mercoledì, Agosto 4

Iraq: il puzzle di realtà tribali sulla sua stabilizzazione

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Sebbene le origini di Daesh siano geograficamente irachene, il Paese mesopotamico ospita anche altre fazioni, alcune delle quali sono assai agguerrite contro l’espansione del Califfato del terrore. Esempi di queste minoranze sono i Curdi, gli Assiri e i Caldei.

Nel complesso, l’Iraq è un Paese a larga maggioranza islamica, con una netta distinzione di Sciiti nel Sud-Est del Paese e di Sunniti nelle zone centro-settentrionali. Non stupisce, dunque, che il Paese sia teatro di continue divisioni tra gli abitanti, fortemente legati nei valori religiosi comuni del Corano, ma estremamente in conflitto sui metodi di approccio della Religione del Libro.

Nonostante risulti assai ostico tracciare un profilo etnico completo dell’Iraq, a causa delle guerre e dei conflitti interni che ne hanno modificato i connotati (tra ondate migratorie e massacri ai danni dell’una o dell’altra etnia), risulta evidente come Daesh si sia impadronita di zone sunnite della Mesopotamia, per di più quelle già caratterizzate da una bassa densità di abitanti. È proprio qui che interviene con forza la reazione curda, volta a cacciare le milizie jihadiste salafite dai territori del Nord, a partecipare attivamente all’eliminazione del pretenzioso Califfato iracheno e, in forza degli sforzi compiuti in questa guerra, a chiedere alla Comunità Internazionale di dare il via alla creazione dell’agognato Stato curdo.

I Curdi sono musulmani sunniti e seguono i dettami della scuola sciafita (che vede la necessità di distinguere le fonti giuridico-religiose in una precisa fonte gerarchica); costituiscono circa il 15-20 per cento della popolazione irachena. Sebbene la formazione del Kurdistan sembri ad ora veramente un’utopica convinzione dei combattenti del Nord, i Peshmerga curdi, assieme agli Assiri, continuano a combattere e a dare filo da torcere ai miliziani di al-Baghdadi.

Gli Assiri non sono musulmani sunniti, come i salafiti di Daesh o gli sciafeisti curdi, ma sono principalmente cristiani. Primi perseguitati dallo Stato Islamico e cacciati dalla regione di Ninive, questa minoranza ha dato vita alla milizia di Dwekh Nawsha (‘coloro che si sacrificano’), che combatte adesso fianco a fianco con i Curdi per liberare i territori perduti.
Gli Assiri, comunque orgogliosissimi delle loro origini giudaico-cristiane, vantano discendenza dalle più antiche civiltà della Mesopotamia, nonché di essere stato il primo popolo ad abbracciare gli insegnamenti del Nuovo Testamento. Per tali motivi, essi sono motivati al combattimento contro Daesh, i cui combattenti si dimostrano acerrimi nemici dei cristiani e rivelano il loro carattere di arabi invasori della loro terra.

Assieme agli Assiri, anche i Caldei vantano antichissime origini mesopotamiche e costituiscono circa il 3 per cento della popolazione dell’Iraq. Di credenza cristiana, i Caldei hanno comunità nella zona di Baghdad, di Bassora e di Mosul.

A Nord del Paese sono presenti diversi centri di etnia turcomanna. Quest’ultima, di prevalente confessione sunnita hanafita, come la maggioranza dei sunniti iracheni, è testimonianza della presenza di popolazione turca all’interno dei confini iracheni.

L’uno per cento della popolazione irachena è costituito dai Mandei. Stanziata nelle regioni di Bassora, Baghdad e Nasiriyah, questa etnia viene considerata quasi impura dagli altri iracheni, poiché provenienti (secondo la tradizione locale) da zone palustri; la loro credenza, probabilmente di origini pre-cristiane, si basa sulla figura di Giovanni Battista, considerato l’unico grande profeta.

Oltre alle più famose minoranze irachene, il Paese è abitato da sunniti e sciiti di etnia araba: i primi risultano essere il 21 per cento circa della popolazione, mentre i secondi costituiscono il 53 per cento degli iracheni.
Gli sciiti, presenti anche nel Governo iracheno, godono della protezione del vicino Iran, che vuole ad ogni costo evitare di cedere alle milizie e alle forze politiche sunnite il Governo dei Paesi confinanti, ‘sotto influenza’ iraniana fintantoché vi saranno sciiti alla loro direzione.
I sunniti, dal canto loro, non avrebbero la forza di reggere il potere in uno Stato poliedrico come l’Iraq. La loro unità deriva più dalle etnie di appartenenza più che dalla religione: infatti l’estrema frammentazione tra salafiti, sciafesti e hanafiti mina qualsiasi altra forma di coalizione.

Elencando le diverse etnie e confessioni presenti in Iraq, si fa immancabilmente riferimento al complesso sistema tribale presente nel Paese, di cui i meccanismi ne influenzano significativamente le dinamiche interne e gli sviluppi.
Molte delle tribù interne del Paese, come i sopracitati Caldei e gli Assiri, vantano origini pre-islamiche: in tale contesto, il capo tribù equivale alla figura del re antico, condottiero di popolazioni piccole e talvolta nomadi: da ciò si denota il carattere ancestrale di quella che viene considerata la culla della civiltà.

Politicamente e militarmente parlando, non si può pensare all’Iraq se non si prende in considerazione la variegata natura del Paese, la quale purtroppo non è stata trattata in modo veramente approfondito dai media e dagli stessi enti che in passato hanno operato in Iraq.

La realtà tribale prevede una costante e intensa attività di mediazione con i capi tribali locali, oltre che con le cariche istituzionali; inoltre continua deve essere l’attenzione nel controllare gli effetti dei negoziati sulla popolazione civile e sulle altre etnie. Una buona azione di mediazione, unita ad una profonda conoscenza delle culture e delle etnie locali da parte dei mediatori, può fareterra bruciataattorno a Daesh, eliminandone il sostegno alleato e, attraverso l’azione militare, procedere alla distruzione delle fonti di introito e delle basi rimaste al Califfato. Da ciò ne conseguirebbe un duro colpo per lo Stato Islamico e la dispersione delle milizie salafite.
Questa strategia, attuabile soltanto nel corso di un lungo periodo fatto di ricostruzione, faticose mediazioni e la spesa di ingenti risorse, non darebbe all’Iraq quella stabilità politica che solo gli stessi iracheni potranno conseguire, ma garantirebbe al Paese mesopotamico la possibilità di avere confini sicuri contro la minaccia jihadista. Il tutto attraverso la conoscenza della realtà tribale irachena. E’ da questa realtà e dalla capacità anche italiana di mediazione che passa la futura sicurezza e forse, a lungo termine, la stabilità del Paese.

 

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