lunedì, Aprile 19

Iraq, tutti con al Abadi Dall'Iran agli Usa e ai sauditi, il mondo scarica al Maliki

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 al Abadi

Il Premier iracheno uscente Nuri al Maliki è stato scaricato anche dall’ultimo suo alleato, l’Iran sciita degli Ayatollah.
Ma anche con il sì della Guida Suprema Ali Khamenei, per una volta d’accordo con Arabia Saudita e Lega Araba al «processo legale per la nomina a nuovo Primo Ministro» di Haidar al Abadi da parte del capo di Stato iracheno curdo Fuad Masum, al Maliki non si arrende.
Al Governo in Iraq dal 2006, non intende andarsene e ha ordinato all’Esercito e alle Forze di sicurezza, inviate a presidiare la green zone delle Ambasciate e dei palazzi del potere di Baghdad, di «non interferire nella crisi politica», continuando «nel loro dovere di proteggere il Paese».
Pare comunque che il massiccio schieramento disposto nel week end nella capitale, dove sono morte altri 10 fedeli sciiti per un’autobomba in una moschea, sia stato ritirato: abbadonato da tutti, i toni di al Maliki si sono fatti soft.
Negli Usa scossi per la morte suicida, a 63 anni, dell’attore premio Oscar Robin Williams, il Presidente Barack Obama ha invitato l’iracheno al Abadi a formare al più presto, come neo Premier designato, un nuovo Governo rappresentativo tutte le comunità, inclusi i sunniti moderati che, nell’emarginazione, hanno finito per favorire, almeno in parte, l’avanzata jihadista dell’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e del Levante).

Notizie di nuovi massacri dei fondamentalisti sono arrivate dalla testimonianza di un soldato iracheno, secondo il quale «centinaia di militari iracheni e cadetti dell’aeronautica», suoi commilitoni, sarebbero stati «giustiziati, nel giugno scorso, nella base aerea Spiker, a nord di Tikrit».
Dopo cinque giorni di «raid mirati», gli americani non riescono a debellare la minaccia dei radicali sunniti che hanno instaurato un Califfato islamico nel nord della Siria e dell’Iraq: ci vorrà del tempo, e Obama conta anche sull’aiuto degli alleati francesi e inglesi e, in generale, su un sostegno indiretto europeo.
Nella notte, gli arei militari della RAF (l’aviazione britannica) sono tornati a paracaduta aiuti sul Monte Sinjar, dove sono sotto assedio migliaia di yazidi, minoranza religiosa perseguitata dall’ISIS.
Al momento l’intervento britannico è umanitario, non militare, ma Londra valuta di inviare tornado in appoggio ai caccia statunitensi e di armare i peshmerga curdi. Anche Parigi è pronto a un sostegno militare agli Usa, ma non vuole agire da solo.
Con il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini, l’omologo francese Laurent Fabius ha chiesto con urgenza una «convocazione dei 28 Ministri degli Esteri dell’Unione europea»(UE): «So bene che in Occidente è periodo di vacanze, ma quando la gente muore, anzi crepa, bisogna tornare dalle ferie».
All’Alto rappresentante per la politica estera UE Catherine Ashton, Mogherini e Fabius hanno scritto di discutere di «l’eventuale fornitura di armi ai curdi». La Germania, nel frattempo, ha deciso di inviare «attrezzature militari e veicoli blindati al Governo iracheno, non armi ma equipaggiamento non letale»: un passo avanti, comunque, rispetto ai solo «aiuti umanitari» annunciati in precedenza.

