lunedì, Agosto 2

Iraq, l'unione fa la jihad Violenze in Egitto e Afghanistan, Libia al voto. Russia, no ad intervento armato in Ucraina

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Iraq Shia fighters Isis

Significativo accordo in Iraq: purtroppo, non tra il Governo sciita di Nouri al-Maliki e le altre minoranze del Paese, bensì tra i miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS ISIL) e quelli del fronte siriano Al-Nusra, collegato ad Al-Qā’ida. L’accordo, reso noto dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, ha una particolare rilevanza in quanto, ponendo fine agli scontri avvenuti nell’ultimo anno fra le due fazioni, estende l’influenza dell’ISIS anche alle sorti del conflitto siriano. Nel concreto, tale influenza si muoverà lungo il valico tra la siriana Abu Kamal e l’irachena Al-Qa’im. Ed è proprio nel Governatorato di Al Anbar, in cui si trova quest’ultima, che l’aviazione siriana ha compiuto oggi un bombardamento che è costato la vita ad almeno 57 persone. L’aviazione irachena, invece, deve fronteggiare l’attacco perpetrato proprio dall’ISIS ad una delle sue basi principali, sita nei paraggi della città di Yathrib e nota come ‘Camp Anaconda’ durante l’occupazione statunitense.

Proprio il Segretario di Stato John Kerry ha cercato di sollecitare, ieri, i rappresentanti curdi perché si uniscano alla resistenza del Governo iracheno. Come si diceva, però, quest’ultimo non sembra disponibile ad aperture che diano vita ad un Esecutivo di unità nazionale. Pur dicendosi impegnato ad effettuare un ricambio nei Ministeri, al-Maliki ha espressamente rigettato quanto richiesto tanto da Washington quanto da Teheran, affermando che «chi propone la creazione di un Governo di emergenza nazionale vuole dare una spallata alla Costituzione ed al processo politico». Iran Stati Uniti, tuttavia, non distolgono lo sguardo da quanto accade in Iraq: il primo, stando al ‘New York Times’, starebbe sorvegliando con droni il territorio del Paese confinante, a cui avrebbe inviato anche consistente materiale militare, mentre i secondi stanno costituendo una squadra di consiglieri da inviare al più presto a Baghdad.

Intanto, nel vicino Afghanistan, il Presidente statunitense Barack Obama ha effettuato un cambio alla guida delle proprie truppe e di quelle della Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza (ISAF): il Generale Joseph Dunford sarà sostituito dal Generale John Campbell. Un cambio che arriva a pochi mesi dalla scadenza della missione internazionale e nel pieno di un momento di particolare violenza per il Paese asiatico. Soltanto negli ultimi cinque giorni, un’offensiva dei Talebani nella Provincia di Helmand ha causato oltre 150 morti. Con circa 800 uomini, i Talebani hanno sferrato un attacco ad uffici governativi e posti di polizia nel Distretto di Sangin, perdendo un centinaio di effettivi a fronte di circa quaranta civili e 21 militari regolari.

Sanguinosi scontri tra ribelli e Governo hanno avuto luogo anche nei Paesi del Medio Oriente. Ad esempio nello Yemen, dove i combattimenti tra insorti sciiti e militari nella città di Amrane sono costati la vita a tredici civili. È però in Egitto che sono avvenuti gli attentati di maggior risonanza della giornata: tra le cinque e le sei esplosioni (a seconda della fonte) hanno causato sei feriti al Cairo, concentrandosi in particolar modo sulla metropolitana e presso il tribunale di Heliopolis. Secondo quanto comunicato dalle autorità, alcuni indizi potrebbero ricondurre ai Fratelli Musulmani. Non sembra invece soggetto a violenze il processo elettorale in Libia, dove oggi si sono aperti i seggi per l’elezione del Parlamento che avrà sede a Bengasi, sostituendo l’attuale Congresso Generale Nazionale. D’altronde, nonostante la nuova istituzione prometta di ristabilire un ordine costituzionale nel Paese a tre anni dalla caduta di Mu’ammar Gheddafi, sono appena un milione e mezzo gli elettori registrati a fronte dei tre milioni e mezzo di aventi diritto. Come riporta ‘Reuters’, inoltre, a mezzogiorno l’affluenza era appena del 13%.

