domenica, Settembre 19

Iraq, rinforzi soft dagli Usa Obama invia 275 unità scelte a Baghdad. L'ISIL sfonda a Ovest

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Obama G7

L’offensiva jihadista sfonda, a ovest di Mosul, nella regione strategica di Tallafar, verso la frontiera con la Siria. A protezione della loro Ambasciata a Baghdad, strategica, gli Usa annunciano l’invio in Iraq di 275 unità scelte, «armate per il combattimento».
Nella lettera al Congresso, il Presidente Barack Obama ha specificato che il personale militare entra con il consenso del Premier Nuri al Maliki e con l’obiettivo di lasciare aperta la sede diplomatica, con tutto il personale.
L’avanzata dei miliziani dell’ISIL (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) ha lasciato sul terreno, altre «decine di vittime» nel Paese. A Baaquba, capoluogo della regione orientale di Diyala a 80 km da Baghdad, i jihadisti sono stati respinti dall’esercito, con un bilancio provvisorio di oltre 40 morti. A Bassora, nell’estremo sud, la Turchia ha evacuato «per sicurezza» il suo Consolato. Le operazioni per «rimpatriare la maggior parte dei cittadini italiani dall’Iraq sono quasi completate», ha riferito da Roma il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini. L’Ambasciata italiana nel Paese resta tuttavia «aperta e funzionante», come tutte le altre straniere.
Al momento la capitale Baghdad regge, ma le autorità irachene sciite accusano i monarchi sunniti sauditi di «finanziare il terrorismo».
Il fronte più esposto agli squadroni dell’ISIL restano le regioni occidentali irachene e l’entroterra siriano. Per bloccare il corridoio di terroristi, il fine settimana aerei da guerra siriani hanno bombardato due convogli di miliziani in territorio iracheno, su informazioni d’intelligence iraniane.

Per l’Onu si è «più che mai vicini a una guerra regionale in Medio Oriente». L’Unesco ha denunciato il «crimine di guerra» dell’Iraq che sprofonda nella spirale di violenze. E, in merito, a Vienna, in occasione dei negoziati sul nucleare con Teheran (16-20 giugno) si è avuto il primo faccia a faccia dichiarato sulla crisi tra Iran e Usa.
Il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha spiegato che, durante i colloqui, sono stati fatti «riferimenti» alla minaccia dell’ISIL. Anche il Dipartimento di Stato Usa ha confermato «brevi conversazioni» sull’Iraq tra le due delegazioni, a margine delle trattative con il Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania) per l’accordo definitivo entro giugno sull’atomo in Iran.
La collaborazione sull’emergenza irachena riavvicina anche Teheran e Londra. Dopo il colloquio telefonico tra Zarif e l’omologo inglese William Hague, in una dichiarazione scritta al Parlamento, il Ministro britannico ha annunciato che «esistono le condizioni per riaprire l’Ambasciata in Iran». «Inizialmente», ha precisato, «con una presenza limitata». Poi, «definiti alcuni dettagli pratici», prima possibile, con la piena copertura.

In Afghanistan, dove il 14 giugno scorso si è votato per il ballottaggio delle Presidenziali, la situazione è fluida ma, tutto sommato, stabile. Ancora non si hanno i numeri definitivi, ma, stando ai primi exit poll, il vincitore non sarebbe il favorito e vincitore del primo turno Abdullah Abdullah. Bensì, con un margine di vantaggio tra i sei e gli otto punti, il secondo per consensi popolari (prima del voto) Ashraf Ghani Ahmadzai, protagonista della rimonta. Il 53% dei votanti all’uscita dei seggi avrebbe infatti raccontato di aver scelto Ghani, Ghani, accademico filoamericano, ex funzionario dell’Onu ed ex Ministro delle Finanze, contro il 47% di Abdullah.
Sempre nella regione, nel terzo giorno di raid anti-terrorismo in Waziristan, le montagne condivise con l’Afghanistan, l’aviazione pachistana ha ucciso «almeno 50 fondamentalisti islamici». Nella provincia di Herat, invece, le forze afghane hanno ucciso un comandante talebano responsabile di aver amputato le dita a 11 elettori, in segno di intimidazione.

