mercoledì, Dicembre 8

Iraq: l’ingerenza dell’Iran in caduta (quasi) libera Il peso specifico delle forze politiche nel Paese è cambiato e il risultato delle urne lo hanno registrato. Ed è cambiato ai danni dell'Iran. Il blocco del religioso sciita populista iracheno Muqtada al-Sadr in testa e da ieri al lavoro per formare la coalizione

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Domenica 10 ottobre in Iraq si sono tenute le elezioni parlamentari. L’affluenza alle urne è stata del 41%, un minimo storico nell’era post-Saddam Hussein -in calo anche rispetto al 44% delle elezioni del 2018, che era già stato un minimo storico. Un disertare le urne atteso e che segnala una diffusa sfiducia nei confronti dei leader del Paese e del voto.
Malgrado il 60% degli aventi diritto abbia dimostrato di non credere nel voto e nell’onestà delle urne, esprimendo chiaramente la crisi della democrazia del Paese,
il governo e agli osservatori elettorali hanno ritenuto un successo questo 5° voto dell’era post-Saddam. In effetti, non ci sono stati episodi di violenza e la maggior parte degli elettori ha avuto facile accesso ai seggi elettorali. Il voto elettronico e le schede di registrazione biometriche erano state introdotte con la promessa di eliminare il tipo di frode che ha minato le ultime elezioni nel 2018.
Tutti gli analisti prevedevano che nulla o quasi sarebbe cambiato rispetto agli equilibri del precedente Parlamento. Non è stato esattamente così. Il peso specifico delle forze politiche nel Paese è cambiato e il risultato delle urne lo hanno registrato. Ed è cambiato ai danni dell’Iran. Che poi il chiaro segnale politico venga ascoltato dall’élite politica del Paese questo si vedrà e probabilmente non accadrà secondo molti osservatori. Ali al-Nashmi, professore di Relazioni Internazionali alla Mustansiriyah University di Baghdad, ha detto ad ‘Al Jazeera‘: «Non accadrà nulla …sono gli stessi leader, la stessa lista, lo stesso programma e lo stesso piano e obiettivo, non accadrà nulla sul campo».

I risultati definitivi non sono ancora disponibili, ma con il 94% delle schede scrutinate, l’alleanza dei candidati iracheni che rappresentano le milizie sciite sostenute dal vicino Iran è emersa come la più grande perdente. Il blocco del religioso sciita populista iracheno Muqtada al-Sadr mantiene il maggior numero di seggi in Parlamento, guidando i risultati in diverse delle 18 province irachene, inclusa la capitale Baghdad. Al-Sadr, leader anticonformista ricordato per aver guidato un’insurrezione contro le forze statunitensi dopo l’invasione del 2003, sembra aver aumentato i seggi del suo movimento nel Parlamento composto di 329 membri da 54 nel 2018 a più a 72 o 73 (le stime divergono in attesa dei risultati definitivi) con il voto del 2021.
Il partito Taqadum del Presidente del Parlamento sunnita Mohammed Al Halbousi sarebbe arrivato secondo, con 37 seggi, mentre il blocco State of Law dell’ex Primo Ministro Nouri Al Maliki sarebbe arrivato terzo, con circa 35.
I candidati indipendenti, principalmente quelli legati al movimento di protesta del 2019,dovrebbero guadagnare almeno 30 seggi. Molti erano scettici sul fatto che i candidati indipendenti del movimento di protesta avessero una possibilità contro partiti e politici ben radicati, molti dei quali sostenuti da potenti milizie armate.

