sabato, Luglio 24

Iran: che accordo vorrebbe Trump? Con Riccardo Alcaro (IAI) parliamo delle ragioni che spingono gli USA a voler ritrattare sul nucleare iraniano

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Nel luglio del 2015, dopo lunghe e faticose trattative, venne firmato l’accordo sul nucleare civile iraniano. In seguito alla firma da parte di Stati Uniti, Iran, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania ed Unione Europea, l’accordo fu inserito in una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Nel 2015, il Presidente degli USA era il democratico Barack Obama. Il suo successore, attualmente in carica, il repubblicano atipico Donald Trump, dopo un breve periodo in cui era sembrato intenzionato a mantenere la rotta del suo predecessore, nell’ottobre del 2017 ha inaspettatamente cambiato rotta, definendo più volte l’accordo come disastroso e palesando l’intenzione di uscire dallo stesso.

Nel mantenere questa linea, Trump non solo è entrato in rotta di collisione con l’Iran e con i Paesi politicamente più vicini a Teheran, in questo caso Russia e Cina, ma con gli stessi alleati della UE e con molti suoi collaboratori.

Il contrasto con gli alleati europei è apparso subito evidente: ai toni violenti e provocatori del Presidente USA, sia i Governi dei singoli Paesi, sia le istituzioni UE, hanno sempre risposto con inviti alla calma, considerando la fatica fatta per raggiungere l’accorro e ritenendo che questo stia funzionando (inoltre, è probabile che gli europei considerino meno pericoloso un Iran maggiormente integrato nella Comunità Internazionale). Le obiezioni europee non hanno avuto molto successo, semmai è possibile che abbiano contribuito Trump a minacciare una guerra dei dazi contro la UE.

Per quanto riguarda i propri collaboratori, Trump è entrato in contrasto con molti di questi fino a sostituirli con personaggi più inclini a sostenere le proprie posizioni: l’ultima di queste sostituzioni al vertice, quella che ha visto il Segretario di Stato Rex Tillerson sostituito da Mike Pompeo, è stata giustificata ufficialmente proprio con il disaccordo del primo con la politica del Presidente sull’accordo iraniano.

Quali sono, però, le ragioni che spingono Trump a intraprendere un cambio di direzione così netto rispetto alla precedente politica USA? Quale sarebbe l’accordo perfetto per Washington? Che ruolo giocano, nelle decisioni del Presidente, Paesi tradizionalmente alleati degli USA e nemici dell’Iran, come Israele e Arabia Saudita? Che ruolo avranno gli altri attori internazionali?

Per tentare di far chiarezza su questi punti, abbiamo parlato con Riccardo Alcaro, Coordinatore della Ricerca dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

 

Perché gli Stati Uniti stanno ritrattando su una accordo che è stato raggiunto con tante difficoltà? Chi sono, negli USA, i fautori dell’uscita dall’accordo?

Il motivo che potrebbe spingere gli Stati Uniti a lasciare un accordo che avevano così difficilmente negoziato nel 2015, assieme allo stesso Iran e ad altre potenze mondiali, sta sostanzialmente nel cambio di Presidenza: Barack Obama era un fautore della diplomazia con l’Iran ed era persuaso che quell’accordo offrisse sufficienti garanzie che a Teheran fosse impedito di costruirsi un arsenale atomico, sia utilizzando il programma civile, sia utilizzando un eventuale programma segreto; Donald Trump, invece, è persuaso del contrario e pensa che questo accordo sia troppo debole in questo senso. Le figure che sostengono la linea di Trump sono soprattutto quelle che lui ha recentemente portato nel Gabinetto, ovvero il nuovo Segretario di Stato, Mike Pompeo, e il nuovo Consigliere alla Sicurezza Nazionale, John Bolton; i due predecessori, Rex Tillerson e H. R. McMaster, pur essendo fautori di una linea piuttosto dura nei confronti dell’Iran, erano, così come il Segretario alla Difesa Jim Mattis, comunque favorevoli alla permanenza degli Stati Uniti all’interno dell’accordo. Pompeo, invece, è sempre stato un critico dell’accordo sul nucleare, per non parlare di Bolton, che ha liquidato l’accordo come inutile e ha sostenuto, anzi, che gli Stati Uniti avrebbero dovuto bombardare le istallazioni nucleari iraniane anni fa. L’allontanamento di due personalità che, nonostante fossero dure sull’Iran, insistevano comunque sulla necessità di restare nell’accordo e l’inclusione nel Gabinetto di due ‘falchi’, nemici dell’accordo sul nucleare, evidentemente punta nella direzione di un prossimo ritiro da parte degli Stati Uniti.

