martedì, Agosto 3

Iraq-Siria: tutti contro lo Stato Islamico

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Si compatta la coalizione contro i jihadisti di Baghdadi, con tutti gli attori regionali e internazionali uniti contro lo Stato Islamico. Tutti, o quasi. Nel corso del colloquio con l’emittente britannica a Baghdad, il premier iracheno Abadi, riferendosi ai raid della coalizione, si è infatti detto convinto che l’esercito iracheno sarà in grado di sconfiggere l’Is «se avrà una buona copertura aerea». Nello stesso tempo, ha sottolineato come il suo governo si «oppone fermamente» alla partecipazione dei Paesi arabi nei raid contro l’IS e che «non accetterà truppe sul suo territorio ad eccezione di quelle irachene».

Nella notte, intanto, sono continuati i raid aerei della coalizione internazionale anti-Is, con i caccia della Raf britannica che hanno attaccato per prima volta le posizioni del gruppo jihadista dell’IS, colpendo in una zona nel nord-ovest dell’Iraq, contro un camion carico di armi e un veicolo da trasporto. Gli attacchi sono avvenuti dopo che il Parlamento britannico lo scorso Venerdì si è dichiarato favorevole ad un’azione militare.

Anche la Francia rafforzerà il sostegno militare alla coalizione internazionale guidata dagli Usa contro i jihadisti. Lo ha annunciato l’Eliseo in un comunicato, senza fornire ulteriori dettagli. Secondo una fonte della Difesa, potrebbe trattarsi di un incremento delle truppe inviate nella base militare francese di Al Dhafra negli Emirati arabi uniti, e di un maggiore sostegno alle forze impegnate sul terreno, come i Peshmerga curdi, alle quali Parigi ha già inviato armi. Al momento, la Francia è coinvolta nei raid con sei caccia Rafale e un migliaio di soldati dislocati nella base emiratina. Finora, ha effettuato due raid contro le postazioni dei jihadisti in Iraq.

Intanto, Ankara chiede al Parlamento turco l’avvallo per i blitz in Siria ed Iraq. La Turchia finora aveva evitato qualsiasi ipotesi di scendere in campo nell’offensiva internazionale contro i jihadisti, temendo che rafforzasse il regime di Bashar al-Assad così come i miliziani curdi siriani, stretti alleati dei curdi in Turchia, che da decenni si battono contro il governo turco per una maggiore autonomia. Le posizioni di Ankara si sono tuttavia ammorbidite dopo il rilascio dei 46 ostaggi turchi che erano in mano ai jihadisti. L’avanzata delle truppe di Baghdadi verso Kobani, roccaforte curda siriana al confine con la Turchia, e la crescente minaccia di infiltrazione da parte dei miliziani siriani in territorio turco, sembrerebbero aver convinto Erdogan a mobilitare le proprie forze al fine di frenare l’avanzata jihadista. «La lotta contro lo Stato islamico e altri terroristi e la destituzione del governo di Bashar restano la priorità della politica turca nella regione»: così il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, citato dai media turchi a proposito della Siria.

Quasi un miliardo di dollari. E’ quanto speso fino ad oggi da Washington nella campagna di raid aerei statunitensi contro lo Stato Islamico in Iraq ed in Siria. A rivelarlo un rapporto del Center for Strategic and Budgetary Assessments, che ha recentemente pubblicato delle stime dei costi sostenuti dal Pentagono fino al 24 settembre scorso. Secondo il think thank, con la campagna avviata ai primi di agosto, in un mese e mezzo sono stati spesi tra i 780 e i 930 milioni di dollari. Nei costi anche «il dispiegamento di 2mila militari appartenenti a forze di terra», un numero leggermente superiore ai 1600 militari che Barack Obama nei mesi scorsi ha inviato in Iraq, con il compito di proteggere le sedi diplomatiche americane, e svolgere attività di consulenza e addestramento dei militari iracheni e curdi.

Nel frattempo, non si placano le proteste a Hong Kong, con i leader dell’opposizione che tornano a chiedere le dimissioni del capo del governo locale Cy Leung. E minacciano di occupare importanti edifici governativi se non si dimetterà entro domani. Un’occupazione che si teme porterà quasi inevitabilmente ad uno scontro fisico con le forze di sicurezza, come sottolinea il sito di South China Morning. Il nuovo ultimatum è stato lanciato in una conferenza stampa indetta dai leader della rivoluzione degli ombrelli nel giorno in cui le celebrazioni per la festa nazionale cinese sono state disertate dalla popolazione di Hong Kong.

