martedì, Maggio 11

Iraq-Siria: si delinea l'offensiva di Washington image

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Il Presidente statunitense Barack Obama alle prese con gli ultimi dettagli della campagna militare contro lo Stato Islamico. Oggi incontrerà infatti il general Lloyd Austin, al comando delle operazioni in Medio Oriente, che dovrà illustrare la nuova strategia contro l’Is, già attuata nelle scorse ore, con un ampliamento dei raid aerei fino alle porte di Baghdad. Il rafforzamento dell’azione militare contro l’Is ha fatto guadagnare ad Obama un insolito sostegno da parte dei repubblicani, che si sono anche impegnati a far approvare velocemente i nuovi fondi destinati all’addestramento ed all’equipaggiamento dei ribelli moderati siriani. Tuttavia, la prospettiva di un offensiva a tutto campo, soprattutto alla luce delle dichiarazioni del generale Dempsey (che avanzava la possibilità dell’utilizzo di truppe di terra in Iraq), sembra destinata a creare problemi tra il presidente ed il suo partito.

«Siamo onesti: truppe americane sono già sul terreno, e altre ne arriveranno. La domanda è se Obama deciderà di dirlo pubblicamente o rimarrà nel suo ruolo preferito di comandante in capo delle operazioni segrete». Così David Ignatius, noto editorialista del ‘Washington Post’ con ottime relazioni con l’Intelligence statunitense ed il Pentagono, commenta il clamore suscitato dalle dichiarazioni fatte dal capo degli Stati Maggiori Riuniti, il generale Martin Dempsey. «Per contrastare l’Is – continua Ignatius- “gli Usa dovrebbero mobilitare milizie tribali sunnite come quelle che, dopo l’inizio della guerriglia nel 2004, furono mobilitate in commando chiamati UTP (under the table program), o le “brigate Shawani“, forze irregolari sunnite create dal generale Mohammed Shahwani e che combatterono al fianco degli americani a Fallujah alla fine del 2004».

Per questo scopo, cioè addestrare milizie filo governative sunnite in grado di contrastare l’avanzata degli jihadisti sunniti, sarà «decisiva la presenza delle forze speciali americane» conclude il noto giornalista. Un numero crescente di democratici sono infatti preoccupati dall’eventualità che la strategia di Obama possa impegnare gli Stati Uniti in una nuova guerra in Iraq senza limiti temporali precisi. Perplessità e dubbi che ieri sono state espresse a porte chiuse durante le riunioni di partito, ma che potrebbero uscire in aula alla Camera quando arriverà per il primo voto lo stanziamento di fondi, in tutto 500 milioni di dollari, per i ribelli siriani.

Continua intanto “l’ambiguo” gioco di alleanze regionali ed internazionali contro lo Stato Islamico. La Turchia, in risposta ai numerosi media internazionali che hanno associato la nazione all’Is, ribadisce per bocca di Erdogan di «non sostenere i gruppi estremisti islamici in Siria. La Turchia è contro tutte le organizzazioni terroristiche. Non abbiamo mai accettato il termine ‘terrorismo islamico’ e mai lo accetteremo», ha dichiarato Erdogan in un discorso trasmesso in tv. «Rappresentare la Turchia come un paese sponsor del terrorismo è scorretto», ha poi aggiunto il presidente turco.

Anche la Commissione saudita per le fatwa, il principale organismo incaricato di emettere editti religiosi nel regno del Golfo, ha usato parole dure contro i jihadisti che partono per la Siria e per l’Iraq, per unirsi allo Stato islamico. In base alla sharia, “il terrorismo è un crimine odioso“, ha stabilito l’organismo in un pronunciamento, chiedendo poi che quanti si macchiano di questo crimine siano puniti in modo esemplare. Senza precisare la pena da infliggere ai terroristi, la Commissione ha chiesto che si tratti di misure in grado di fare da deterrente.