Quale è l’accordo che vorrebbe l’Amministrazione Trump?

I motivi per cui Trump considera insufficiente l’accordo sono diversi.

In primo luogo, l’accordo pone dei limiti al programma nucleare civile iraniano, ma questi limiti verranno progressivamente meno tra dieci-quindici anni: Trump richiede che questi limiti siano resi permanenti perché, altrimenti, tra dieci o quindici anni, secondo lui non ci sarebbero garanzie che l’Iran non possa volgere il programma nucleare civile a scopi militari (ricordiamo che purtroppo la tecnologia nucleare ha questa natura duale in cui è molto facile utilizzare a scopi militari qualcosa costruito per scopi civili). Un altro motivo per cui Trump considera debole l’accordo sta nel fatto che questo riguarda esclusivamente le capacità militari dell’Iran e non tocca, invece, le capacità balistiche: i missili balistici sono gli unici vettori su cui l’Iran, eventualmente, potrebbe montare una testata nucleare. Non limitarli, per Trump, pone un problema di sicurezza.

Di conseguenza, Trump vorrebbe che i limiti allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano fossero estesi a tempo indeterminato e, in secondo luogo, vorrebbe includere nell’accordo anche delle restrizioni al programma balistico di Teheran.

I fautori dell’accordo, invece, sostengono che i limiti al programma nucleare, pur essendo temporanei, sono soltanto una parte dell’accordo, il quale ha anche introdotto un intrusivo sistema di controlli, da parte dell’Agenzia ONU per l’Energia Atomica, che dovrebbe effettivamente verificare che il programma nucleare civile iraniano non venga destinato ad usi militari, oggi come tra dieci o quindici anni. In ogni caso, poi, l’accordo ha talmente limitato il programma nucleare civile iraniano che, anche tra dieci o quindici anni, prima che l’Iran possa arrivare a sviluppare la tecnologia e il materiale necessario allo sviluppo di un arsenale militare, ci vorrebbe tanto tempo e le intelligence occidentali avrebbero modo, come hanno fatto in passato, di individuare questa eventuale violazione dell’accordo (che, comunque, impone per sempre all’Iran di non costruire armi nucleari). Infine, c’è sempre il calcolo secondo cui un Iran finalmente risocializzato, reintegrato nell’economia e nella comunità internazionale, fra dieci o quindici anni, non avrebbe incentivi a riesporsi all’isolamento e alle sanzioni, o addirittura ad un attacco militare, per perseguire un’opzione nucleare a fini bellici.

Oltre agli USA, contrari all’accordo sono Israele ed Arabia Saudita: quali sono i punti al centro dell’opposizione dei due Paesi? Le loro posizioni possono aver influito sul cambio di direzione nella politica di Washington?

Negli Stati Uniti c’è senz’altro un peso massiccio della lobby pro-israeliana e della lobby che risente dell’influenza dell’Arabia Saudita. Israele ed Arabia Saudita sono stati i principali oppositori dell’accordo per motivi leggermente diversi tra loro.

L’Arabia Saudita vede nell’Iran il suo rivale geo-politico naturale e pensa che un Iran che si possa dotare di armi nucleari possa perseguire una politica regionale molto più aggressiva. Il vero punto, però, è che l’Iran ha enormi potenzialità e, fino a che era isolato e ridotto ad uno status di paria per le sue ambizioni nucleari, non aveva il modo di minacciare la supremazia saudita nel Golfo Persico.

Per quanto riguarda Israele, il Governo di Tel Aviv sostiene che un Iran nucleare costituirebbe una minaccia esistenziale allo Stato ma, più realisticamente, gli israeliani non vogliono perdere la supremazia  tecnologica in campo militare (Israele è l’unico Stato nucleare in tutto il Medio Oriente).

La lobby pro-israeliana, che tra l’altro negli Stati Uniti è in linea con la Destra israeliana al Governo, e quella pro-saudita hanno spinto tantissimo perché si osteggiasse questo accordo nucleare che Obama riuscì a negoziare con un sostegno minoritario del Congresso, che allora come oggi, era in mano ai repubblicani. Direi, quindi, che il peso della lobby pro-israeliana e della lobby pro-saudita sia stato piuttosto rilevante, nel calcolo politico che si fa in America sulla questione nucleare iraniana.

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