I principali perdenti sembrano, dunque, da questi risultati parziali, essere i gruppi militanti filo-iraniani, i quali hanno già detto che rifiuteranno il risultato e hanno lanciato minacce di violenza. Il blocco Fatah, sostenuto dall’Iran, guidato dal leader paramilitare Hadi Al Amiri, composto da una schiera di politici e comandanti di milizia legati a Teheran, sembra destinato a subire perdite significative, assicurandosi solo 17 seggi. Hadi al-Amiri ha minacciato di respingere i risultati. Il leader della milizia Abu Ali al-Askari, noto anche come Hussein Mounes e guida del Kataib Hezbollah filo-iraniano, ha lanciato una minaccia non tanto velata di forza contro l’Alta Commissione Elettorale Indipendente. Kataib Hezbollah non è riuscito a conquistare un solo seggio in Parlamento.
Sul crollo delle forze politiche legate all’Iran hanno certamente pesato le proteste di piazza che si sono tenute tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, durante le quali le forze di sicurezza hanno sparato proiettili veri e gas lacrimogeni, uccidendo di 600 persone e ferendone alcune migliaia in pochi mesi. Il bilancio delle vittime e la repressione pesante, nonché una serie di omicidi mirati e tentati omicidi, hanno spinto molti manifestanti a chiedere il boicottaggio di questo voto, un voto anticipato di qualche mese frutto proprio di quelle proteste.
Molti dei giovani attivisti che hanno preso parte alle proteste del 2019 hanno denunciato l’influenza pesante dell’Iran nella politica irachena, comprese le milizie armate che rivaleggiano con l’autorità dello Stato. Molti hanno accusato le milizie di aver preso parte con le forze di sicurezza nel reprimere brutalmente le proteste. La caduta di Fatah è da ritenere che sia da attribuire proprio al fatto che dal 2019 l’Iran presso la popolazione ha perso di credibilità pesantemente.
Non è un caso che sia cresciuto così tanto il movimento di Al-Sadr, leader religioso sciita vicino all’Iran ma che rifiuta pubblicamente la sua ingerenza politica. Ma è cresciuto anche l’alleato storico dei partiti legati ll’Iran, Nouri al-Maliki, il che mette in una posizione difficile, queste forze, poiché accettare i risultati significa ammettere la sconfitta e rifiutare i risultati significa minare la vittoria del loro alleato, sottolinea ‘Al Monitor‘.

Non sono mancate, per altro, le voci secondo cui l’Iran avrebbe manomesso i risultati, voci alimentate dalla notizia che Esmail Qaani, comandante della Forza Quds del Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica iraniana, e persona di riferimento di Teheran per l’Iraq, era arrivato a Baghdad. Voci, per ora. In effetti il problema dell’incombenza dell’Iran, o meglio delle milizie che lo rappresentano, potrebbe presentarsi a breve e non certo in termini di brogli, piuttosto di violenze.
Se i risultati finali confermeranno, come parrebbe essere, quelli attuali,
la forza politica più potente nel prossimo Parlamento sarà il movimento di Moqtada al-Sadr, che dovrebbe aver vinto 72 o 73 seggi in Parlamento. Come capo del partito con il maggior numero di seggi, Sadr nominerà chi formerà il prossimo Governo, in mancanza di una maggioranza dovrà formare una coalizione. Secondo gli osservatori, Sadr potrebbe formare una coalizione con il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) di Massoud Barzani con 32 seggi e Taqaddum, il più grande partito arabo sunnita in Parlamento, guidato dall’attuale Presidente del Parlamento, Mohammed al-Halbousi con 43 seggi, per un totale di 146 seggi. I tre avrebbero solo bisogno di 10 seggi in più per formare il nuovo governo, seggi che possono essere facilmente ottenuto dai parlamentari indipendenti o da altri partiti politici.

Ieri, Moqtada Al Sadr ha formato la sua squadra di negoziatori, quattro politici di alto livello, per avviare il dialogo con altri partiti politici. Al Sadr stabilisce i limiti del comitato per formare coalizioni solo con i vincitori, un passo fondamentale prima della prima sessione del Parlamento quando deve essere annunciato il blocco più grande per avere il diritto di formare il governo. «Il comitato ha pieni poteri per quanto riguarda le coalizioni parlamentari e politiche in questa fase», ha detto Al Sadr.

