domenica, Maggio 16

Iraq, inferno al Qaeda Anche il Pakistan nel fuoco talebano. Israele si blinda con il Presidente falco

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 Nuri al Maliki

Il Medio Oriente brucia sotto il fuoco jihadista. In Pakistan, i raid dell’Esercito contro i gruppi armati hanno fatto decine di morti, ma non riescono a fermare l’avanzata talebana.
Dopo l’attacco all’aeroporto internazionale di Karachi (almeno 37 vittime), gli scontri sono riesplosi in uno degli accampamenti delle Forze di sicurezza dello scalo, nell’area di Peholowan Ghot, e i voli sono stati temporaneamente sospesi. Nella zona, abitata anche da civili, è dilagato il panico per le raffiche di colpi di armi automatiche e l’arrivo nei cieli di elicotteri dell’esercito.
Come quello dell’8 giugno, il secondo assalto è stato rivendicato dai fondamentalisti del Tehrek e Taliban del Pakistan (Ttp). In risposta ai talebani, il Governo ha distrutto una decina di covi di terroristi, per un totale di 25 vittime. I talebani hanno poi replicato di aver agito nuovamente, per rappresaglia.
Alla vigilia del ballottaggio del 14 giugno per le Presidenziali, anche in Afghanistan si continua a morire. Il Pentagono ha confermato che i cinque soldati dell’ISAF (Forza internazionale di assistenza alla sicurezza) uccisi il 9 giugno nel sud del Paese erano americani. Ma stavolta i fondamentalisti islamici non c’entrerebbero. L’incidente, secondo i media afghani, sarebbe dovuto al «fuoco amico»: i militari sarebbero stati colpiti, nel distretto di Arghandab dal «sostegno aereo» chiesto comunque dalle truppe straniere in rinforzo a uno scontro con i ribelli. E i proiettili avrebbero «centrato il bersaglio sbagliato».
Nella provincia meridionale di Ghazni, inoltre, una banda di miliziani ha rapito 34 tra professori e studenti dell’universita’ di Kandahar di rientro da una vacanza: si sospettano gli estremisti islamici.

 Gli sviluppi più tumultuosi della ultime 24 ore si sono tuttavia registrati nell’Iraq a ferro e a fuoco dei gruppi terroristici. A Mosul, nel nord, i jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISI), ex affiliati di al Qaeda, hanno preso possesso del Consiglio provinciale e di vari quartieri della seconda città strategica dopo Baghdad, con combattimenti che hanno provocato «decine di morti e feriti».
Migliaia di abitanti, costretti a scappare dalle loro case, sono in fuga verso il Kurdistan e a sud verso la capitale. E nel caos, più di 2.700 i prigionieri sono evasi dal carcere centrale di Mosul. L’ISIS controlla già Falluja, a una 70ina di chilometri dalla capitale. E, la settimana scorsa i jihadisti, poi ricacciati, erano riusciti a occupare parti dell’antica Samarra, seminando il terrore nella città sacra sciita.
Il portavoce del Parlamento iracheno Osama Nujayfi ha lanciato l’allarme per «l”intera Provincia irachena di Ninive, a nord di Baghdad, sotto il controllo dell’Isis». Per difendersi, il Governatore di Mosul Athil al Nujaify ha invitato i cittadini a «formare comitati popolari» contro gli aggressori.
Il Paese è a un passo dalla guerra civile: il Premier Nuri al Maliki ha chiesto l’ok per lo stato d’emergenza, dichiarandosi pronto ad «armare chiunque decida di combattere contro il terrorismo». Il Premier della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, ha però accusato il Governo centrale di «non aver protetto abbastanza Mosul». A Baquba, sempre nel nord, intanto l’ennesima autobomba ha ucciso altre 20 iracheni.

