domenica, Giugno 20

Iraq, elezioni al tritolo Almeno 79 morti alla vigilia delle legislative, bombe anche in Siria

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Almeno 79 morti e oltre 100 di feriti è il bilancio degli attacchi armati che hanno colpito l’Iraq nelle 24 ore prima elezioni senza le forze americane nel Paese.
Tra il milione di soldati e poliziotti iracheni, chiamati a votare in anticipo per proteggere le legislative del 30 aprile, 25 sono morti ai seggi e altre decine di loro sono rimasti feriti per le bombe dei kamikaze. Tra le vittime, 30 curdi hanno perso la vita, per un kamikaze che si è fatto saltare in aria a un raduno a Khanaqin, nel nord dell’Iraq. E sempre nella cittadina del Kurdistan, altri 15 civili hanno perso la vita nel duplice attacco in un mercato popolare.
Un battesimo di fuoco e il bilancio potrebbe aggravarsi di ora in ora, a ridosso e durante il voto, nella capitale Baghdad bersaglio di maxi attentati e anche ad al Ansar, la provincia al confine con la Siria finita in mano ai qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) e in rivolta contro il Governo centrale.
L’escalation di tensione si è estesa anche alla Siria, dove si sono registrati altri grandi attacchi con numerose vittime. A Damasco, una raffica di colpi di mortaio contro una scuola superiore del centro ha fatto 12 morti e 50 feriti, verosimilmente anche minori: la tivù di Stato ha addebitato la responsabilità a un gruppo di miliziani insorti, ma non è ancora possibile controllare l’accaduto in maniera indipendente.
A Homs, la città a nord della capitale epicentro delle rivolte nel marzo 2011, sempre dai canali governativi l’Amministrazione locale ha denunciato un maxi attentato nei quartieri a sud e un razzo caduto contro la rotonda degli Abbaside, per un bilancio «complessivo di 45 morti». Altre fonti non verificabili riportano invece di due autobomba, una delle quali in un quartiere solidale al Presidente Bashar al Assad.

Con i ritardi nell’agenda di distruzione dell’arsenale chimico, i rapporti tra Damasco e l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) tornano tesi. I controllori dell’Aja hanno deciso di inviare in Siria una nuova missione conoscitiva per verificare le accuse contro Assad per attacco chimico dell’11 aprile scorso, nella provincia di Hama.
Il Presidente siriano ha accettato di ricevere gli ispettori, respingendo le accuse di aver usato gas al cloro e sostenendo che alcuni Stati stranieri continuano supportare le forze ribelli infiltrate dai jihadisti.
A nove mesi dalla scomparsa del gesuita padre Paolo Dall’Oglio in Siria, a Raqqa il 29 luglio 2013, dopo le notizie suoi presunti sequestratori qaedisti, i suoi famigliari hanno rivolto un appello «a chi lo detenie, dandogli la possibilità di tornare alla libertà e ai suoi cari».
Ad aprile fonti degli insorti avevano fatto filtrare che il religioso, 59 anni romano e da oltre 30 nel Paese, sarebbe vivo e in mano a miliziani dell’Isis, che controllano la regione della cittadina.
Massimo riserbo dall’Unità di crisi del Ministero degli Esteri italiano che segue la vicenda. Ma secondo le indiscrezioni di chi è vicino ai negoziati «in corso», da mesi ci sarebbero contatti a vari livelli in Siria e all’estero, per la sua liberazione.