È invece il Parlamento della Russia a ratificare un gesto di parziale distensione nelle vicende ucraine. Il Consiglio della Federazione, che dell’assemblea è la Camera alta, ha infatti revocato l’autorizzazione ad un possibile intervento armato delle truppe russe nel Paese vicino: un’autorizzazione che esso stesso aveva approvato il I marzo su proposta del Presidente Vladimir Putin e che ora, sempre su proposta dello stesso Capo di Stato, ha appunto ritirato pressoché all’unanimità. Il Viceministro degli Esteri Grigori Karasin ha espressamente auspicato che tali «segnali positivi» siano colti «nel mondo e soprattutto in Ucraina». In effetti, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha già espresso il proprio parere favorevole durante il proprio discorso di oggi al Bundestag, così come le stesse autorità di Kiev hanno affermato che si tratta di «un passo positivo… ma abbiamo bisogno di altri passi positivi, come il sostegno russo all’ampio piano di pace del Presidente e, ovviamente, di un controllo efficace alla frontiera»: così il Ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin alla riunione NATO di Bruxelles. Ma proprio in seno all’organizzazione atlantica non viene meno la diffidenza verso il Cremlino. Ne è una prova la sospensione del processo di ammissione della Georgia, volta ad evitare problemi con la Russia in questo delicato momento. Ma ne sono prova anche le parole del Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen, per il quale la NATO non ha visto «nessun segno che la Russia stia rispettando i suoi impegni internazionali» in Ucraina.

Intanto, in attesa della riunione del Consiglio Europeo a Ypres, ad un centinaio di chilometri dalla capitale belga, si continua a discutere di flessibilità sul patto di bilancio fra i membri dell’Unione Europea. Dopo le limitate aperture di pochi giorni fa, Angela Merkel è tornata sull’argomento oggi durante la già menzionata relazione al Bundestag, in cui ha definito il proprio Paese come «l’ancora di stabilità e motore di crescita per l’intera eurozona». La Cancelliera sembra intenzionata così a rassicurare chi, dall’interno dei propri confini, sostiene che «ogni tipo di ammorbidimento del patto di stabilità è assolutamente la strada sbagliata». Sono queste le parole di Anton Börner, Presidente della BGA, la ‘Confcommercio’ tedesca, che eserciterà espressamente «ogni pressione possibile sul Governo tedesco affinché [il patto di stabilità] non venga allentato». Ma una possibile intesa fra Roma e Berlino potrebbe avere ripercussioni anche su un altro fronte, quello della nomina del Presidente della Commissione Europea: se un’apertura tedesca sulla flessibilità comportasse l’appoggio italiano alla nomina di Jean-Claude Juncker, ciò significherebbe la definitiva sconfitta per il Premier britannico David Cameron. L’Italia, che già lunedì affermava di puntare ad un ruolo di rilievo in Commissione, dovrebbe intanto avere la certezza della guida del gruppo socialdemocratico all’Europarlamento. L’elezione di Gianni Pittella a Vicepresidente della formazione significherà la promozione a Presidente una volta che Martin Schulz verrà riconfermato alla guida dell’assemblea la prossima settimana.

Termina intanto il lungo sciopero dei minatori in Sud Africa. Gli accordi sui salari hanno infatti concluso cinque mesi in cui decine di migliaia di lavoratori delle miniere di platino avevano incrociato le braccia per ottenere dalle compagnie LonminAnglo American Platinum ed Impala Platinum un sostanzioso aumento salariale. Il sindacato AMCU (Association of Mineworkers and Construction Union) non ha raggiunto l’utopico obiettivo di raddoppiare vedere raddoppiati gli stipendi, che verranno comunque incrementati di un 20% annuo. Ora il problema sarà l’impatto sul mercato della mancata estrazione di cinque mesi.

Potrebbe infine avere un impatto diplomatico la storia di Meriam Yahia Ibrahim Ishag, la donna sudanese inizialmente condannata per apostasia e recentemente rilasciata sotto pressione internazionale solo per essere arrestata nuovamente il giorno dopo. Il nuovo arresto, che riguarda ora l’intera famiglia, sembra essere motivato dal tentativo che questa avrebbe effettuato per viaggiare verso gli Stati Uniti con documenti falsi: un visto statunitense e carte collegate all’Ambasciata del Sud Sudan. Per questa ragione, il Ministro degli Esteri di Khartoum ha convocato gli Ambasciatori dei due Paesi.

 

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