martedì, Agosto 3

IS, la versione dell'Iran Per i Pasdaran e secondo fonti irachene molti ceceni e anche donne ucraine

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 Califfato

All’Assemblea generale dell’ONU il Presidente dell’Iran, Hassan Rohani, ha definito i jihadisti dell’IS, lo Stato islamico nel Nord della Siria e dell’Iraq, «assassini estremisti che non parlano un’unica lingua, non sono di un unico colore né di un’unica nazionalità e sono arrivati in Medio Oriente da tutto il mondo».
Le responsabilità per la nascita di una macchina della morte che mira alla «distruzione della civiltà», ha ammonito, sono innazitutto della «strategia sbagliata» degli Stati Uniti in Medio Oriente, sia per le «ingerenze inappropriate in Siria» sia per le precedenti «aggressioni militari in Iraq e Afghanistan».
La linea di Rohani coincide con quella del neo Premier iracheno Haider al Abadi, sciita del partito del dimissionario Nouri al Maliki piazzato alla guida del Paese con il placet anche dell’Iran, dopo che al Maliki, fondato il Califfato dell’IS, era diventato impresentabile.
Alle Nazioni Unite al Abadi ha lanciato l’allarme di imminenti attacchi terroristici, pianificati negli Stati Uniti e in Francia (in particolare, alle stazioni della metropolitana di Parigi, nello stile della vecchia al Qaeda): una minaccia che alla Casa Bianca non risulta, ma che comunque gli americani si sono riservati di verificare.
Sempre da fonti irachene, nella Repubblica islamica circola anche la notizia di «donne ucraine» tra i combattenti dello Stato islamico nella «città di Mosul», impegnate in «cure mediche», una «nell’ospedale cittadino», e altre anche in non meglio precisate «operazioni di uccisioni».

Mentre il mondo attende di sapere come abbiano fatto, nell’aprile scorso, due ragazzine austriache di origine bosniaca, Samra Kesinovic (16 anni) e l’amica Sabina Selimovic (15 anni), a finire tra i jihadisti dell’IS in Siria a «servire Allah», l’agenzia ‘Iraq TradeLink’ riporta che, oltre alle ucraine, fonti locali di «sicurezza e intelligence» indicano la «presenza di centinaia di stranieri», e in particolare «europei», sia in Iraq sia in Siria tra i «ranghi del Daish», il nome arabo del Califfato.
Le informazioni, diffuse da organi di propaganda e non verificabili, hanno se non altro il pregio di essere circostanziate.
Sui media di Stato iraniani, i combattenti dell’IS vengono citati come tafkiri, gli apostati condannati a morte per reati imperdonabili di «massima empietà» contro l’Islam. Ancora prima che la Turchia -sospettata di gravi collusioni con lo Stato islamico dopo la liberazione dei 49 ostaggi dell’IS e per il non intervento durante l’attacco jihadista alla provincia curdo-siriana di Kobane, alla sua frontiera- la Repubblica islamica insiste nel chiamare in causa «l’intelligence saudita, che è creduta indirettamente supportata da Israele».
Ancora una volta, è il Premier succeduto al Governo fantoccio di al Maliki, curiosamente controllato da Teheran e dagli Usa fino alla crisi del giugno scorso e anche dopo, a fornire le indicazioni riprese dai media iraniani.
Stupito delle scuse all’Arabia Saudita, alla Turchia e agli Emirati del vice Presidente americano Joe Biden, pentitosi di aver loro rinfacciato di foraggiare l’IS, al Abadi ha puntato il dito contro i «molti provocatori in Arabia Saudita e in alcuni altri Stati del Golfo».

Dicendosi in possesso di informazioni che lo confermano, il Premier iracheno non ha risparmiato le accuse alla Turchia e al Qatar (principali supporter della Primavera araba in Egitto, Libia e anche in Siria) per aver finanziato l’opposizione siriana, «sapendo bene» che le fazioni più dure erano jihadisti «dell’Is, di al Nusra e di altre formazioni terroristiche» e «usandole anzi contro i rivali nella regione».
In questa cornice d’interessi, scrive sul quotidiano iraniano ‘Hamshahri  l’esperto Siamak Kakaei, è illusorio credere che il via libera del Parlamento turco a un intervento, anche di terra, in Siria si traduca davvero in un «piano per prevenire la minaccia dell’IS». Piuttosto, è una «mossa strategica per portare sotto il controllo di Ankara le azioni dei curdi siriani» e anche per «reagire all’opinione pubblica mondiale che considera la Turchia la fonte principale di supporto all’IS».
Per queste ragioni nemmeno la decisione dei deputati, per Kakaei, «potrà cambiare la natura dell’approccio politico verso lo Stato islamico».
Per Teheran comunque lo zoccolo duro del fiume di denaro, che il re della Giordania Abdullah stima in 1.000 euro al mese per i combattenti vestiti di nero (l’equivalente di uno stipendio medio-alto della regione), resta comunque l’Arabia Saudita, da decenni finanziatrice delle cellule salafite di radicali sunniti sparse nel mondo.
Il monarca hascemita, filo-americano, non è potuto andare oltre, pur avendo ammonito, in precedenza, come «l’ascesa dello Stato islamico era evitabile se la comunità internazionale avesse impedito che i finanziamenti ai gruppi islamisti prendessero la misura che hanno avuto».

In un’intervista al controverso docente filo-iraniano della California State University, Paul Sheldon Foote, l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) ha rilanciato il messaggio dei «sauditi maggiori sostenitori dell’IS», come evoluzione di al Qaeda.
«Le grandi organizzazioni terroristiche hanno bisogno di soldi e armi», sostiene Foote. «America, Israele e altri Paesi avrebbero fornito addestramento, soldi e altre forme di sostegno», ma Riad sarebbe il «supporter di punta del gruppo terroristico».
Le risposte di Foote, accusato di antisemitismo, sono spesso approssimative e non supportate da dati. Tra le domande fatte dalla stampa iraniana spicca tuttavia il dato di «probabilmente 3.000 combattenti stranieri» dell’IS, «circa un migliaio dalla Cecenia, 500 o forse di più dalla Gran Bretagna e centinaia di altri dalla Francia, dall’Olanda e altri Paesi d’Europa», per un totale di circa 6.000 jihadisti in Iraq fino ad altri 5.000 in Siria.
Anche il Consiglio supremo di Sicurezza iraniano, in guerra contro l’IS sia alle frontiere della Repubblica islamica sia con un’unità d’élite e milizie sciite in Iraq e in Siria, è convinto che la «cosiddetta coalizione internazionale contro i takfiri dell’IS ha lo scopo di rafforzare i confini del regime sionista, piuttosto che portare stabilità della regione».
Per la Guida Suprema Ali Khamenei, sull’IS gli alleati occidentali «perseguono il disegno» di «dare sicurezza a Israele. Accendendo la guerra tra i musulmani sciiti e sunniti , si indeboliscono gli Stati islamici», è il suo ultimo commento
È la linea «anti-sionista» e complottista di sempre dei terroristi fatti venire da fuori. Ma certo per pagare 1.000 euro al mese l’esercito di mercenari che gli Usa e le intelligence occidentali stimano in oltre 30 mila unità («15 mila gli stranieri da 80 Paesi», ha detto Barack Obamaoccorrono molti soldi.

 

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