lunedì, Maggio 17

Iraq, da Obama solo raid field_506ffb1d3dbe2

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iraq scontri

Centinaia di vittime, un migliaio di feriti in pochi giorni ed «esecuzioni sommarie di civili e soldati», secondo i primi dati dell’Onu. I jihadisti dello Stato islamico della Siria e del Levante (ISIS) seminano terrore e morte in Iraq.  Diversi militari dell’esercito sono stati giustiziati. A centinaia di migliaia sono scappati, per salvarsi. «Fonti vicine al governo di Baghdad», ha riportato il ‘Washington Post’, stimano in «90 mila i soldati che hanno defezionato», rifiutandosi di fronteggiare l’ISIS. Al loro posto, nell’inferno iracheno sono pronte a combattere le milizie sciite. Nelle moschee di Baghdad, i religiosi si appellano ai fedeli, «per difendere la città». Il grande Ayatollah Ali al Sistani, massima autorità religiosa sciita dell’Iraq, ha esortato «tutti coloro in grado di portare le armi ad arruolarsi contro i terroristi».

Intanto, l’aviazione regolare ha ripreso i raid su Tikrit, città natale di Saddam Hussen 150 km a nord di Baghdad. Per difendere la capitale, il governo ha disposto un piano speciale di protezione. Sul terreno, le forze armate sono impegnate in «pesanti combattimenti» contro i jihadisti islamici. Oltre che su Baghdad, l’ISIS punta su Baquba, il capoluogo della provincia di Diyala, al confine a nord-est con l’Iran.

Mentre l’Afghanistan va al ballottaggio, il 14 giugno, per il nuovo Presidente, in Iraq gli Stati Uniti non escludono opzioni, «inclusa quella militare». Per il Segretario di Stato americano John Kerry, in visita a Londra, e il Ministro degli Esteri inglese William Hague, la situazione in Iraq, al primo punto in agenda, è «estremamente seria». Kerry si aspetta «decisioni tempestive» del Presidente Barack Obama. Per alcuni media Usa, l’azione americana in Iraq potrebbe addirittura scattare nel fine settimana.  Ma nel suo discorso, Obama ha smentito «truppe a terra». Siccome «gli interessi nel Paese sono enormi e gli iracheni in pericolo e non difesi dall’esercito», la Casa Bianca si è impegnata in un ulteriore aiuto a Baghdad. La scelta di Obama però è «combinare azioni militari mirate con lo sforzo insieme alla comunità». «Il futuro dell’Iraq», ha chiosato però il Presidente americano, «dipende dagli iracheni. Proseguiremo con un’intensa azione diplomatica nella regione». Decine di statunitensi, civili e contractor, sono nel frattempo stati evacuati dalla base militare irachena di Balad, (tra i maggiori centri di training nel Paese), per «motivi di sicurezza». L’Ambasciata e i Consolati americani nel Paese restano aperti. E gli Usa mantengono anche le missioni con i droni, ma l’addestramento è, di fatto, in parte sospeso.

Se gli Usa prendono tempo, da Teheran è arrivata la prima risposta alla chiamata alle armi. «La Repubblica islamica combatterà il terrorismo fanatico sunnita in Iraq e non permetterà ai Paesi stranieri di esportare il terrore», ha dichiarato il Presidente iraniano Hassan Rohani, ex stratega militare della guerra contro l’Iraq ma, 30 anni dopo, sceso in campo dalla parte del premier sciita di Baghdad Nouri al Maliki.  Citando fonti riservate della sicurezza iraniana, il ‘Wall Street Journal’ ha scritto che «tre battaglioni delle forze speciali dei Pasdaran (al Quds)» sarebbero già «dispiegati in Iraq per affiancare i sodati iracheni». Dopo il sequestro di 47 funzionari della sede diplomatica di Mosul, anche la Turchia «raccomanda fortemente» ai connazionali di «lasciare immediatamente Mosul, Kirkuk, Salaheddine, Diyala, al Anbar e Baghdad, considerati i luoghi più a rischio».

In Europa, il fronte dell’Est in Ucraina resta infuocato, tant’è che i servizi segreti russi accusano Kiev di violazione del suolo nazionale. A Mariupol, secondo centro della regione del Donetsk, dopo violenti combattimenti le truppe ucraine hanno ripreso il controllo della città portual, con un  bilancio di cinque morti tra i filorussi. Altri scontri sono poi esplosi nell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, dove all’alba i ribelli hanno respinto un attacco dell’esercito regolare. Nella roccaforte degli insorti, l’esplosione vicino all’auto (vuota) del capo dei separatisti, Denis Puchilin, ha ucciso tre filorussi. Altri 40 separatisti, ha annunciato il Ministero della Difesa da Kiev, avrebbero perso la vita in battaglia a Snizhne, lungo il confine tra la Russia e le regioni di Lugansk e Donetsk.

Sullo sfondo, non si scioglie il nodo delle trattative sul gas. Il Commissario Ue all’Energia Guenther Oettinger si è augurato che le «discussioni tra Russia e Ucraina a Bruxelles possano riprendere domani», perché «Kiev è vulnerabile sul gas». Anche il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini si è detta «fiduciosa che i negoziati evolvano in modo positivo». Ma il Cremlino ha prontamente smentito vertici a tre tra «Ue, Ucraina e Russia nei prossimi giorni». Mosca si attende il versamento di parte del debito ucraino «entro le 10 di lunedì mattina». L’Ue prosegue nei contatti bilaterli tra le due parti, ma il Premier ucraino Arseni Iatseniuk ha ordinato ai ministeri competenti e alla società energetica statale di prepararsi allo stop di forniture russe dal 16 giugno, chiedendo un piano alternativo per l’approvvigionamento.

In Medio Oriente, oltre che nell’ incandescente Iraq il clima si è surriscaldato in Palestina. Il Premier israeliano Benjamin Netanyahu ha puntato il dito contro «l’Autorità nazionale palestinese, responsabile per i tre seminaristi israeliani dispersi» dalla notte scorsa in Cisgiordania.

A Gerusalemme, nella spianata della Moschee, sono poi esplosi scontri, con decine di palestinesi feriti, contusi e intossicati nel corpo a corpo con la polizia israeliana. Gli incidenti si sono verificati dopo l’esplosione di una sassaiola, durante una dimostrazione in solidarietà con i 250 detenuti in sciopero della fame, non rilasciati da Israele.

Anche in Egitto è salita la tensione, per le proteste dei Fratelli musulmani al termine della preghiera del venerdì: al Cairo, un poliziotto è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco, mentre disperdeva un corteo, e altri due agenti sono rimasti feriti nei disordini.

Nella Turchia che aspetta il Segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen – ad Ankara il 15 e il 16 giugno per parlare con il Capo di Stato Abdullah Gül, il Premier Recep Tayyip Erdogan e i responsabili di Esteri e Difesa – come in Tunisia si è aperta la prima udienza del processo contro i 26 leader della piattaforma Taksim solidarietà: più di 120 tra partiti politici, associazioni e sindacati, che l’estate scorsa hanno partecipato all’occupazione di Gezi Park a Istanbul. Gli oppositori, accusati di associazione a delinquere e partecipazione a una manifestazione non autorizzata, rischiano fino a 30 anni di prigione

In Brasile i violenti scontri tra la polizia e in manifestanti per la partita inaugurale Brasile-Croazia (con tre giornalisti feriti e decine di arresti) si sono placati. Si attende un week-end di partite, ma anche di cariche della Policia Militar di fronte agli stadi.

 

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