giovedì, Aprile 22

Iraq: i timori dell’Australia Il Governo invia truppe speciali per proteggere l’ambasciata, ma nega un nuovo impegno militare

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SydneyL’Australia è attenta e preoccupata per quanto sta accadendo nel Levante, in modo particolare in Iraq e Siria. La regione è infatti attraversata da rinnovate forme di violenza che vedono coinvolti, da un lato, gli Stati più o meno legittimati dalla Comunità Internazionale, dall’altro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, abbreviato come ISIL, dall’inglese Islamic State in Iraq and the Levant o ISIS, da Islamic State in Iraq and Syria.

Quest’ultima è un’organizzazione para-statale di impostazione islamica sunnita estremista non riconosciuta dalla Comunità Internazionale, guidata da Abu Bakr al-Baghdadi e attiva soprattutto in Iraq e Siria. Scopo dell’ISIS è contrastare il lascito dell’invasione militare del 2003 e conquistare i territori a maggioranza sunnita presenti nei due Paesi, al fine di unirli e costituire un unico califfato islamico sunnita fondato sulla Shari’a, la legge islamica. A tal riguardo, è particolarmente esemplificativo lo slogan باقية وتتمدد, traslitterato come “Baqiya wa Tatamaddad” e composto da due parole chiave: perdurare ed espandersi.

L’ISIS – separatosi da al-Qaida nel febbraio scorso, in quanto ritenuto fuori controllo anche dalla nota organizzazione terroristica – può vantare finanziamenti non ufficiali e controlla ora ampie porzioni della Siria orientale e dell’Iraq nord-occidentale, dove ha conquistato anche le città di Mosul e Fallujah, arrivando a poche decine di chilometri dalla capitale Baghdad, la quale segna l’inizio della regione del Paese a prevalenza sciita.

Le preoccupazioni dell’Australia sono dunque assimilabili a quelle di qualunque Paese che privilegi una stabilità politica in tale regione, uno dei contesti geopolitici più instabili del pianeta, caratterizzato da marcate e radicate differenze etniche, religiose, settarie e, più in generale, sociali e politiche. La zona è inoltre uno degli snodi economici più delicati, in cui il commercio di greggio risulta essere un sostenimento fondamentale per le economie e gli indotti – di ogni sorta – locali.

Non sorprende dunque che l’Australia, al pari della Nuova Zelanda, abbia espresso forte preoccupazione per i rinnovati rischi politici, economici e sociali che concernono tale regione, preoccupazione che nel caso dell’Australia è amplificata dal ruolo attivo che il Paese ha avuto nelle diverse coalizioni militari internazionali che sono intervenute in Medio Oriente nel corso degli anni.

Il contributo australiano è stato considerevole nell’invasione dell’Iraq nel 2003 – 500 elementi delle forze speciali, 2 fregate portaelicotteri, una nave da trasporto con 350 soldati, unità anti-aeree, sminatori, 14 caccia F-18, 3 C-130, 2 P-3, circa 500 elementi di supporto logistico ed un numero imprecisato di droni – ma anche nella Guerra in Afghanistan cominciata nel 2001, fino a risalire alla Guerra del Golfo del 1991.

L’Australia infatti, a dispetto dell’isolamento geografico rispetto ai Paesi di impostazione occidentale, è straordinariamente attiva in ambito di aiuti umanitari e missioni di pace. Nonostante il proprio impegno in tal senso sia maggiormente diretto verso il proprio contesto geopolitico, ad ogni modo, le attività australiane in Medio Oriente non sono assolutamente trascurabili per entità e conseguenti rappresaglie.

Il contributo più importante nell’ambito delle missioni internazionali australiane è stato e continua ad essere quello della ADF (Australian Defence Force), l’insieme delle forze militari australiane composte da marina militare (Royal Australian Navy – RAN), esercito (Australian Army) e aeronautica militare (Royal Australian Air Force – RAAF), per un totale di circa 58.000 unità di personale militare attivo. Nonostante l’attuale governo conservatore guidato da Tony Abbott abbia iniziato ad applicare una spending review trasversale, la quale ha interessato soprattutto le missioni di pace all’estero ed il contributo a missioni militari con alleati, il personale che l’Australia ha tuttora a disposizione per le missioni all’estero è di 3.000 tra militari e para-militari. L’Australia, inoltre, dedica alle proprie forze armate più di 29 miliardi di dollari australiani all’anno, una cifra pari al 1,8% del PIL nazionale, che la rende il dodicesimo Paese al mondo per spese militari, nonostante sia il cinquantunesimo Paese al mondo per dimensione della popolazione. A tal proposito, l’amministrazione australiana ha recentemente concluso un ordine di 72 caccia F-35 per un valore di circa 15 miliardi di dollari, riservandosi la possibilità di aumentare ancora il numero di caccia di quinta generazione.

