lunedì, Settembre 20

Iran: che accordo vorrebbe Trump? Con Riccardo Alcaro (IAI) parliamo delle ragioni che spingono gli USA a voler ritrattare sul nucleare iraniano

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Oltre a Russia e Cina, che sono diretti competitori degli USA, quali Paesi sostengono il mantenimento degli attuali accordi?

L’accordo è stato siglato da Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e l’Unione Europea: ad eccezione degli Stati Uniti, tutte le altre parti dell’accordo sostengono che l’accordo stia funzionando, che non si tratti di un accordo debole ma che sia un buon accordo il quale potrebbe senz’altro essere migliorato, ma solo sulla base di un negoziato multilaterale tra tutte le parti. Gli europei, sia i tre che hanno messo la firma su quell’accordo, sia tutti gli altri venticinque che fanno parte dell’Unione Europea, sono nettamente a favore di questo accordo. Per quanto riguarda il resto del mondo, ricordo che questo è un accordo politico che è stato incorporato in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nel mondo c’è, in generale, sostegno per l’accordo, con l’eccezione di alcuni Stati dell’area, in particolare, come detto prima, Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che, pur essendo un piccolo Stato, fanno spesso da traino alle politiche più aggressive ed intransigenti di Riad. Credo che gli altri Stati dell’area, Oman, Qatar, Iraq, Turchia, Egitto, Siria, Giordania (anche se, essendo molto fragile, la Giordania è un caso un po’ a sé), siano grosso modo a favore dell’accordo: se non altro perché elimina una questione potenzialmente critica, come quella nucleare, dalla contesa geo-politica in corso tra l’Iran e i suoi nemici.

Tra le richieste di modifica al trattato, quali sono i punti che l’Iran non potrebbe mai accettare e quali quelli su cui un accordo potrebbe essere possibile?

Per quanto riguarda l’estensione delle restrizioni, seppure non sarebbe impossibile pensarlo, è certo che l’Iran non potrebbe accettare una modifica unilaterale dell’accordo firmato nel 2015 senza vedersi offrire nulla in cambio; sarebbe molto meglio se qui limiti venissero estesi a tempo indeterminato, però gli Stati Uniti dovrebbero essere pronti a mettere sul tavolo negoziale qualcos’altro: non si può modificare un accordo unilateralmente perché sarebbe evidentemente una violazione dell’accordo stesso. Anche se io la vedo come una possibilità remota, in teoria sarebbe possibile arrivare ad un accordo su questo punto: l’Iran non è pregiudizialmente contrario a ridiscutere i termini dell’accordo, se si vedesse offrire in cambio qualcosa di rilevante.

Sul fronte della limitazioni allo sviluppo balistico, invece, le questioni sono molto più complicate. Credo che Teheran non abbia nessun interesse a negoziare e fare compromessi sul fronte balistico perché l’Iran, che è uno Stato con risorse finanziarie limitate e che ha un budget militare che si aggira attorno ai 16 miliardi di dollari all’anno (quello israeliano, per fare un raffronto, è oltre i 20 miliardi di dollari mentre quello saudita supera i 70 miliardi di dollari), ha dovuto sviluppare forme di deterrenza e pressione asimmetriche nei confronti dei suoi avversari regionali: l’appoggio a milizie in Iraq, Libano o Siria e, appunto, lo sviluppo dei missili balistici che, in fin dei conti, sono un modo di colpire il proprio avversario piuttosto economico. Detto questo, l’Iran non ha piani di sviluppo di missili balistici a lungo raggio o intercontinentali, quindi, sul quel fronte, si potrebbe anche raggiungere una qualche forma di tacito accordo, limitando lo sviluppo balistico a missili a corto e medio raggio. Quello a cui l’Iran non può senz’altro rinunciare è una capacità balistica che sia in grado di colpire i propri nemici nella regione; altrimenti significherebbe chiedere al Paese, se non di disarmarsi, di ridurre una fondamentale componente del proprio sistema di difesa e si tratta di una richiesta che, chiaramente, nessuno Stato potrebbe mai accettare, tanto meno uno Stato così orgoglioso della difesa della propria sovranità come l’Iran. Inoltre bisogna considerare che l’Iran è sempre stato in una posizione geo-politica complicata perché non ha alleati naturali nell’area.

In sostanza, le richieste di modifica dell’accordo avanzate da Trump non verranno mai accettate dall’Iran, a meno che questo non si veda offrire qualcosa in cambio. Del resto Trump le richieste non le ha fatte all’Iran, bensì agli europei. La domanda corretta, quindi, sarebbe: “a quali richieste di Trump gli europei possono andare incontro senza che l’Iran consideri leso l’accordo sul nucleare al punto di uscirne?”. Di certo nulla sul fronte dei limiti: la durata dei limiti allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano sta nell’accordo e non c’è modo di modificarlo senza un assenso di Teheran; se gli europei e gli americani si dovessero mettere d’accordo per una eventuale reimposizione delle sanzioni tra dieci o quindici anni, qualora l’Iran dovesse andare oltre quei limiti, anche se quei limiti saranno estinti, questa sarebbe una violazione dell’accordo stesso e l’Iran lo troverebbe del tutto inaccettabile. Per quanto riguarda le sanzioni che Trump vuole che gli europei mettano sul programma balistico, potrebbero esserci dei margini: se gli europei dovessero imporre delle sanzioni su individui o società iraniane che lavorano al programma balistico che, però, non replichino quelle già revocate dagli europei stessi in base all’accordo sul nucleare, l’Iran certamente protesterebbe, ma potrebbe anche considerare che, tutto sommato, gli convenga restare nell’accordo.

Vedo, quindi, un piccolo spazio  di negoziazione sul fronte balistico mentre, sul fronte dei limiti, no: al massimo si potrebbe arrivare ad un impegno degli europei, un volta che questi limiti verranno meno, a sedersi al tavolo con gli americani e considerare le opzioni per evitare che l’Iran si doti effettivamente di un’arma nucleare. Il punto è che nessuno sa come sarà il mondo tra quindici anni: è una classica tattica diplomatica, ovvero si pospone una cosa di dieci o quindici anni (che in diplomazia è come dire un secolo) e ci si pensa dopo perché, nel frattempo, si è salvaguardata la tenuta dell’accordo, che è la cosa essenziale. Bisogna, però, vedere se Trump è disponibile a restare nell’accordo: io, sinceramente, non credo.

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