lunedì, Settembre 20

Iraq: il ruolo degli Stati Uniti false

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L’avanzata dei combattenti di ISIS verso Baghdad mette il presidente degli Stati Uniti Barack Obama di fronte alla sfida più grande della sua leadership. Se ISIS raggiunge il suo obiettivo, nei confini di Turchia, Giordania, Libano, Arabia Saudita e Iran salirà al potere uno stato islamico sunnita. Nel mondo si aprirà un buco nero di estremismo che minaccerà gli stati in ogni modo possibile. L’Iraq sarà diviso in tre, Israele risulterà minacciata e la sicurezza degli Stati Uniti – con quella del resto del mondo – sarà esposta a un rischio decisamente maggiore. Con questo successo l’adesione da parte dei disillusi, degli scontenti, e delle ideologie sarà incoraggiata e questo sarà un pericolo concreto appena tutti questi uomini torneranno in patria. Un movimento di uomini, mezzi e munizioni formerà la tempesta perfetta dei militanti nel cuore del Medio Oriente.

È chiaro che gli Stati Uniti non possono starsene a guardare, ma un loro ulteriore intervento, dopo otto anni di disastrosa occupazione dell’Iraq, non solo sarà difficile da digerire, all’interno del Paese, ma diventerà un boccone ancora più indigesto per gli avversari mediorientali e i loro alleati. Dopo la lunga, costosa e inconcludente guerra in Iraq, la reputazione degli USA in Medio Oriente sembra irreparabilmente compromessa e la loro influenza diminuita. Questo è sia la ragione immediata che la causa prima della politica di ‘disimpegno’ dell’amministrazione Obama, che si concentra ora sull’idea di usare contro i militanti intelligence e dei ,droni in paesi come lo Yemen, la Somalia e il Pakistan. Ma questa politica di guerra a distanza ed il suo tributo di vittime civili hanno ulteriormente danneggiato la reputazione degli Stati Uniti nella regione.

Nelle complesse dinamiche del Medio Oriente, però, gli Stati Uniti potrebbero essere costretti a fare una battaglia per proteggere gli alleati nella regione, soprattutto in Paesi come la Turchia e la Giordania, al confine con l’Iraq. Gli Stati Uniti cercheranno di aiutare il governo di Maliki a difendersi da ISIS, secondo David Pollard del Washington Institute for Near East Policy: «Se c’è una minaccia diretta, da parte di ISIS o di altri elementi interni all’Iraq, contro la sicurezza della Giordania, della Turchia o di altri paesi del Golfo Arabo, gli Stati Uniti potrebbero effettivamente prendere in considerazione un intervento diretto di qualche tipo. Senza mettere piede sul terreno, ma con il supporto aereo o di missili o droni».

Mentre le alleanze nella regione cambiano e vengono ricostruite, nel dopoguerra iracheno e dopo le primavere arabe, gli Stati Uniti in Iraq tra gli attori esterni non sono più il più potente o influente, sostituiti da Turchia e Iran. Gli USA arrivano al terzo posto. Obama è dunque di fronte a un dilemma. Una potenziale tempesta internazionale – e nazionale – si sta preparando, gli interessi statunitensi sono in gioco, ma la capacità statunitense di influenzare i pesi massimi nell’area è molto ridotta. Lui dovrà muoversi con leggerezza per manovrare in una regione dove le vecchie alleanze sono logore e non è più così facile distinguere l’amico dal nemico.

Il governo sciita in Iraq, sostenuto dal Primo Ministro Nouri al-Maliki, avrebbe messo gli Stati Uniti nella curiosa posizione di dover allineare i propri interessi, forse anche militarmente, con il super-nemico Iran. Per farlo effettivamente, però, dovrebbe causare ulteriore inimicizia all’ormai traballante alleanza USA-Arabia Saudita. Ma l’Arabia Saudita e gli altri alleati del Golfo ora sono accusati di sostenere in termini finanziari, militari e ideologici l’insorgenza di ISIS. Più impegnativo, in termini politici, sarebbe far cadere il sostegno offerto dal governo Maliki alla lotta contro l’insurrezione islamica sunnita in Iraq,  compiuta dall’alleato politico e settario di Maliki, Bashar al-Assad; Assad affronta la stessa insurrezione di ISIS, ma stavolta con la tacita approvazione degli Stati Uniti. Ci si potrebbe chiedere perché ISIS sia ritenuta una minaccia per il governo iracheno, ma per non quello della Siria.

