martedì, Settembre 21

Iraq, ISIS e Obama a braccetto Il Presidente della Commissione Intelligence della Camera Usa punta il dito su Obama: sapeva cosa stava per succedere in Iraq

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L’Imam sciita Moqtada al-Sadr, il giorno dopo in cui il Primo Ministro Nuri al-Maliki ha escluso la formazione di un Governo di unità nazionale, sostiene che serva un Governo di emergenza nazionale in Iraq, che includa anche i sunniti moderati, mentre al-Maliki nelle ultime ore non ha escluso di potersi fare da parte.
Il religioso, che con il suo Esercito del Mahdi ha combattuto contro le truppe americane nel 2003, ha chiesto volti nuovi nel nuovo Governo di emergenza nazionale: «Abbiamo bisogno di formare un Governo nazionale con nomi nuovi provenienti da tutti i contenti e non in base a quote settarie. Chiedo a tutti gli iracheni di non combattere e non terrorizzare i civili. Il Governo iracheno deve rispondere alle domande legittime dei sunniti moderati e smetterla di escluderli, perché sono stati marginalizzati».

La situazione prende una piega inaspettata e dà ancora più conferme di quanto sia alta la preoccupazione della frangia moderata sia sciita che sunnita. L’Esercito siriano ha compiuto questa settimana dei raid aerei contro i ribelli sul territorio iracheno, lungo la frontiera tra i due Paesi, come ha riferito stamattina ai microfoni della ‘Bbc‘ il Primo Ministro iracheno Nouri al Maliki, accogliendo favorevolmente i raid contro i ribelli dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), affermando di non aver comunque richiesto alcun intervento dell’aviazione siriana.

L’Iran non resta immobile e decide di entrare silenziosamente nell’arena della guerra irachena inviando al Governo di Baghdad forniture di armi e offrendo ricognizioni con droni per sorvegliare le aree della capitale.  La mossa di Teheran rappresenta un raro caso in cui il Paese dei mullah e gli Stati Uniti condividono un obiettivo comune: fermare l’avanzata dei ribelli sunniti dell’Isis che hanno conquistato diverse città a nord e a ovest e puntano verso Baghdad. Tuttavia i due Paesi si osservano con attenzione mentre sgomitano per mantenere (o ampliare) la loro influenza nella regione. I funzionari hanno sottolineato che le due potenze per anni rivali non hanno coordinato le loro azioni in Iraq. Anzi, come ha ricordato ieri da Bruxelles il Segretario di Stato americano John Kerry, ci sono potenziali rischi nell’intervento iraniano.

La notizia più interessante sulla questione irachena arriva stamattina da una dichiarazione del presidente della Commissione intelligence della Camera Usa, il repubblicano Mike Rogers. Egli infatti afferma che  l’avanzata dello Stato islamico in Iraq e nel Levante «non è un fallimento dell’intelligence, è un fallimento della politica, perché l’Amministrazione Obama aveva avuto specifiche informazioni sulle attività e i movimenti dei jihadisti ma non le ha sfruttate».
Rivelazioni che hanno un nome e un cognome che coincide con quello del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barrak Obama, ancora una volta indirettamente accusato di avere le mani in pasta o quantomeno legate. Le parole di Rogers risuonano severe e stantie: «Li abbiamo osservati quando si radunavano, abbiamo osservato il dibattito tra al Nusra e Isis, abbiamo osservato le preoccupazioni della leadership di al Qaida, Zawahri, per provare a farli tornare in riga, abbiamo osservato i loro campi che venivano costruiti e sviluppati, li abbiamo osservati mentre si procuravano armi, abbiamo osservato mentre ottenevano finanziamenti, abbiamo osservato persone con passaporto occidentale che si presentavano nei loro campi, li abbiamo osservati tutti», ha affermato polemicamente il rappresentante del NSA.

Dal Campidoglio americano risuona anche un’altra voce, quella del Segretario di Stato americano John Kerry:  «la Russia deve provare nelle prossime ore che sta lavorando per contribuire a disarmare i gruppi separatisti nell’est dell’Ucraina». La richiesta arriva al termine di un colloquio a Parigi con il collega francese, Laurent Fabius. La Cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin invece hanno avuto un nuovo colloquio sulla crisi in Ucraina. Come riferisce il Cremlino, i due leader hanno discusso della possibilità di un monitoraggio del cessate il fuoco, l’avvio di un gruppo di contatto regolare e del rilascio degli ostaggi. Putin ha ribadito che il cessate il fuoco proclamato dal presidente ucraino Petro Poroshenko, in scadenza domani, dovrebbe essere prolungato fino all’11 luglio.
Il Presidente ucraino ha partecipato alla telefonata con la Cancelliera tedesca Angela Merkel; oltre a Putin, al telefono anche il Presidente francese Francois Hollande.
E mentre il rappresentante permanente della Russia presso l’Alleanza Atlantica, Aleksandr Grushko, all’indomani della riunione dei Ministri degli Esteri dei Paesi Nato a Bruxelles dichiara che la Russia sta prendendo tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza nazionale, in relazione al rafforzamento delle capacità militari della Nato, in Mali arriva la notizia che Minusma, la missione dell’Onu prorogherà la sua presenza ancora per un altro anno. La consistenza del relativo contingente rimarrà invariata, con 11.200 soldati e 1.440 agenti di Polizia schierati sul territorio del Paese sub-sahariano.

La Libia, alle prese con lo scrutinio che segue le elezioni politiche svoltesi ieri, avrà il ricordo degli attacchi sanguinosi e di una bassa affluenza. A Bengasi sette soldati sono stati uccisi e 53 feriti in un attacco attribuito dalle autorità a miliziani islamisti, mentre in serata una delle più note attiviste per i diritti umani, Salwa Bugaighis, è stata aggredita e ferita a morte in casa sua.
Dopo l’avviso della Francia anche altre nazioni europee, tra cui l’Italia, potrebbero presto seguire l’avviso ai propri cittadini del governo francese – pubblicato in questi giorni sul sito del ministero degli Esteri – di non impegnarsi in attività finanziarie o investimenti nelle colonie israeliane in Cisgiordania. L’avviso è parte di un atto congiunto da parte delle maggiori nazioni nella Ue: Germania, Gran Bretagna, la Francia stessa, l’Italia e la Spagna. Queste due ultime potrebbero presto pubblicare simili avvisi. Una posizione piuttosto chiara che non interferisce con la condanna dei rapimenti dei 3 giovani coloni israeliani rapiti vicino ad Hebron, in Palestina. Mentre i social network si affollano di appelli contro l’oppressiva missione di ricerca dell’esercito israeliano che sta radendo al suolo e uccidendo senza sosta, proseguono gli arresti. Sale così a 381 il numero dei palestinesi arrestati durante le operazioni di ricerca: si tratta per la maggior parte di membri dell’organizzazione  Hamas, accusata dallo Stato ebraico di essere responsabile del sequestro, avvenuto nei pressi di Gush Etzion ma mai rivendicato.

I numeri del Waziristan del Nord, regione settentrionale del Pakistan ma confinante con l’Afghanistan sono nettamente diversi. Oltre 9.100 famiglie pachistane, per un totale di circa 65mila persone, si sono rifugiate nella provincia afghana di Khost dalla metà di giugno ossia da quando è stata lanciata un’operazione militare su larga scala nella suddetta regione. A renderlo noto oggi l’Alto commissariato Onu per i rifugiati.

 

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