Nella Libia che in Parlamento ha eletto Ahmed Mitig, imprenditore di Misurata successore del Premier dimissionario Abdullah al Thani, due soldati sono morti per un’autobomba piazzata davanti a una caserma delle forze speciali a Bengazi.
Ma nei paesi arabi, la situazione resta parecchio calda anche in Egitto, dopo le condanne a morte di massa per 683 sostenitori del leader della Fratellanza musulmana Mohamed Morsi, eletto Presidente nel 2012 e deposto un anno dopo dal golpe dei generali.
La sentenza in primo grado, definita «scioccante» dall’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani, ha rimesso in moto i manifestanti della Coalizione di sostegno alla legittimità pro-Morsi, che per il 30 aprile, via Facebook, promettono grandi cortei «davanti alle case dei martiri e dei condannati». «Voi rivoluzionari non dovete dare importanza alla follia dei golpisti, siate sicuri che la rivoluzione annullerà tutte le sentenze folli» si legge nel comunicato.
Parole dure anche da parte della guida spirituale dei Fratelli musulmani Mohamed Badie, che ha lanciato un ulteriore appello a «continuare la resistenza contro i golpisti». Da Ginevra, l’Alto commissario delle Nazioni Unite Navanethem Pillay ha rimarcato che il processo del Tribunale di Minya, nell’Alto Egitto, «viola il diritto internazionale»: «È oltraggioso che per la seconda volta in due mesi, la Corte penale abbia imposto la sentenza capitale a un vasto gruppo di imputati al termine di processi sbrigativi».
A marzo, altri 529 dimostranti erano già stati condannati a morte e il Ministero tedesco degli Esteri ha convocato l’Ambasciatore egiziano a Berlino per spiegazioni sul nuovo verdetto.Tra i capi d’imputazione, a carico degli ultimi giudicati, pesano le accuse di aver ucciso un poliziotto e assaltato un commissariato nell’agosto del 2013, ma «come nei casi precedenti, le accuse specifiche contro ogni imputato non sono chiare, dato che non sono state lette in Tribunale», sottolinea l’Onu.
I giudici tuttavia vanno avanti: altri 29 supporter di Morsi sono stati condannati a cinque anni di prigione, per disordini nel gennaio scorso, mentre nell’Università di Al Azhar del Cairo, teatro di violente contestazioni, è stata disinnescata una bomba.

Nonostante le rassicurazioni di Mosca agli Usa, che ormai lasciano il tempo che trovano, la crisi ucraina continua a far tremare l’Europa.
In una telefonata con il Pentagono, il Cremlino ha smentito ancora la presenza di sabotatori russi nell’Est del Paese e assicurato che le «truppe russe delle manovre al confine sono rientrate alle basi, non appena le autorità ucraine hanno dichiarato che non avrebbero usato unità militari regolari contro la popolazione inerme».
Ma l’escalation è subito ripartita con il via libera dell’Unione europea (UE) a nuove sanzioni contro il Capo di stato maggiore russo Valery Gerasimov, il Direttore dell’intelligence militare Gru Igor Sergun, due vice Presidenti della Duma del partito di Putin e altre 13 figure apicali, in Russia e in Ucraina, dell’entourage del Presidente russo Vladimir Putin.
Sulla scia dell’inasprimento delle misure deciso dagli Usa, le limitazioni, pubblicate sulla Gazzetta ufficiale di Bruxelles, colpiscono i beni e impongono il divieto di viaggio ai titolari. «Invece di costringere la cricca di Kiev a sedersi a trattare sull’Ucraina sud-orientale, i partner europei si lasciano guidare da Washington con nuovi gesti non amichevoli», ha reagito Mosca.
Poi i secessionisti ucraini sono passati ai fatti, prendendo il controllo dell’Amminsitrazione regionale della città contesa di Lugansk e dei municipi di Piervamaisk.

Il filorusso Viaceslav Ponomariov, autoproclamato sindaco di Sloviansk, ha minacciato lo stop al rilascio dei sette osservatori militari dell’Osce: «Le trattative riprenderanno solo dopo l’abolizione delle nuove sanzioni».
All’alba, altri sette attivisti filo Kiev sono stati catturati dai miliziani secessionisti dopo gli scontri serali a Donetsk tra le due fazioni: per l’Ambasciata degli Usa a Kiev, «terrorismo puro e semplice». Il Segretario di Stato americano John Kerry, impegnato nel rilanciare il dialogo tra israeliani e palestinesi («le mie parole su Israele Stato di Apartheid sono state male interpretate», ha dichiarato) sostiene di avere le prove di una rete di spie russe spedite in Ucraina.
L’Ue sta con lui, ma negli States la politica estera della Casa Bianca è sempre meno apprezzata dai cittadini: in un sondaggio da cura dei media ‘Washington Post‘ e ‘Abc‘ il Presidente Barack Obama risulta crollato ai minimi storici del 41% per popolarità. Solo il 34% degli interpellati apprezza la sua condotta nella crisi in Ucraina, tre punti in meno (37%) dell’altrettanto basso consenso sulla sua riforma sanitaria.
Oltreoceano, come in Venezuela le nubi si addensano anche sui Mondiali di Calcio in Brasile del giugno prossimo: dopo i recenti disordini, altre rivolte sono esplose nelle favelas di Rio de Janeiro, per la morte di un 17enne in una sparatoria tra narcotrafficanti e le forze dell’ordine.  Auto bruciate e razzie negli slum: ma non è l’unica morte sospetta a incendiare il popolo dei disperati.

 

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