Sabato scorso il presidente Obama ha detto di essere impegnato a riflettere su una serie di opzioni, ma un primo passo da prendere in esame era rimettere ‘piede sul terreno’. «Noi non rimanderemo le truppe Usa a combattere in Iraq, ma ho chiesto al mio team incaricato della sicurezza nazionale di elaborare una serie di altre opzioni che potrebbero contribuire a sostenere le forze di sicurezza irachene», ha detto. Una laconica dichiarazione del portavoce del Pentagono, John Kirby, fa capire che il Pentagono stesso avrebbe assunto un approccio ancora più intransigente. «Questo è quanto le forze di sicurezza irachene e il governo iracheno devono affrontare», ha detto nelle prime ore della battaglia. Pochi giorni dopo la portaerei USS George H. W. si è messa in rotta verso il Golfo Persico, accompagnata da due navi da guerra con armamento missilistico. Il Pentagono attende gli sviluppi. Le navi della Marina hanno lo scopo di proteggere vite americane, cittadini americani e interessi americani in Iraq, secondo la dichiarazione del Pentagono. Non si fa parla dell’intenzione di proteggere lo stato dell’Iraq o i civili iracheni.

Arrestare l’offensiva di ISIS potrebbe essere il miglior obiettivo di breve termine per gli Stati Uniti, ma gli analisti dicono che è improbabile che ciò accada senza supporto aereo. Gli USA sono restii a fornire tale supporto, e la NATO ha messo in chiaro che non intende farsi coinvolgere. Gli insorti di ISIS operano facendo base in città e villaggi, e intanto cresce la possibilità di perdite di infrastrutture e vite civili. Gli Stati Uniti sanno anche troppo bene che arriveranno segnalazioni di perdite tra i civili, vere o inventate, e ciò oscurerà ancora di più le statistiche già tetre dell’intervento degli Stati Uniti in Medio Oriente. “Un intervento americano non sarebbe utile”, ha detto il politico iracheno Iyad Allawi a CNN. «Sarebbe come gettare benzina sul fuoco. Penso che gli americani abbiano sprecato i loro sforzi e la loro capacità di esercitare influenza sulle cose dell’Iraq, in particolare dopo la smobilitazione del 2011».

Obama, consapevole dell’accusa che potrebbe giungergli per aver sostenuto un gruppo settario contro l’altro, ha detto che avrebbe autorizzato azioni precise da parte dei militari solo se il governo Maliki, a controllo sciita, avesse prima cercato di ridurre le tensioni settarie. «Questo dovrebbe suonare come un campanello d’allarme» per i leader iracheni, ha detto. L’azione militare non avrà luogo «in assenza di un progetto politico degli iracheni che ci rassicuri sul fatto che sono pronti a lavorare insieme a noi». Ma è poco probabile che iracheni e sauditi vogliano ancora accettare consigli dagli Stati Uniti, né è probabile che lo faccia un qualsiasi altro paese del Medio Oriente. Quel che è certo è che gli altri attori della regione si muoveranno per riempire qualsiasi vuoto di potere e questo pensiero sarà prioritario per i responsabili politici degli Stati Uniti. Sembra che siano rimaste ben poche leve da muovere.

Le insurrezioni non nascono per caso, necessitano di diverse condizioni per fiorire e prosperare fino a veder maturare una rivolta. Una soluzione politica rapida si rivela dunque improbabile, se si pensa alla miriade di problemi strutturali, politici e confessionali che affliggono l’Iraq. A tutti gli effetti, l’insurrezione non si è mai spenta per davvero. I media hanno smesso di fare servizi e i politici di tutto il mondo hanno smesso di occuparsene. Nel 2013, 7.818 civili e 1.050 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi, il più alto numero di morti nell’arco di 5 anni.

Dopo il ritiro degli Stati Uniti, nel 2011, Maliki ha estromesso i politici moderati sunniti dalla gestione del potere e ha trattato duramente i sunniti iracheni. I sunniti iracheni e i loro vicini sunniti (Turchia, Arabia Saudita e Qatar) non hanno mai accettato un governo nel quale gli sciiti hanno il potere e fanno del loro meglio per rendere impossibile il governo a Maliki. Questa ostilità, che si basa su alleanze settarie, non è soggetta a rapidi cambiamenti, alla fin fine.

Mentre l’esercito iracheno e i rinforzi dei volontari si disperdono a Samarra per quella che si sta profilando come la battaglia decisiva, la penetrazione di ISIS in tutto l’Iraq è stata rallentata e i decisori politici hanno colto l’occasione per valutare le diverse opzioni in gioco. Per sostenere il governo di Maliki, hanno verificato la collaborazione con l’avversario Iran. Per ora, l’Iran sta verificando le prime ipotesi di intervento, mentre gli Stati Uniti inviano segnali di dialogo positivi in vista di possibili colloqui e collaborazione.

