martedì, Settembre 21

IS, la morsa su Kobane In Spagna dilaga l'allarme ebola: altri tre casi sospetti

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Bandiera nera sulle colline di Kobane, la città curda assaltata dai jihadisti dello Stato islamico (IS) al confine con la Turchia, Paese della Nato.
Il centro resta difeso con il sangue dai peshmerga e in diversi quartieri si continua a sparare. I combattimenti proseguono, ma, nella notte, le forze di autodifesa curde (YPG) hanno iniziato ad attraversare il confine verso la Turchia, quasi in segno di resa, insieme con i civili: oltre 700, secondo le fonti turche della vicina Suruç.
Lo Stato islamico sta avendo la meglio nel centro dove i curdi hanno resistito per giorni. In loro aiuto, la Coalizione anti-IS ha sferrato dei raid aerei su Kobane. Ma, come altrove, non sono serviti a molto.
I jihadisti avanzano in Siria e in Iraq, conquistando terreno, nonostante i bombardamenti degli americani e dei loro alleati. L’esercito turco, schierato lungo la frontiera con truppe e carri armati, non ha sconfinato di un passo, nonostante il via libera del Parlamento all’intervento diretto. «Kobane è sul punto di cadere. Il terrorismo non sarà fermato dai raid, ma solo se collaboreremo per un’operazione di terra d’intesa con coloro che già combattono sul terreno», ha dichiarato Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, visitando un campo di profughi siriani nel sud della Turchia.
Accusata di collusione con i gruppi jihadisti per rovesciare il regime siriano e piegare l’indipendentismo curdo, per muoversi Ankara ha chiesto dagli Usa azioni militari come l’introduzione di una no fly zone sulla Siria per rimuovere il Presidente siriano Bashar al Assad, non solo per colpire l’IS.

Manifestazioni curde si sono tenute in Turchia e in tutta Europa, compreso il sit-in dell’aeroporto di Fiumicino, a Roma, dove sono esplosi dei tafferugli. A Istanbul si sono registrati violenti scontri tra i dimostranti e le forze dell’ordine. I media turchi hanno anche riportato la notizia da confermare che, nella provincia orientale di Mus Varto, un 25enne sceso in strada in sostegno ai curdi sarebbe morto, ucciso da un proiettile della polizia.
Per Osservatorio nazionale per i diritti umani (ONDUS) dei ribelli siriani, i caduti in battaglia sarebbero almeno 400 dall’inizio dell’offensiva su Kobane, il 16 settembre scorso: 219 jihadisti, 164 peshmerga che difendevano la città, 9 membri di milizie loro alleate e 20 civili, quattro dei quali decapitati.
I numeri diffusi dal Pentagono sui raid in Siria e Iraq mostrano la limitatezza del contributo militare degli alleati degli Usa: solo il 10% dei quasi 2 mila bombardamenti aerei, dall’agosto scorso, è stato infatti condotto dagli arabi e dagli altri Paesi che hanno annunciato raid (Francia, Belgio, Gran Bretagna, Danimarca e Olanda), per un totale di 1.768 attacchi statunitensi, contro 195.
Sul massacro di Kobane, l‘Iran ha denunciato la «passività della comunità internazionale». Teheran vuole un impegno occidentale in «sostegno al governo siriano», inconciliabile con la posizione turca. Nella regione sudorientale di Mardin, al confine con la Siria, Ankara ha imposto il coprifuoco in sei, anche a causa dei violenti scontri esplosi tra polizia e dimostranti filo-curdi.

Sempre nella regione di Aleppo confinante con la Turchia, una «ventina» di cristiani sono stati rapiti, insieme con il loro parroco cattolico siriano, nel villaggio di Knayeh.
Non è chiaro chi abbia compiuto il sequestro: «L’area a nord-ovest è recentemente passata dal controllo dello Stato islamico a quello dei qaedisti al Nusra. Nella regione sono attive varie organizzazioni, da quelle criminali ai gruppi armati», ha dichiarato il nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari.
Giornata di grave escalation militare anche tra Libano e Israele. L’artiglieria dello Stato ebraico ha risposto con «decine di colpi» in territorio libanese a una carica fatta esplodere da Hezbollah contro un mezzo blindato israeliano nei territori occupati delle Fattorie di Shebaa, sul Golan.
Tre soldati sono rimasti feriti, in modo non grave. Alla reazione di Tel Aviv sono poi seguiti nuovi attacchi, nella stessa zona. Israele ha a sua volta ripreso a sparare contro le postazioni di Hezbollah. La frizione odierna segue l’apertura del fuoco dell’Esercito, due giorni fa, contro «persone sospette» che avevano tentato di infiltrarsi dal Paese dei cedri.
L’instabilità del Libano, sotto pressione da anni per la guerra al confine siriano, è in aumento.

Nell’Europa minacciata dall’IS dilaga anche l‘allarme del virus ebola. Dopo gli Usa, l’epidemia che miete migliaia di morti in Africa occidentale ha raggiunto la Spagna.
Ricoverata l’infermiera 44enne, dal 5 ottobre «in condizioni stabile e con la febbre alta», Madrid è in allerta per possibili altri tre casi di contagio: i pazienti sono tenuti sotto osservazione all’ospedale della capitale Carlo III-La Paz, dove lavorava la prima malata.
Il nosocomio è lo stesso dove erano stati assistiti i due missionari spagnoli rimpatriati dalla Sierra Leone e poi deceduti e la Commissione dell’Unione europea (UE) ha chiesto al Governo spagnolo «chiarimenti» sulla falla nel sistema sanitario che ha permesso il contagio al di fuori dell’Africa. «Esiste la possibilità che qualcuna delle persone entrate in contatto con la prima infermiera si siano infettate», ha ammesso il Ministero spagnolo della Sanità, «anche se questo non comporta rischi per la popolazione, la possibilità di contagio è bassa, ma c’è».
In Italia, il Ministero della Salute Beatrice Lorenzin ha richiesto al responsabile alla Farnesina un «censimento di tutti i connazionali cooperanti nei Paesi colpiti dal virus, per modulare e programmare eventuali interventi di evacuazione».

Il panico per l’ebola ha offuscato, in Europa, la crisi ucraina riesplosa nonostante la tregua. Nelle ultime 24 ore, i morti per i bombardamenti d’artiglieria a Donetsk, roccaforte separatista bersagliata dalle forze di Kiev, sono stati almeno 19, secondo fonti filorusse.
Kiev non nega il sangue scorso durante il cessate il fuoco costantemente violato: un mese dopo l’accordo di Minsk sul disarmo, il Governo ucraino conta 56 soldati e 32 civili uccisi. I morti dall’inizio del conflitto ad aprile sarebbero quasi mille.
Filorussi e truppe regolari si rimpallano ogni volta le responsabilità per la rottura dell’armistizio. A telefono, il Presidente ucraino Petro Poroshenko e la Cancelliera tedesca Angela Merkel hanno discusso, concludendo una «mancanza di progressi, che mettono in pericolo il piano di pace».
Dalla Germania è partito intanto il primo convoglio non russo verso l’Ucraina dell’Est: 100 camion con un carico di circa 10 milioni di euro, tra apparecchiature per il riscaldamento, coperte, abiti invernali, materiale per edilizia, generatori di energia e letti. Una missione concordata con Kiev della Croce Rossa tedesca.

 

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