A Bruxelles si è svolta la riunione straordinaria degli ambasciatori del Comitato politico e di sicurezza (COPS) UE per le crisi internazionali in Iraq, Ucraina e Gaza, senza sostanziali decisioni.
Intanto, per l’emergenza l’UE ha stanziato altri 5 milioni di euro per aiuti umanitari in Iraq. Nelle mani dell’ISIS, autori di numerosi sequestri, potrebbero essere finite anche le volontarie italiane in Siria Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, di 21 e 20 anni.
Attraverso la stampa, il padre di Vanessa, Salvatore Marzullo, si è appellato ai rapitori, affinché alle ragazze scomparse da Aleppo siano risparmiate sofferenze: «Volevano il bene e sarebbe un dramma se qualcuno le ripagasse con il male».
A Gaza, ha retto la tregua di tre giorni, mentre in Egitto, dove ufficialmente sono ripresi i negoziati indiretti di pace tra israeliani e palestinesi, all’università del Cairo sono riesplosi tafferugli. Nel caos del post Primavera araba come la Siria e l’Egitto, la Libia è stata teatro di un altro omicidio politico: il capo della polizia di Tripoli, il colonnello Mohamed Sweisi, è stato assassinato in un’imboscata da uomini armati e incappucciati, mentre rientrava da una riunione.
Nel Parlamento trasferito in Cirenaica, intanto, con 141 voti a favore i nuovi deputati libici hanno sdoganato l’elezione diretta del capo dello Stato attraverso una consultazione popolare.

A sud, nell’Africa occidentale, non si attenua l’emergenza per il virus Ebola. L‘Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato «superata la soglia dei 1000 morti» Tra il 7 e il 9 agosto sono stati registrati altri 69 nuovi casi di contagio, in tre dei quattro Paesi colpiti, ovvero Guinea, Liberia e Sierra Leone.
L’allarme si è temporaneamente calmato solo in Nigeria e, mentre la società farmaceutica americana produttrice del farmaco sperimentale ZMapp ha fatto sapere di avere inviato gratuitamente in Africa tutte le sue scorte disponibili, il Comitato di esperti di etica medica dell’OMS ha dato il via libera ai trattamenti non ancora omologati contro l’epidemia.
Tra le vittime di Ebola, si conta anche il missionario spagnolo Miguel Pajares, ammalatosi in Liberia e rimpatriato a Madrid con un volo speciale la settimana scorsa.

Dopo il bando del Cremlino dell’import da Ue, Usa, Canada e Austrialia di beni alimentari, a Sochi si è consumata la strana alleanza tra la Russia in guerra fredda del Presidente Vladimir Putin e il suo omologo e (come lui) ex militare Abdel Fattah al Sisi, braccio destro degli Usa.
Al termine del bilaterale, il Cremlino ha annunciato il «rafforzamento della cooperazione industriale e militare tra Egitto e Russia».
Ma sull’Ucraina Mosca è sempre più isolata. Kiev ha deciso di bloccare l’ingresso a Kharkiv, regione filorussa dell’Est tornata sotto il controllo del Governo centrale, di un convoglio russo, ufficialmente umanitario, di 280 autocarri partito da Mosca e atteso a destinazione non prima di 24 ore. Ma secondo le autorità ucraine «non autorizzato né dalla Croce rossa né dal Governo ucraino» e, a loro dire, composto da «veicoli militari dipinti di bianco». Nonostante le nuove perdite, l’Esercito di Kiev si è inoltre dichiarato pronto a «circondare definitivamente» Lugansk, altra roccaforte separatista.
Per la Nato «senza l’autorizzazione del Governo ucraino qualsiasi intervento umanitario è illegale». E anche Ue e Usa restano dalla parte di Kiev: al telefono con il Premier ucraino Petro Poroshenko, il suo collegna italiano Matteo Renzi ha promesso «pieno e incondizionato sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina».
La Commissione europea, intanto, ha stanziato 2,5 milioni di euro aggiuntivi per aiuti umanitari a Kiev, mentre il Segretario di Stato americano John Kerry ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica alla tragedia del volo Mh17 della Malaysia Airlines abbattuto nell’Ucraina dell’Est: «Gli Usa esigono giustizia pet questo crimine impensabile».

 Dall’Italia, è da rimarcare la netta apertura del Capo di Stato Giorgio Napolitano all’ingresso della Turchia nell’UE: «Prospettiva», si è augurato, «da verificarsi e rilanciarsi nel corso del semestre di Presidenza italiana».
In occasione delle felicitazioni al neo Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Napolitano ha scritto all’omologo che «l’Italia sostiene da sempre e con convinzione il percorso di Ankara verso una piena integrazione nell’Unione europea».

 

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