giovedì, Maggio 13

Iraq: Italia invia 450 militari a difesa diga Mosul field_506ffb1d3dbe2

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Tuttavia notizie poco rassicuranti arrivano dal fronte orientale. «L’Unione europea rischia di rendersi complice di gravi violazioni dei diritti umani ai danni di rifugiati e richiedenti asilo in Turchia». Lo dichiara Amnesty International in un rapporto che parla di rifugiati e richiedenti asilo arrestati dalle autorità turche e spinti a tornare in zone di guerra. Il rapporto, intitolato ‘Il piantone dell’Unione europea’, denuncia come da settembre, in parallelo con i colloqui tra Turchia e Ue in tema d’immigrazione, Ankara abbia fermato centinaia di rifugiati e richiedenti asilo e li abbia trasferiti verso centri di detenzione isolati. Alcuni di loro hanno riferito di essere rimasti incatenati per giorni, di essere stati picchiati e infine di essere stati rinviati nei paesi da cui erano fuggiti. «Affidando alla Turchia il ruolo di piantone dell’Europa nell’attuale crisi dei rifugiati, l’Ue rischia di ignorare e incoraggiare gravi violazioni dei diritti umani. La cooperazione con la Turchia in tema d’immigrazione deve cessare fino a quando questi fatti non saranno indagati e non vi sarà posta fine», ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty.

Prima di settembre, gli arresti arbitrari e i rimpatri forzati non figuravano tra le preoccupazioni per la situazione dei diritti umani dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Turchia, Paese che ospita la più ampia popolazione di rifugiati al mondo, circa 2.200.000 registrati provenienti dalla Siria e circa 230.000 da altri paesi. Nell’ambito del ‘Piano d’azionè firmato a novembre da Ue e Turchia, Bruxelles, «sempre più desiderosa di assicurarsi la cooperazione di Ankara allo scopo di ridurre l’immigrazione irregolare, sta consentendo l’uso dei suoi fondi per dotare di equipaggiamento e infrastrutture i centri dai quali i rifugiati e i richiedenti asilo vengono spinti a rientrare in paesi come Siria e Iraq», recita il rapporto. Funzionari dell’Ue ad Ankara hanno confermato ad Amnesty che i sei centri di accoglienza descritti nella bozza del Piano d’azionè datata 6 ottobre funzioneranno di fatto come centri di detenzione.

Tutti i rifugiati e i richiedenti asilo con cui ha parlato Amnesty hanno riferito di essere stati fermati nelle province di confine occidentali e trasferiti in centri situati in quelle orientali e meridionali, in particolare in un campo nella provincia di Osmaniye e nel centro di detenzione di Erzurum, dove sono rimasti anche per due mesi, senza poter avere contatti con il mondo esterno. Amnesty ha documentato tre casi di violenza fisica nei centri di detenzione e ha raccolto una numerosa serie di denunce di maltrattamenti. Per molti rifugiati e richiedenti asilo, l’esperienza della detenzione illegale è stata seguita dal rimpatrio forzato verso Siria o Iraq. I rifugiati hanno confermato che l’unico modo per uscire dai centri era quello di accettare di tornare nel paese di provenienza. È stato documentato oltre un centinaio di rimpatri forzati in Siria e Iraq negli ultimi mesi, ma si teme che il numero effettivo sia molto più elevato e comprenda anche casi di rimpatrio in Afghanistan. Amnesty chiede quindi a Ue e Turchia di sospendere l’accordo fino alla creazione di meccanismi efficaci e indipendenti di monitoraggio dell’attuazione del ‘Piano d’azione’.

Attentati di Parigi – Due uomini sono stati arrestati in Austria in connessione con gli attentati del 13 novembre a Parigi. Lo hanno reso noto gli inquirenti. Lo riferiscono i media austriaci. Secondo il quotidiano ‘Kronen-Zeitung‘, si tratta di due cittadini francesi entrati in Austria, a Salisburgo, a ottobre assieme ad alcuni membri della cellula che ha compiuto gli attacchi. Il giornale afferma che i due avevano falsi passaporti siriani e avevano viaggiato dalla Grecia attraverso i Balcani fino in Austria assieme ai centinaia di migranti in cerca di rifugio in Europa. I due francesi, di origine algerina e pakistana, sono stati interrogati dalle autorità francesi e austriache, scrive il giornale.

Grecia vs Macedonia – Potrebbe avviarsi a soluzione la contesa diplomatica che da 24 anni oppone Atene e Skopje, conseguenza anche questa della guerra nella ex Jugoslavia. Il Primo Ministro macedone, Nikola Gruevski, ha fatto sapere di essere aperto alla possibilità di arrivare ad un accordo con Atene sul nome del suo Paese. «Siamo pronti a discutere, ad aprire un dialogo con loro per trovare una soluzione», ha detto il Premier in un’intervista al ‘The Guardian‘ alla vigilia di una visita in Grecia del Ministro degli Esteri macedone, Nikola Poposki, la prima negli ultimi 15 anni. La contesa tra Atene e Skopje – a causa della quale è stato bloccato anche l’ingresso della Macedonia nell’Unione Europea e nella Nato – risale al 1991, anno nel quale la piccola repubblica proclamò la sua indipendenza dalla Jugoslavia, adottando il nome che è anche quello della regione nel nord della Grecia. Chiamate a mediare, le Nazioni Unite decisero di riferirsi al nuovo Paese come all’ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom), in attesa di un accordo tra gli interessati. Dopo anni di intransigenza e disaccordi, sembra adesso che la leadership macedone sia disposta a trovare un’intesa con Atene, la quale a sua volta sembra disposta ad accettare il riferimento alla Macedonia nella futura denominazione, dopo aver per lungo tempo detto di no. «Vorremmo al più presto possibile avviare un dialogo con la Grecia per trovare una soluzione e se la troveremo, convocheremo i cittadini per un referendum», ha insistito Gruevski.

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