Nel frattempo, in Ucraina il premier Arseny Yatseniuk, annuncia un’epurazione tra i dipendenti pubblici che probabilmente investirà i sostenitori del deposto presidente filo-russo Viktor Yanukovich. In base a una nuova normativa, ha spiegato Yatseniuk, «un milione di impiegati pubblici finiranno sotto esame», con l’obiettivo di sradicare le pratiche di corruzione sopravvissute dalla precedente amministrazione. Martedì scorso, il Parlamento ucraino ha infatti approvato una normativa diretta a epurare i gangli del potere. Il disegno di legge è stato fortemente sostenuto dagli animatori delle proteste che nel febbraio scorso portarono alla caduta del regime filo-russo di Yanukovich. Sempre ieri, un deputato legato al partito dell’ex presidente, Vitaly Zhuravsky, è stato gettato in un cassonetto dell’immondizia e fatto oggetto di scherno da una folla di manifestanti mentre stava camminando di fronte al Parlamento. Segno di persistenti tensioni all’interno del governo ucraino.

L’Ue intanto «accoglie con favore» le due leggi approvate dal Parlamento ucraino, che concedono uno ‘status specialead alcuni distretti delle regioni separatiste del sud-est, e l’amnistia ai miliziani filorussi, e auspica «che questo sviluppo», assieme al rilascio degli ostaggi ed il rispetto della tregua, «possa contribuire ad una soluzione politica sostenibile della crisi». Lo afferma un portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna, che aggiunge: «Ci aspettiamo che la Russia ed i separatisti ricambino presto con l’attuazione dei punti pendenti dell’accordo di Minsk, in particolare il ritiro di gruppi armati illegali, di equipaggiamento militare, di combattenti e mercenari dall’Ucraina, così come con il mettere in atto un controllo del confine tra Russia e Ucraina, col monitoraggio dell’ Osce».

Sul referendum di domani in Scozia (che deciderà sull’Indipendenza o meno del Paese) il premier britannico David Cameron si dice «preoccupato» ed in un’intervista alla BBC dichiara come «chiunque sia interessato al nostro Regno Unito, e io lo sono in modo appassionato, è nervoso» e aggiunge: «Sono sicuro che abbiamo spiegato come la Scozia possa avere il meglio dei due mondi, una economia fiorente con un numero crescente di posti di lavoro».

Dopo mesi di campagna elettorale, divenuta sempre più accesa e a tratti convulsa, nelle ultime settimane, gli scozzesi sono chiamati a decidere del futuro costituzionale della loro nazione. Dopo oltre 300 anni di unione con il resto della Gran Bretagna, il ‘matrimonio‘ di necessità celebrato da Scozia e Inghilterra nel 1707, potrebbe infatti giungere a conclusione. Il The Guardian passa addirittura in rassegna gli errori e le incomprensioni che negli ultimi decenni hanno allontanato Londra da Edimburgo: tra questi quelli commessi dalla ex premier conservatrice Margaret Thacther, passando dall’ex primo ministro laburista Tony Blair, fino ad arrivare all’attuale premier David Cameron. “La serie di errori di calcolo è sconfortante” si legge nell’analisi a firma di Linda Colley

In Africa il contagio del virus Ebola è ormai fuori controllo e la conta dei morti si aggira ormai a più di 2500 casi accertati. Ad aggiungersi al problema sanitario, avverte la Banca Mondiale, c’è poi l’impatto economico dell’Ebola su Sierra leone, Guinea e Liberia che potrebbe essere ‘catastrofico‘, nell’ordine di 800 milioni di dollari. «Se il virus continua a diffondersi nei tre paesi più colpiti, il suo impatto economico potrebbe essere moltiplicato, infliggendo uno shock catastrofico ad economie già fragili» avverte l’istituzione internazionale.

Intanto le Nazioni Unite, per bocca del capo delle operazioni di pace Onu Herve Ladsous, ammettono come i circa 6.000 caschi blu che si trovano in Liberia non sono addestrati per le operazioni di assistenza sanitaria. L’organizzazione internazionale «continuerà ad aiutare la Liberia per uscire da questa terribile crisi», ha affermato Ladsous alcuni giorni fa, ammettendo tuttavia che la gestione dell’epidemia di Ebola «non è qualcosa per cui siamo addestrati. Bisogna riconoscere che una missione di pace non è una missione di salute pubblica, non è quello per cui siamo preparati – ha aggiunto – ma allo stesso tempo siamo qui per sostenere il Paese e risolvere le cause profonde di una lunga crisi».

 

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