I benefici che l’Australia ha tratto, nel corso degli anni, dal proprio incessante impegno sui fronti di guerra e nelle missioni di peacekeeping sono diversi, ma sostanzialmente sono distinguibili in quelli derivanti dai Paesi alleati e quelli derivanti dai Paesi oggetto dell’aiuto internazionale. I rischi di una presenza così attiva nello scenario internazionale, d’altro canto, sono numerosi e non hanno mancato di presentarsi. Le voci più importanti riguardano le perdite in vite umane causate dalle molte missioni militari, alcune delle quali sono avvenute in circostanze poco chiare, tanto da innescare dibattiti nazionali e l’istituzione di appositi tribunali.

E’ tuttavia necessario, soprattutto alla luce degli ultimi eventi, tenere in debita considerazione anche le conseguenze meno dirette dell’impegno australiano in territori instabili, le quali si sono talvolta tradotte nella comparsa di sentimenti di odio e di rivalsa nei confronti della popolazione australiana. E’ questo il caso del terrorismo di matrice islamica, che ha più volte colpito l’Australia, le cui origini sono da cercarsi nella continua presenza in Medio Oriente a fianco di Stati Uniti e Regno Unito, ma anche nelle missioni di pace condotte nell’Arco di Instabilità e in Indonesia, Paese islamico più popoloso del mondo.

Sono proprio queste le principali fonti di preoccupazione per l’amministrazione australiana, assieme alle possibili conseguenze politiche ed economiche dell’avanzata dell’ISIS in un’area tanto strategica quanto delicata. Nel suo lungo viaggio conclusosi di recente, il Primo Ministro australiano Abbott ha incontrato, tra gli altri, il Presidente statunitense Obama, con il quale ha riaffermato la volontà di collaborare al contrasto del terrorismo nel mondo. In linea con la tendenza di riduzione della spesa pubblica inaugurata dal suo governo, tuttavia, Abbott non ha specificato se l’Australia prenderà parte ad un nuovo possibile impegno internazionale nella regione.

Tali dubbi sono stati chiariti pochi giorni fa dal Ministro degli Esteri australiano Julie Bishop, la quale ha dichiarato: «Non ravvedo, almeno per ora, una circostanza che richieda il ritorno di truppe australiane in Iraq. Rimaniamo però vigili e pronti ad affrontare la conseguente crisi umanitaria, dovessero arrivare richieste in tal senso. Per quello che ne so, non c’è ancora stata alcuna richiesta da parte del governo iracheno». Bishop, in risposta ad una domanda che le chiedeva se avesse cambiato opinione circa la bontà dell’intervento del 2003, all’epoca da lei supportato in quanto membro del governo Howard, ha dichiarato: «Dunque, io ho supportato la liberazione dell’Iraq in quel momento. Ho pensato che Saddam Hussein fosse uno dei peggiori dittatori al mondo in quel momento, e lo penso tuttora. Confermo che la sua rimozione sia stata una buona cosa».

Il Ministro degli Esteri australiano ha inoltre intimato a tutti i cittadini australiani in Iraq, circa 2.000, di lasciare il Paese nel minore tempo possibile, finché l’aeroporto di Baghdad rimane in funzione per i voli commerciali.

Un’ulteriore fonte di forte dibattito nel Paese, poi, è rappresentata dall’elevato numero di cittadini australiani che hanno preso parte o sono tuttora coinvolti con le attività di gruppi estremisti islamici nella regione, partiti, almeno inizialmente, per supportare il contrasto al regime di Bashar al-Assad in Siria. Il ministro Bishop è stato costretto ad ammettere che tale numero è «straordinariamente alto»: le cifre ufficiali parlano di circa 150 individui, ma potrebbero essere di più. Il governo sta attualmente studiando la posizione da assumere nei confronti di tale situazione, ma molti passaporti sono già stati cancellati su suggerimento dei servizi segreti australiani, i quali considerano estremamente pericoloso permettere a tali persone di fare ritorno in Australia.

Ulteriore benzina sul fuoco è stata buttata dalle recenti rivelazioni che confermano la presenza di diversi ex soldati australiani tra le milizie jihadiste, eventi che hanno portato alcuni politici a puntare il dito contro la natura dei fenomeni migratori in Australia, spesso composti da ondate di persone in fuga proprio da Iran, Iraq e Siria, che talvolta ottengono lo status di rifugiato dalle amministrazioni australiane.

Il Governo australiano si è intanto trovato costretto a dover parzialmente smentire le affermazioni del Primo Ministro e del Ministro degli Esteri, in seguito all’invio di un contingente di soldati dei reparti speciali il cui compito sarà quello di difendere l’ambasciata australiana a Baghdad, nonostante non siano stati forniti dati più precisi su numeri e scadenza della missione.

Le questioni in sospeso, potenzialmente problematiche, sono dunque molte per l’Australia. La situazione attuale presenta una grande quantità di variabili ed è suscettibile di forti cambiamenti nel giro di poche ore, mentre tutto il mondo resta a guardare per capire quale sarà la prossima mossa da fare.

 

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