martedì, Ottobre 26

Iraq: il puzzle di realtà tribali sulla sua stabilizzazione

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Si può davvero individuare una data e una causa per lo spargimento del terrore nel medio e vicino Oriente? Può essere ravvisato un inizio dell’espansione incontrollata del fondamentalismo islamico e della sua trasformazione nel corso del tempo? Ovviamente, no. I fenomeni storici non trovano mai una causa o un evento unico dal quale scaturisce il fatto in sé, ma esso si genera da presupposti sociali, da concause legate fra loro e dall’azione di una o più persone di dare (consapevolmente o no) il via all’evento, con tutte le conseguenze che ne seguono.

Il terrorismo islamico, del quale conosciamo le origini post-colonialiste e della Guerra Fredda, si è evoluto e ha subito una mutazione sostanziale con la caduta del regime iracheno di Saddam Hussein.
Il 9 aprile del 2003 le truppe corazzate americane, vinte le ultime sacche di resistenza, erano entrate nella capitale Baghdad per porre definitivamente fine alla dittatura in Iraq. La conseguente destabilizzazione del Medio Oriente fu inevitabile: l’Iraq, Paese dai mille volti e dalle numerosissime realtà, divenne scenario di scontro per tutte le milizie islamiche e per le grandi Nazioni musulmane alleate di tali milizie.

In questi giorni, in Iraq, la mobilitazione delle truppe italiane verso il fronte si è palesata in tutta la sua eloquenza.
Roma ha iniziato l’invio,negli ultimi 10 giorni, dei primi 130 militari del nuovo contingente che avranno compiti classici di Personal Recovery, gli uomini della componente AVES e un plotone della Brigata Aeromobile Friuli andranno a sostituire i colleghi americani che non disponevano degli elicotteri da combattimento utili allo scopo.
Contestualmente all’arrivo delle prime truppe con compiti operativi,  l’altro ieri sono iniziati i lavori alla diga di Mosul eseguiti dalla ditta italiana Trevi.
proteggere i dipendenti dell’azienda saranno presenti circa 450 militari italiani, i quali potrebbero essere chiamati non solo a compiti di semplici guardie del corpo ma ad appoggiare la protezione della diga da parte dello Stato Islamico.
Un lavoro per cui l’Italia è pronta solo in parte e di cui si parla sempre con scarso interesse.
Parlando del futuro dell’Iraq, vi è stato l’annuncio del governatore della Banca centrale irachena, Ali al-Alak, secondo il quale il Paese ha in programma di emettere bond governativi per un valore di 2 miliardi di dollari, in considerazione del fatto che, nel corso dei prossimi 2 anni, il Governo iracheno dovrebbe ottenere prestiti per 15 o 16 miliardi di dollari, dal Fondo Monetario Internazionale e non solo, che, se l’arretrata di Daesh proseguirà, potrebbero iniziare a stabilizzare l’economica.

Per guardare il futuro dell’Iraq in termini costruttivi è necessario ricostruire i percorsi che lo hanno condotto all’attuale stato di cose, l’occupazione di Daesh.

Il ripetersi di attacchi, la debolezza delle istituzioni locali, totalmente azzerate dopo la caduta del regime, ridussero l’Iraq ad essere l’ombra di se stesso, un Paese apparentemente senza futuro. In tale contesto nacque una nuova forma di minaccia al mondo: Daesh.

Daesh, acronimo arabo per indicare l’autoproclamato Stato Islamico (IS in inglese), trova le sue origini proprio in Iraq: i suoi capi hanno trovato lì il terreno fertile per fondare lo Stato Islamico di Iraq e del Levante, poi esteso alla Siria e adesso divenuto uno sponsor globale del terrorismo jihadista.

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