Archiviata la preghiera per la pace in Vaticano con il leader palestinese Abu Mazen e Francesco, Israele si blinda dai vicini musulmani. Il Nobel per la Pace Shimon Peres si appresta infatti a cedere il testimone a un Presidente falco, meno dialogante di lui.
Con una votazione lampo, il 10 giugno la Knesset di Gerusalemme ha infatti eletto il 74enne Reuven Rivlin, esponente storico della destra israeliana e vicino ai coloni, decimo Capo dello Stato ebraico. L’investitura del candidato del Likud del Premier conservatore Benjamin Netanyahu è arrivata dopo un rapido ballottaggio con il centrista Meir Shitrit, che alla fine ha raccolto solo 53 preferenze, dieci in meno di Rivlin.
Ex portavoce del Parlamento ed ex Ministro della Comunicazione, Rivlin è noto per aver duramente criticato il piano di disimpegno militare da Gaza, varato dall’ex Premier Ariel Sharon. È stato tuttavia apprezzato anche dagli avversari politici, durante il lungo mandato alla presidenza della Knesset (tra il 2003 e il 2013), per essersi dimostato imparziale e super partes.
 Nel 2010, il falco ha tuttavia dichiarato che «avrebbe preferito accettare i palestinesi come cittadini israeliani, piuttosto della soluzione dei due Stati», portata avanti nei negoziati, e sulla sua nomina a capo di Stato il Parlamento, pur scegliendolo, si è spaccato. «La sua elezione è una vittoria del Likud in campo nazionale» ha dichiarato Netanyahu. Rivlin si è tuttavia definito «non più un uomo di partito, ma un uomo di tutto il popolo».

In Siria, la situazione è apparentemente più calma. All’indomani dell’aministia post elezioni, gli attivisti hanno confermato il rilascio di «decine di detenuti colpevoli di atti di terrorismo», come concessione del riconfermato Presidente Bashar al Assad.
Il quotidiano libanese ‘al Akhbar‘ ha poi pubblicato altre voci – senza citare fonti riservate e smentite dalla Farnesina – su padre Paolo Dall’Oglio, scomparso in Siria quasi un anno fa che «nel mese scorso avrebbe incontrato una delegazione italiana per un colloquio di un paio di ore», nella regione di Raqqa, al confine con la Turchia, dove il gesuita è scomparso. La cerchia di persone a lui vicine, inclusa la sorella, ha però dichiarato di non essere a conoscenza dei fatti citati dal giornale vicino agli sciiti filo-iraniani di Hezbollah.
In questi giorni, l’Iran, protettore del regime di Damasco, ha intensificato il dialogo con le potenze occidentali, in vista del prossimo round di colloqui sul nucleare dal 16 al 20 giugno a Vienna: dopo gli incontri bilaterali con Usa, Francia e Russia, il 15 giugno una delegazione dalla Germania è attesa a Teheran.

Oltre che con l’Iran, Bruxelles ha in corso pressanti negoziati con Russia e Ucraina, per sciogliere il contenzioso – anche europeo – sul gas. Dopo ore di braccio di ferro il Commissario europeo per l’Energia Gunther Oettinger ha annunciato la fumata nera: «Sono state discusse tutte le questioni e proposte soluzioni. Ma ci sono posizioni differenti»: l’UE, che attraverso la Commissione ha raccolto la prima trance di 500 milioni di euro del prestito a Kiev, ha comunque in agenda trattative fino all’11 giugno.
Dall’Est dell’Ucrainacontinuano ad arrivare bollettini di guerra: decine di persone sarebbero morte in in battaglia a Kramatorsk e due bambini di Sloviansk avrebbero perso la vita per le schegge nei raid dell’esercito.
Il faccia a faccia in Normandia tra il Presidente russo Vladmir Putin e il suo omologo ucraino Petro Poroshenko ha tuttavia portato ad atti di distensione: come chiesto dal Cremlino, Kiev ha dato l’ok ai corridoi umanitari nell’est, per i civili in fuga dal conflitto. Poroshenko ha anche disposto di organizzare l’evacuazione e le misure per l’assistenza medica e umanitaria, «al fine di evitare nuove vittime». «I corridoi umanitari sono un passo nella giusta direzione», ha commentato il Ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov.

Ma i leader europei restano divisi sulla nomina del futuro Presidente della Commissione Ue. Reduce dal mini-vertice in Svezia con i falchi conservatori, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha ribadito la sua fedeltà al centrista Jean-Claude Juncker: «È lui che vorrei come capo a Bruxelles, l’ho già detto in Germania e non voglio fare altre speculazioni».
Ma il Premier inglese David Cameron, dopo ore di faccia a faccia, ha ribattuto che il candidato in pectore dei popolari europei (Ppe) «non ha legittimazione in Gran Bretagna».

 

 

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