martedì, Settembre 21

Iraq: nuova terra di jihad?

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In Iraq, nella Provincia di al-Anbar, roccaforte del gruppo islamico dell’ISIS e delle tribù sunnite ostili alle autorità di Baghdad, da mesi si combatte una sanguinosa guerra che vede l’Esercito iracheno contrapposto a gruppi jihadisti e criminali. Situazione di certo non nuova, ma che negli ultimi mesi, a partire dalla rivolta della popolazione sunnita di Anbar nel dicembre 2013, ha obbligato le autorità irachene a sferrare una offensiva a ‘tutto campo’ contro i gruppi armati e le milizie islamiche, che nel frattempo hanno conquistato ampie fette di territorio.

 A Falluja, da mesi sotto il controllo dell’ISIS, mortai, artiglieria e gli ormai tristemente famosi ‘barili bombavengono utilizzati indiscriminatamente dall’Esercito contro qualsiasi infrastruttura, compresi ospedali ed abitazioni, obbligando migliaia di civili a fuggire. Nelle città di Ramadi e Haditha, sotto il parziale controllo delle autorità, si assiste quotidianamente ad attacchi suicidi dell’ISIS contro l’Esercito e ad un aumento generalizzato della violenza contro i civili. Nel Governatorato di Ninive, il più colpito dalle violenze, solo nel mese di maggio ci sono stati 183 attacchi che hanno provocato la morte di 204 persone e il ferimento di 372. Nel frattempo, molti iracheni delle Provincie occidentali, nel timore che l’ISIS cerchi di unire il territorio sotto il suo controllo tra la Siria e l’Iraq per formare un emirato islamico, continuano a lasciare le proprie case.

Ma come si è arrivato a tutto questo? Secondo alcuni analisti, l’inizio della rivolta ha motivazioni ben più profonde, che non si limitano alle manifestazioni di protesta degli ultimi mesi. Radici che affondano nel 2003, quando, subito dopo la caduta del dittatore Saddam Hussein, l’Amministrazione statunitense decise di sciogliere il partito di governo Baath e l’Esercito iracheno, eliminando così dalla scena politica i sunniti ed aprendo la strada alla brutale guerriglia anti-americana di al-Qaeda nel Paese. Passano attraverso ilcongelamentodel problema durante il 2008, quando, con il Surge (aumento di truppe sul campo), voluto dal generale David Petraus, e grazie agli accordi tra Washington e le maggiori tribù dell’area, si riuscì a pacificare la regione di Anbar, che dal 2004 aveva la sinistra fama di ‘macelleria’  dei soldati statunitensi. Fino ad arrivare al ritiro americano del 2011, che ha permesso ai gruppi armati (islamici e non) di riprendere nuovamente il controllo dei traffici nella zona a cavallo tra Haditha-Ramadi-Falluja, nonché in tutta l’area transfrontaliera a ridosso della Siria.

L’ISIS, attualmente il gruppo paramilitare più numeroso e potente nel Paese, è nato da una costola di al-Qaeda in Iraq (AQI), ed è composto da fondamentalisti sunniti che già durante l’occupazione americana si sono distinti per la spietatezza negli attacchi contro i soldati statunitensi così come contro gli sciiti ed i cristiani. A partire dal 2011, dopo il ritiro delle forze statunitensi, i continui attacchi della milizia islamica contro l’Esercito nella Provincia di Ninive, in tutta l’area intorno Falluja e Ramadi, nella zona di Abu Ghraib, nonchè nelle vicine Zoba e Zaidan, hanno progressivamente aumentato la presenza e la potenza di fuoco del gruppo nel Paese, fino ad arrivare a minacciare oggi la stessa Baghdad. Ma è soprattutto dalla fine del 2012, contestualmente alla radicalizzazione religiosa dell’opposizione armata contro il dittatore siriano Bashar al-Assad, che la milizia si espande in Siria e da subito si mette in mostra come una dei gruppi meglio attrezzati e preparati militarmente, conquistando rapidamente tutta la zona di confine tra i due Paesi, in particolar modo le città di Raqqa e Deir Ezzor, e mostrando il chiaro obiettivo di conquistare la leadership dell’opposizione armata a Bashar  e instaurare un califfato islamico nella zona a cavallo tra Siria e Iraq.

Ad oggi, una serie di questioni relative all’identità dell’Iraq, all’incapacità di dialettica politica tra le comunità, nonché l’assenza di seri progetti di crescita socio-economica, rimangono irrisolte. La marginalizzazione della popolazione sunnita, che è ancora un fondamentale punto di frizione nello scenario politico iracheno, si è ampliata negli ultimi anni a causa della retorica e delle politiche apertamente settarie del Presidente del Consiglio, Nuri Al Maliki, così come le sue manovre di intimidazione contro i politici sunniti, che hanno aumentato il malcontento tra la popolazione sunnita e favorito l’ascesa dell’ISIS come attore parastatale nel Paese. Questo, a sua volta, ha comportato un innalzamento generale della violenza nel Paese e l’anarchia di un intera regione, a tutto vantaggio del gruppo jihadista di Abu Bakr al-Baghdadi.  

Amal Sakr, analista di al-Monitor, riferisce di come lo Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham molto probabilmente non verrà sconfitto, con l’Iraq che rimarrà nei prossimi anni una ‘heaven nationdel terrorismo internazionale. Secondo la Sakr, infatti, la situazione in Iraq è ormai collegata ad una rete terroristica internazionale che non è più limitata alla presenza di al-Qaeda e ISIS in Iraq, ma include ogni parte del globo. La prova lampante sarebbe la presenza in Siria di circa 7.500 militanti islamisti provenienti da 50 Paesi  e la capacità del gruppo di penetrare in qualsiasi Paese della regione. Molti osservatori concordano, poi, sul fatto che nel medio periodo l’Esercito iracheno, pesantemente limitato nella preparazione e motivazione dei soldati, non riuscirà ad affrontare adeguatamente la minaccia posta dall’ISIS.

 Nonostante tutto, il futuro dell’ISIS resta incerto: se da una parte il gruppo può contare su migliaia di miliziani sparsi tra Siria ed Iraq, su di una efficace rete di finanziamenti illeciti, nonché su un vero e proprio network internazionale di reclutamento e supporto, dall’altra il pericolo che pone in una zona strategica nel cuore dell’area mediorientale comporterà una inevitabile stretta sulla milizia sia da parte di Damasco che di Baghdad. Inoltre, le efferatezze dell’ISIS contro i civili iracheni e siriani hanno ormai alienato le simpatie della popolazione che alla lunga, come già avvenuto durante il 2008 contro al-Qaeda, potrebbero comportare una rottura tra popolazione e guerriglia e quindi un ridimensionamento di quest’ultima.

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