venerdì, Ottobre 22

Iraq, l'Isis arretra grazie a Usa e Peshmerga L'Onu condanna l'attentato a Beirut. Storica visita di Rouhani in Italia

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Ancora scontri in Palestina dove oggi alcuni attentatori hanno sparato contro un’auto che transitava vicino all’insediamento colonico di Othniel, a sud di Hebron. Un uomo di 40 anni e un ragazzo di 18 sono rimasti uccisi e immediatamente dopo la polizia israeliana ha cominciato i pattugliamenti delle zone circostanti per identificare i responsabili. Gli attacchi continuano ad alimentare la violenza da entrambi le opposizioni. Il meccanismo convulso che è in atto sembra destinato a non esaurirsi, ma anzi, si autoalimenta: Israele stringe la cinghia, i palestinesi si ribellano, piovono sassi, si sparano proiettili. A Halhul, sempre nella zona Hebron un ventitreenne è stato colpito al cuore mentre era ad una protesta mentre a Blin, un attivista italiano dell’International Solidarity Movement (Ism). Si tratterebbe di Antonio Fresta, arrestato e detenuto nella stazione di polizia di Shaar Benyamina.

«Bene gli aiuti, ma il primo obiettivo per gestire efficacemente i flussi migratori è fare rispettare gli accordi di pace già firmati». Lo ha detto l’ambasciatore eritreo in Italia, Fessahazion Pietros, commentando gli esiti del primo summit Europa Africa appena conclusosi a Malta è esplicito: per risolvere il problema dell’emigrazione dei nostri giovani dall’Eritrea bisogna affrontare le cause che spingono questi giovani a lasciare il Paese. «La causa principale è la situazione di insicurezza creata dall’occupazione di una parte del territorio eritreo» ha spiegato. «Per risolvere questo problema la Comunità internazionale ed i Garanti in particolare, dovrebbero fare applicare gli accordi di Algeri del Dicembre 2000 e la Risoluzione del 13 Aprile 2002 che delimitava e demarcava i confini fra i due paesi». «Questa situazione di occupazione ha costretto il Governo eritreo a prolungare il servizio di leva ed ha impedito al Paese di tornare in una situazione di normalità» ha detto ancora. «È bene segnalare anche che, le massime autorità etiopiche minacciano periodicamente di attaccare l’Eritrea con l’obiettivo di destabilizzare il paese creando insicurezza. Queste minacce vengono accompagnate dalle frequenti incursioni in territorio eritreo da parte dell’esercito etiope».

Quella eritrea è una delle principali comunità di migranti presenti in Italia. Le parole dell’ambasciatore eritreo sono dunque un appello alla comprensione del problema rivolto in prima istanza proprio al nostro Paese. «Solo una situazione di normalità avrebbe consentito uno sviluppo economico con conseguente opportunità di lavoro e benessere economico per i giovani». È un problema di rispetto degli accordi di pace e di normalizzazione dei rapporti internazionali, ma è anche una questione di interessi, laddove alcuni paesi in qualche modo incoraggiano l’arrivo della gioventù eritrea più qualificata. «Un’altra causa importante è costituita dalla politica di immigrazione adottata da alcuni paesi che hanno scelto di riservare un trattamento preferenziale a questi giovani che vengono qualificati come rifugiati politici e che, dunque, vengono accolti e inseriti come tali nei paesi di destinazione». «Questa politica costituisce un forte richiamo non solo agli eritrei ma anche ad altri giovani africani che si dichiarano eritrei, per essere accettati come rifugiati politici. Se veramente si vogliono creare le condizioni affinché i nostri giovani non lascino il loro Paese» ha concluso l’ambasciatore «bisognerebbe rimuovere le cause sopracitate e creare condizioni economiche favorevoli».

Sempre più critica la situazione in Burundi. Il Governo belga ha deciso di invitare tutti i suoi cittadini presenti nel Paese africano a rientrare con la massima urgenza. La rappresentanza diplomatica della Unione Europea sta evacuando il personale non indispensabile. L’evacuazione del personale diplomatico europeo e l’invito ai cittadini belgi di lasciare il Burundi segue l’attentato alla vita della Ambasciatore tedesco a Bujumbura perpetuato dai terroristi ruandesi FDLR. “La decisione è stata presa sulla base di una nuova valutazione dei rischi legata alla situazione che si è venuta a creare in Burundi. Stiamo riducendo il numero del personale per ridurlo a solo quello veramente indispensabile. Consideriamo la situazione a Bujumbura estremamente pericolosa e quindi abbiamo preso disposizioni per proteggere il nostro personale e le loro famiglie”, ci spiega una fonte diplomatica europea.

Cattive notizie per Madrid. Un sondaggio reso pubblico oggi, infatti, a un mese e mezzo dalle elezioni catalane del 27 settembre, indica che se si rivotasse oggi le due liste secessioniste otterrebbero il 50,9% dei voti e aumenterebbero di fra 3 e 7 seggi (da 72 su 135 a 75-79) la loro maggioranza assoluta in parlamento. La lista Junts Pel Si del presidente uscente Artur Mas avrebbe con il 39,8% 61-63 deputati (contro il 39,6% e 62 seggi attuali), i radicali della Cup di Antonio Banos salirebbero dall’8,21% al 11,1% e da 10 a 14-16 seggi. Il sondaggio del Centre d’Estudis d’Opinio (Ceo) da in calo i tre partiti del fronte anti-indipendenza. Solo Ciudadanos si manterrebbe con il 18%, contro il 17,9%, e fra 24 e 26 seggi (ora ne ha 25). I socialisti del Psc scenderebbero dal 12,72% al 10,6% e da 16 a 14-15 deputati. Il Pp del premier spagnolo Mariano Rajoy dall’8,49% al 7% e da 11 a 8-10 seggi. La Lista Catalunya Si Que Es Pot formata da Podemos, Verdi e Comunisti, favorevole a un referendum sull’indipendenza salirebbe al 9,3% dal 8,9% e a 10-12 seggi contro gli 11 attuali. Il sondaggio, realizzato fra il 5 e il 27 ottobre su un campione di 2mila persone, da in pareggio tecnico i catalani sostenitori dichiarati dell’indipendenza, in crescita al 46,7%, e i contrari, in calo al 47,7%. Il 5,6% non si pronuncia. L’opzione dello stato indipendente è però quella che ottiene più consensi relativi al 41,1%, davanti all’ipotesi di «uno stato in una Spagna federale», al 22,2%, o che rimanga una comunità autonoma come ora nello stato spagnolo, al 27,4%. Il 65% dei catalani secondo il sondaggio ritiene che la Catalogna ha un livello insufficiente di autonomia, contro il 25% che lo ritiene sufficiente e il 4,3% che pensa sia «eccessivo».

 

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