Le proteste del movimento si sono ormai estese a diverse zone della città, con migliaia di persone scese in strada per chiedere una maggiore democrazia e la fine del controllo di Pechino sui candidati alle elezioni, di fatto scelti dalla Cina. Lester Shum, vice segretario della Federazione degli studenti, ha dichiarato che il movimento è «pronto ad accettare ogni opportunità di dialogare con il governo centrale di Pechino a patto che Leung vada via». Il capo del governo locale, che ieri aveva risposto con un muro alle richieste dei dimostranti, oggi ha presieduto le celebrazioni della Festa nazionale cinese, mentre migliaia di dimostranti fischiavano e protestavano fuori dall’edificio. Durissima la reazione di Pechino: «le assemblee illegali del cosiddetto Occupy Central stanno creando gravi disturbi all’ordine sociale, all’economia e alla vita quotidiana ad Hong Kong. Se sarà permesso che continuino, le conseguenze saranno impensabili». Così l’editoriale del Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del partito comunista cinese, in condanna alle proteste in corso ad Hong Kong, definite “illegali”.

In Ucraina a rischio la tregua tra separatisti e governativi. Dei colpi di mortaio hanno colpito il cortile di una scuola ed un pulmino a Donesk, facendo dieci morti e nove feriti tra i civili. L’episodio è avvenuto quattro chilometri dall’aeroporto della città, nelle zone dell’est dell’Ucraina in cui i separatisti cercano di contendere al controllo delle autorità di Kiev, nonostante la tregua. «Una cinica e sfacciata violazione del diritto internazionale», questa la condanna espressa dal ministero degli Esteri russo sull’attacco attribuito all’Esercito ucraino. Smorza i toni il neo segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg, che nella conferenza stampa di insediamento ha dichiarato come la Nato «aspira a relazioni positive e costruttive con la Russia». Stoltenberg ha poi ricordato che la Nato ha sospeso ogni forma di collaborazione pratica con Mosca, ma «il canale politico è aperto», se la Russia «cambierà il proprio atteggiamento e le proprie azioni’».

Intanto, sale la tensione in Spagna. In Catalogna, circa 300 agenti dell’unità anti sommossa sono stati inviati dal Ministero dell’Interno al fine di rafforzare la difesa degli edifici governativi, all’indomani delle proteste dei manifestanti che rivendicano il referendum sulla sovranità previsto per il prossimo 9 novembre, e per ora sospeso in via cautelare. Ieri erano scesi in piazza sotto la pioggia più di 5 mila manifestanti, uniti contro la decisione della Corte Costituzionale spagnola di non voler indire il Referendum per l’Indipendenza della Catalogna. Oggi, il Governo si è pronunciato e per bocca del vice presidente Soraya Saenz de Santamaria ha dichiarato come “tutti devono rispettare la legge” aggiungendo come il «governo rispetta la libertà di espressioni e quindi anche le risoluzioni della Corte». Resta tuttavia incerto il braccio di ferro tra governo spagnolo e movimenti indipendentisti, così come le conseguenze che ne deriveranno.

In Siria, sale ad almeno 39 vittime, di cui 30 bambini, il bilancio del doppio attentato kamikaze che ha colpito un quartiere della città di Homs, lo riferisce un nuovo bilancio dell’Osservatorio siriano dei diritti umani. In Israele, le autorità israeliane hanno concesso tre giorni di permesso a circa 500 palestinesi di Gaza– con età superiore ai 60 anni – per recarsi a Gerusalemme durante la festa del Sacrificio (Eid al-Ahda), una delle più importanti festività dell’Islam. Anche in Libia, l’esercito governativo ha annunciato, tramite il portavoce delle forze armate, il colonnello Abu Zaid al-Mismari, l’interruzione delle operazioni militari “su tutti i fronti” in occasione della Festa del Sacrificio. L’annuncio arriva a due giorni dalla riunione a Ghadames, nella Libia occidentale, tra i parlamentari ‘islamisti’ che hanno boicottato i lavori della nuova Camera dei deputati ed il loro colleghi ‘liberali’ che si riuniscono a Tobruk. Il colonnello ha spiegato, tuttavia, come l’esercito si riservi il diritto di rispondere al fuoco in caso di attacco contro i civili o le stesse forze armate.

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