venerdì, Maggio 7

Iraq dopo Mosul: qual è il futuro del Paese?

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C’è un alternativa politica in grado di guidare il Pase verso una transizione democratica? Quale personaggio o entità politica sarebbe in grado, secondo lei, di guidare il Paese verso la democrazia?

Anche in ragione delle frammentazioni interne a ogni singolo blocco politico, è difficile individuare un unico attore che sarebbe in grado di guidare il Paese nella fase di ricostruzione post-bellica. Quello che è certo, è che sia di vitale importanza che la coalizione sciita al Governo trovi un modo per reintegrare nel processo politico la leadership sunnita, che si caratterizza per essere politicamente debole, frammentata, reduce da anni di marginalizzazione e deficit di rappresentanza, e sempre più disillusa dalla monopolizzazione del potere da parte della controparte sciita. Malgrado gli sforzi riformatori, infatti, l’attuale premier iracheno Haider al-Abadi non sembra ancora essere riuscito a convincere la galassia sunnita della possibilità di trovare in lui un leader più inclusivo del suo predecessore, Nouri al-Maliki (2006-2014). I sunniti continuano a guardare con diffidenza al potere centrale, soprattutto ora che a Baghdad il dibattito circa la ricostruzione post-conflitto sembra svolgersi prevalentemente in seno al blocco sciita, seppur anch’esso profondamente diviso e frammentato al suo interno.

La caduta di Mosul ha lasciato l’Iraq in balia di se stesso, un Paese distrutto a livello sociale, economico e politico. Questo vuoto lasciato nel Paese ricorda lo stesso terreno fertile che ha permesso l’insediamento dello Stato Islamico. Lo Stato islamico è l’unico problema interno al Paese? Ad oggi, la situazione in Iraq è di nuovo un terreno fertile per nuovi gruppi estremisti? Come si può evitare, secondo lei, di ricommettere lo stesso errore di lasciare l’Iraq in balia di se stesso?

Un Paese distrutto e strutturalmente debole rischia di offrire nuovamente terreno fertile alle insorgenze armate. Lo Stato islamico non è mai stato la coda del problema, ma una conseguenza di politiche che non hanno favorito l’inclusione delle tante anime del Paese e hanno gradualmente spaccato il tessuto sociale. È chiaro che la sola forza militare non sarà sufficiente a risolvere le questioni che hanno portato alla nascita dello Stato islamico. A questo proposito, il destino della comunità arabo-sunnita è oggi uno degli elementi che getta le maggiori ombre sul futuro dell’Iraq. Durante il Governo dell’ex premier sciita Nouri al-Maliki, gradualmente marginalizzati ed esclusi dal processo politico, furono proprio i sunniti a mobilitarsi e ad andare a riempire le file dell’ ISIS. Oggi, venendo a mancare lo Stato islamico, quale attore dominante nel panorama sunnita, questa comunità rischia di trovarsi nuovamente spiazzata, orfana di un punto di riferimento e suscettibile di cedere, ancora una volta, al fascino di una leadership forte come lo è stata quella di al-Baghdadi.

Le potenze regionali come dovrebbero organizzarsi e adoperarsi per sostenere l’Iraq verso un percorso democratico?

La liberazione di Mosul, purtroppo, mette fine a una fase di eccezionale convergenza tanto a livello di attori locali quanto a livello di attori regionali. Molte delle dinamiche interne si sono riflesse anche sul piano delle relazioni esterne che l’Iraq intesse con i vicini della regione. Oggi però, piuttosto che a sostenere la transizione democratica irachena e al di là delle dinamiche prettamente securitarie, le potenze regionali sembrano interessate a ritagliarsi un ruolo nella ricostruzione dell’Iraq post-califfato, che garantisca loro di ampliare la propria area di influenza.

Come, invece, la Comunità Internazionale dovrebbe intervenire in Iraq per evitare che nuovi gruppi estremisti si insedino nel Paese? Come, invece, per aiutarlo a conseguire una forma di Governo democratico?

È importante che la Comunità Internazionale si adoperi per sostenere la ricostruzione post-conflitto e rafforzare le istituzioni in modo da tenere in piedi il Paese. Solo in questo modo sarà possibile evitare che gruppi estremisti emergano ed ambiscano ad affiancarsi alle istituzioni, talvolta sostituendole, come successo in passato con l’ascesa dello Stato islamico.

Secondo lei, la democrazia è la forma di Governo adatta a un Paese dal particolare trascorso storico recente, quale Iraq?

Il problema dell’Iraq oggi – e nel suo passato recente – non riguarda la forma di Governo in sè, ma le varie questioni trattate nelle diverse domande.

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