sabato, Luglio 24

Iraq: tutte le (non) colpe di Tony Blair

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L’Alta Corte di Londra ha respinto la richiesta Abdulwaheed al-Rabbat, generale iracheno in pensione che chiedeva di mettere sotto processo per crimini di guerra l’ex premier britannico Tony Blair. Nel mirino la decisione di intervenire in Iraq del 2003.

L’Alta Corte sbarra, dunque, le porte al processo dopo che sulla questione si era espressa nello stesso senso, in precedenza, anche la Westminster Magistrates Court. Al Rabbat aveva chiamato in causa non solo Blair ma anche l’ex segretario degli Affari Esteri Jack Straw e l’avvocato generale Lord Goldsmith a causa della presunta aggressione contro Baghdad decisa con il pretesto dell’esistenza di armi di distruzione di massa nel Paese che poi non vennero trovate.

Nel 2016, l’accusa penale contro Blair era stata bloccata dal giudice distrettuale del Tribunale di Westminster Magistrates, Michael Snow nonostante le rivelazioni contenute nel Rapporto Chilcot, diffuso a luglio 2016, sul ruolo del Regno Unito nell’invasione irachena nel 2003 che ha evidenziato gli errori di valutazioni fatte dal Governo britannico.

Nel 2003 il Regno Unito, con l’allora premier Antony Charles Lyton Blair, conosciuto oggi come Tony Blair, rimane coinvolto in una grande operazione militare: l’invasione dell’Iraq. Il Governo americano,  aveva riportato, anche in sede ONU, il possesso e l’utilizzo di armi chimiche da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. Si scoprirà più avanti che tutto ciò era una grossa menzogna, ma l’operazione era già stata avviata.

L’operazione, iniziata il 20 marzo, ha poi preso il nome di ‘Seconda Guerra del Golfo’, inaugurata comunque dagli Stati Uniti, che avevano come principale obiettivo quello di deporre Saddam Hussein. L’alleato degli americani Blair si è sempre trovato in accordo, pronunciando anche il famoso discorso ‘ World a better place without Saddam Hussein’.

La stima è fatta da Linda Bilmes, nel febbraio 2008, e da Joseph Stiglitz, ed è di circa tremila miliardi. I due autori pubblicano anche un libro, il The Three Trillion Dollar War: The True Cost of the Iraq Conflict’ . E la Guerra fu davvero veloce: il 20 marzo il porto iracheno di Umm Qasr fu occupato. Da qui gli americani si impossessarono dei giacimenti petroliferi del sud dell’Iraq, conquistando anche la città di Basra, il 6 aprile. Una buona parte dell’esercito e dei suoi alleati, compreso l’arsenale inglese inviato da Blair, procede poi verso ovest e verso nord. Il 9 aprile, dopo sole tre settimane gli americani conquistano Baghdad e da lì il resto del Paese. Infine il 15 aprile cadde Tirkit, la città natale del rais. Gli USA perdono 4,520 uomini, Blair ne perde 180. Gli altri Paesi perdono numeri decisamente inferiori (terza viene l’Italia con trentatré morti).

Ma il danno più grave fu mosso alla popolazione irachena: si stima che più di 66.000 civili siano rimasti uccisi, mentre i militari che han perso la vita negli scontri sarebbero stati circa, secondo l’esercito iracheno, sotto i 10.800. Per Bush le perdite militari dell’Iraq ammonterebbero a circa 30.000 persone. Sul quotidiano ‘The Guardian’ è riportato che i morti iracheni sono tra i 13.000 e i 45000. I numeri, infatti, non sono per nulla precisi e soltanto indicativi, e le fonti risultano molto discordanti tra di loro. Ad oggi la stima dei morti in questa operazione è assai vaga.

Nel 2016 esce il cosiddetto Rapporto Chilcot, stilato dal Parlamento britannico. Il testo afferma che l’azione militare non era e, dunque, non poteva essere considerata l’ultima risorsa possibile, ma soprattutto non v’era alcuna minaccia imminente da parte di Saddam Hussein. Non solo, infatti anche il documento inglese riconosce che la notizia in merito alle armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein è stata presentata con un grado di certezza assolutamente ingiustificato. Secondo l’intelligence, poi, non era stato stabilito oltre ogni ragionevole dubbio il fatto della produzione delle armi chimiche e biologiche, mentre le fonti erano insoddisfacenti. Paul Wolfowitz, inventore  della dottrina della guerra preventiva adottata da Bush da parte degli USA, ha poi affermato che per gli americani le armi di distruzione di massa furono soltanto un pretesto per attaccare l’Iraq.

Un generale, Abdul Wahid Shannan Ar-Ribat, che fu governatore di Ninive dal 1999 fino all’attacco americano, e del quale fu data notizia della morte nel 2014 presso Mosul, subito smentita, è uno sciita proveniente da Samawah, è stato capo dell’Esercito iracheno durante la presidenza di Hussein. Nel 2016 attacca Blair e viene ascoltato: il Rapporto Chilcot è la conseguenza delle indagini avviate dopo questa accusa.

Il processo si conclude nel luglio 2017: l’Alta Corte di Londra dichiara, infatti, che l’accusa del generale iracheno non è valida per ben tre motivi. Anzitutto, nel 2006, i magistrati hanno decretato che il reato di aggressione non esiste in Inghilterra e in Galles. Inoltre l’imputato, Blair, aveva la cosiddetta immunità governativa’ al momento delle azioni di guerra.

Insomma, Tony Blair è risultato innocente alla corte inglese. Tuttavia non è detto che accada lo stesso con la storia, che potrebbe riconoscere in via definitiva le sue responsabilità. La presa di posizione vicina agli USA è costata comunque cara a Blair, che perciò perdette molta popolarità proprio nel Regno Unito.

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