per la traduzione in Italia sono tra i più bassi non solo d’Europa ma del mondo-  e certo continuare ad accettare paghe irrisorie per timore di perdere occasioni di lavoro o di rendersi sgraditi nel settore non solo danneggia chi le accetta, ma anche la professione tutta, perché contribuisce a consolidare una tariffa media al di sotto della soglia di rispetto e di dignità.

In che misura ritenete che casi come quello di ISBN siano generati da una sorta di malcostume che affligge il settore e dalla crisi dell’editoria?
Le due cose sono inevitabilmente correlate; se non ci fosse la crisi dell’editoria, se la vendita di libri negli ultimi anni non avesse subito i cali vertiginosi che tutti conosciamo, certo il malcostume dei mancati pagamenti non avrebbe raggiunto gli attuali livelli di cronicità, non sarebbe diventato una sorta di ‘sistema’ di sopravvivenza per molti Editori. Tuttavia va detto che spesso a monte ci sono anche scelte imprenditoriali e amministrative sbagliate, per cui anziché aggiustare il tiro, ridurre gli investimenti e commisurarli alle potenzialità ridotte, si assegnano nuovi lavori sperando in una svolta miracolosa che non arriva e però nel frattempo accumulando i debiti ed esasperando i creditori. Ma è doveroso dire anche che in Italia ci sono molti Editori che invece, pur con grandissima difficoltà, nonostante la crisi e nonostante le difficoltà economiche, riescono a gestire la situazione evitando di sobbarcare i propri debiti a dipendenti e collaboratori, evitando di assegnare lavori che sanno già di non poter pagare.

Cosa proponete col Vostro blog e a chi si rivolge?
Si rivolge a tutti i lavoratori della filiera del libro, dagli Editori ai librai, dai dipendenti ai Lettori, dai collaboratori ai distributori. Secondo noi il confronto su tutti i livelli è l’unico modo di prendere coscienza dei problemi e provare a trovare soluzioni che non siano unilaterali, e perciò zoppe in partenza. Quindi cerchiamo di favorire l’informazione, l’ascolto del punto di vista dei diversi ruoli del settore, in modo da sviluppare un discorso collettivo sempre meno chiuso sui problemi di ciascuno e sempre più aperto a uno sguardo il più ampio possibile. In questo modo, anche partendo dall’analisi delle condizioni di un singolo soggetto della filiera, le riflessioni e le eventuali soluzioni proposte terranno conto del contesto e saranno più efficaci.

Qual è a Vostro avviso il primo passo per sradicare pratiche ormai diffuse che sviliscono il lavoro culturale?
Sicuramente c’è bisogno di maggiori tutele per dipendenti e collaboratori perché sono l’anello più fragile della catena. Questo perché i soggetti più forti della filiera come i tipografi, i distributori e i librai, senza i quali i libri non verrebbero neanche pubblicati né venduti, sono collegati più direttamente al profitto degli editori. Quindi questi ultimi tendono a non pagare soprattutto dipendenti e collaboratori perché non solo non hanno il potere di impedire la pubblicazione o la vendita dei libri, ma perché i loro singoli compensi sono spesso talmente bassi da non giustificare azioni legali per ottenere quanto gli spetta. Ma dal nostro punto di vista, come dicevamo, pensare di risolvere le problematiche di questi ruoli professionali più fragili è impensabile senza un confronto reale con tutti gli altri interlocutori del settore, senza una volontà collettiva di trovare soluzioni che non siano una coperta troppo corta, che copre da una parte per scoprire dall’altra.

 

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