In Medio Oriente, la scomparsa dei tre seminaristi israeliani in Palestina ha innescato turbolenze nella regione contesa. La caccia ai ragazzi, che Tel Aviv ritiene rapiti dai palestinesi, si è estesa a tutta la Cisgiordania, con blitz a tappeto delle forze israeliane, in particolare a Nablus.
In risposta a un razzo di Hamas, l’aviazione dello Stato ebraico ha sferrato quattro raid nella Striscia. L’Ong israeliana B’Tselem ha inoltre denunciato l’assedio dei militari israeliani a Hebron. «I 750 mila palestinesi del distretto» sarebbero «da tre giorni in una zona militare chiusa», per le ricerche dei tre dispersi. In aperta polemica, la parlamentare araba-israeliana Hanin Zuabi ha detto di «comprendere» gli autori di un eventuale sequestro.
Oltre alla pista palestinese, comunque, si valuta l’ipotesi di un rapimento da parte dei gruppi di Hamas in Turchia, Egitto o Qatar, dove si trovano i miliziani della Confraternita rilasciati in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit.

Oltre le alture del Sinai, al Cairo ha giurato il Governo del neo Presidente Abdel Fattah al Sisi, il generale autore del golpe che ha estromesso il Capo di Stato eletto Mohamed Morsi e la Fratellanza musulmana dal potere.
Tra i 34 Ministri del nuovo esecutivo spicca, agli Esteri, l’ex Ambasciatore egiziano a Washington Sameh Choukri. Confermati i responsabili dell’Interno, Mohamed Ibrahim, e della Difesa, il Capo dell’Esercito Sedki Sobhi, molto vicino ad al Sisi, nonché il Premier uscente Ibrahim Mahlab.
Se l’Egitto si cristallizza in una dittatura, lo stato della Libia è sempre più critico. L’ultimo tra i Governi ad interim imposti manu militari ha stabilito che il futuro Parlamento avrà sede a Bengasi. Nella capitale della Cirenaica è stato imposto il coprifuoco notturno per la circolazione delle auto, a causa del pericolo di attacchi e sparatorie. Nella capitale Tripoli si può ancora guidare dopo la mezzanotte, ma le pompe di benzina sono presidiate dalle forze speciali di sicurezza a causa dell’emergenza carburante.
In Africa, l’instabilità è crescente anche in Kenya, dove l’attacco notturno del gruppo terroristico degli Shabaab, nel villaggio di Poromoko vicino alle località costiere turistiche, ha provocato almeno 10 morti. 12 donne sarebbero inoltre state rapite dagli integralisti islamici. In Nigeria, intanto, l’Esercito ha proceduto all’arresto di massa di 450 persone sospettate di affiliazione alla setta fondamentalista di Boko Haram, responsabile del rapimento di 240 studentesse.

Ancora brutte notizie, in Europa, dall‘Ucraina. Nell’Est si contano altri sei morti nel bastione filorusso Kramatorsk e decine di feriti tra i militari, nonostante la nomina del neo Presidente Petro Poroshenko di un inviato per la pacificazione nella zona di confine.
La Russia e il mondo del giornalismo, inoltre, piangono una nuova vittima della guerriglia. L’agenzia di Mosca ‘Ria Novosti‘ ha annunciato la morte, in un ospedale di Lugansk, del reporter della tivù ‘Rossyia 24’ Igor Korneliuk, in seguito alle ferite riportate per un colpo di mortaio. Si teme anche per la sorte del tecnico del suono Anton Voloshin, che durante l’esplosione si trovava con il giornalista, nel villaggio di Mirnii. Alcuni media hanno riportato che il professionista sarebbe morto sul colpo, ma il suo corpo non è stato recuperato e l’uomo risulta ufficialmente disperso.
C’è poi l’allarme attentati a seminare altro panico nella regione di Poltava, un pezzo ucraino del gasdotto che trasporta metano in Europa è saltato in aria, non provocando vittime ma scatenando un incendio per 200 metri. Kiev ha accusato ignoti di «atto terroristico».
Dalla Commissione europea (Ue) sono arrivati i primi 500 milioni di euro del pacchetto di aiuti all’Ucraina. Ma nonostante il versamento, l’accordo con la Russia, sul gas, attraverso Bruxelles, non si trova. «L’escalation tra Ucraina e Russia desta preoccupazioni, staremo a vedere le prossime settimane», ha commentato, dall’Italia, la Presidente di Eni Emma Marcegaglia.

 

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