Rivendicando la vittoria dopo l’annuncio dei risultati iniziali, lunedì,
Sadr ha tenuto un discorso televisivo incentrato sulla riforma e la lotta alla corruzione. Ha detto che la vittoria del suo partito è stata «una vittoria sulle milizie». Altresì ha anche affermato che le ambasciate straniere saranno benvenute in Iraq purché non interferiscano nei suoi affari interni. Ha detto che cercherà di tenere a freno le milizie. «D’ora in poi, le armi saranno limitate al solo controllo statale». Ed ecco il quel che veramente potrebbe accadere e come potrebbe materializzarsi lo ‘scontento’ iraniano. Lo spiega Mina Al-Oraibi,editorialista di ‘Foreign Policy. «Questo consolidamento del potere del governo iracheno potrebbe portare a scontri violenti, soprattutto se le milizie vedono diminuire la loro influenza».
Con alcune milizie che già affermano che non accetteranno i risultati delle elezioni, «il percorso del Paese potrebbe essere deciso da come le forze di sicurezza irachene e altri partiti politici reagiranno a tali minacce di violenza post-elettorale. Un fallimento nel limitare la capacità delle milizie di colpire minerebbe non solo il processo elettorale, ma anche l’infrastruttura di sicurezza e il governo dell’Iraq.
Mentre i prossimi giorni e settimane saranno tesi per quanto riguarda le milizie, la questione di chi formerà il prossimo governo iracheno è centrale per la direzione del Paese. Le manovre di diversi gruppi continueranno a porte chiuse, mentrele diverse fazioni cercheranno di proteggere i propri interessi», afferma Al-Oraibi. E c’è da credere che l’Iran sarà molto impegnato. Anche se, come ha dichiarato alla editorialista Renad Mansour, ricercatore e direttore dell’Iraq Initiative alla Chatham House di Londra, «i negoziati sulle posizioni di rilievo sono già iniziati, poiché ottenere l’accesso ai ministeri è la chiave per andare avanti per i partiti politici», «Anche se ci sono state elezioni che influenzano la formazione del governo, la formazione del governo è già iniziata ancora prima che fosse espresso il primo voto».
Gli esperti prevedono che
potrebbero volerci almeno sei mesi prima che si formi un nuovo governo.
Sebbene i guadagni di Al Sadr non siano stati una sorpresa, il margine è stato più ampio del previsto e il crollo di Fatah nel sostegno ha scioccato molti, ha affermato Lahib Higel, analista senior del Crisis Group per l’Iraq.

Un risultato importante di queste elezioni, prosegue Al-Oraibi, «è l’emergere di una classe di candidati indipendenti che hanno vinto seggi in Parlamento facendo campagna elettorale direttamente contro gli iracheni, resa possibile dalle riforme della legge elettorale. Il movimento Imtidad, guidato da Alaa al-Rikabi, un farmacista che ha guadagnato importanza durante le proteste dell’ottobre 2019, sembra essersi assicurato 10 seggi. Dovrà decidere se unirsi alla coalizione di governo -e rischiare di essere contaminato dal processo politico- o rimanere puro ma impotente come parte dell’opposizione».
«Se Sadr non è in grado di accordarsi con i suoi futuri alleati parlamentari su un nuovo Primo Ministro, il candidato consensuale potrebbe essere l’attuale, Mustafa al-Kadhimi, che è in buoni rapporti con Sadr, Halbousi e i curdi. Se i colloqui di coalizione dovessero impantanarsi e trascinarsi per mesi, questo sarebbe lo scenario probabile.
Ci sono altre due posizioni chiave che la nuova coalizione deve ricoprire: il Presidente iracheno e il Presidente del parlamento. Halbousi dovrebbe rimanere Presidente, mentre i curdi devono superare le proprie divisioni interne per decidere un candidato presidenziale, che sarebbe poi appoggiato dalla maggioranza della coalizione in Parlamento. Questa divisione tra i principali gruppi etnici e religiosi dell’Iraq non riflette solo i tre membri principali della probabile coalizione, ma è stata un accordo informale, a differenza del sistema istituzionalizzato di condivisione del potere settario del Libano. Uno sciita diventa primo ministro, un arabo sunnita guida il Parlamento e un curdo assume la presidenza. Eppure è proprio questo tipo di mercanteggiamento per guadagnare influenza che molti elettori iracheni condannano del loro attuale sistema politico, dove il potere raramente si traduce in una migliore fornitura di servizi o in una migliore gestione delle numerose crisi in Iraq. Inoltre, questa cruda divisione etnica e settaria tra le élite politiche irachene aliena gli iracheni laici e nazionalisti».

Ora il Paese ha tre urgenze in questo post-voto, secondo Mina Al-Oraibi, l’Alta Commissione Elettorale Indipendente «deve annunciare prontamente i risultati finali delle elezioni e mantenere la trasparenza su come sono stati conteggiati i voti». «Sadr dovrebbe essere chiaro con le sue intenzioni di formare una coalizione e nominare il prossimo Primo Ministro. Infine, le forze di sicurezza irachene devono essere vigili e non consentire atti di violenza contro la commissione elettorale, i candidati o gli attivisti che potrebbero essere presi di mira dai miliziani che cercano di affermare il potere che non hanno ottenuto alle urne».

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