Quando al presidente Hassan Rouhani è stato chiesto (sabato), se intendesse lavorare con Washington, e lui ha risposto: «Possiamo considerarlo, se l’America inizia a combattere i gruppi terroristici, in Iraq o altrove». Un suggerimento, forse, del fatto che l’Iran vorrebbe vedere da parte degli Stati Uniti la revisione del proprio sostegno ai gruppi ribelli in Siria, impegnati nella guerra contro l’alleato iraniano Bashar al-Assad. È anche un segnale su come l’Iran sappia bene che gli Stati Uniti hanno bisogno del suo sostegno alleato più che mai, in paesi come l’Iraq, la Siria e lo Yemen.

Ma c’è un precedente di collaborazione tra Stati Uniti e Iran. Dopo gli attacchi dell’11 settembre a New York, Teheran ha fornito servizi di intelligence agli Stati Uniti, sui combattenti di al-Qaeda e sulle loro posizioni all’interno dell’Afghanistan. L’Iran ha aiutato gli Stati Uniti a individuare gli obiettivi e a dirigere la campagna aerea contro al-Qaeda nei primi giorni del conflitto. L’Iran ha ancora teso la mano agli Stati Uniti nei primi giorni dell’offensiva statunitense in Iraq, nel 2003. Ambedue avevano interesse a spodestare Saddam Hussein. L’Iraq, ancora una volta, ha offerto intelligence e consulenza logistica, nonché una tabella di marcia, per il miglioramento delle relazioni tra USA e Iran. L’attuale ministro degli Esteri iraniano, Javid Zarif, il rappresentante dell’Iraq alle Nazioni Unite, è stato determinante in questa proposta, nota come il ‘Grand Bargain’, che però non è stata accolta e la guerra in Iraq è precipitata in un caos settario che ha contrapposto i paesi dell’alleanza sunnita agli alleati dell’Iran sciita. Ancora una volta, è probabile che la condivisione dei servizi di intelligence sia possibile, dato Zarif è ministro degli Esteri ed è considerato affidabile da molti diplomatici occidentali. Dall’elezione del Presidente Hassan Rouhani nel 2013, le relazioni tra Stati Uniti e l’Iran sono migliorate, ma sospetti e ostilità reciproche rimangono e l’opposizione dell’opinione pubblica è difficile da superare, da ambo le parti.

Nonostante le notizie sul fatto che i Quds (forze iraniane) si sono già schierati in Iran, Rouhani ha smentito le notizie sul fatto che gli iracheni non hanno ancora chiesto aiuto, ma in questo caso: «Faremo del nostro meglio per soddisfare le esigenze dell’Iraq e al fine di contribuire alla lotta contro il terrorismo, ma non abbiamo intenzione di schierare le truppe». Questa è una dichiarazione che non molti prendono alla lettera. A lungo si è ipotizzato che l’Iran schierasse forze d’élite con scopi di addestramento, consulenza e combattimento.

Per gli Stati Uniti, scegliere di lavorare con l’Iran significa danneggiare i rapporti con il peso massimo sunnita regionale, l’Arabia Saudita. Anche se l’Arabia Saudita, così come il Kuwait, hanno sempre negato direttamente di aver finanziato gruppi come ISIS, è ampiamente accettato il fatto che esistano fondi provenienti da donatori ricchi che, dai paesi del Golfo, vengono incanalati verso di loro. Ciò accade con la tacita approvazione dei governi del Golfo, il che consente ai donatori di negare il loro coinvolgimento diretto. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto soppesare che i costi dell’ulteriore indebolimento della propria relazione con qualsiasi membro del CCG –Consiglio di Cooperazione del Golfo,  e specialmente con la potente Arabia Saudita, rischiano di compromettere i rapporti commerciali e militari. Gli USA hanno decine di migliaia di uomini di truppa, e basi militari in gran parte dei paesi del Golfo. Questi sono stranamente silenziosi, fermi come al solito, a guardare, aspettare e, forse, a dirigere gli eventi dietro le quinte.

Mentre pesano le loro mosse, dunque, gli Stati Uniti devono anche rispondere alle aspettative della comunità globale. Dopo aver impostato un controllo militare in Iraq a protezione di una democrazia costituzionale che loro stessi affermano di aver fatto nascere, forse sentono il dovere di evitare che l’Iraq smetta di scivolare in un ulteriore caos. Ma, in assenza di un reale cambiamento politico, Uniti troveranno difficile restare fuori da una battaglia sempre più settaria. Gli Stati Uniti sono feriti, indeboliti e hanno perso il rispetto nella regione. Hanno bisogno di rivalutare i loro amici e alleati in Medio Oriente, prima di fare una prossima mossa.

(Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli)

 

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