lunedì, Agosto 2

Iraq, alleanze all’ ombra di Teheran I giochi sono ancora tutti aperti

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Le elezioni di maggio, snobbate da oltre metà della popolazione con diritto di voto, non hanno reso l’Iraq del dopo Isis un paese più stabile. Le incognite sul futuro politico, con la guerra regionale tra Iran e Arabia Saudita che arriva fino a Baghdad, sono tantissime. I giochi delle alleanze interne, inaspriti dalle violente polemiche sulle frodi elettorali, sono ancora tutti aperti.

Alla fine della scorsa settimana il primo ministro iracheno Haider Al Abadi, arrivato terzo alle elezioni, in un discorso alla televisione ha invitato le fazioni politiche dell’Iraq a incontrarsi in un luogo da stabilire al termine dell’Eid al Fitr, la festa che domenica ha chiuso le celebrazioni del mese di Ramadan. Resta da vedere se il suo invito sarà accolto, quando e da chi. Per ora, malgrado le recenti alleanze a sorpresa, non è stata ancora raggiunta una coalizione di maggioranza per formare il governo.

Il vincitore delle elezioni, il leader religioso sciita Muqtada al Sadr, che ha saputo capitalizzare la pragmatica alleanza con i comunisti iracheni e i movimenti anticorruzione, alla metà di giugno ha sorpreso tutti alleandosi con la fazione alla quale si è opposto durante l’intera campagna elettorale: gli sciiti filoiraniani di Fatah, guidati da Hadi al Amiri e piazzatisi al secondo posto.

Il populista Muqtada Al Sadr aveva fatto della lotta contro l’influenza iraniana in Iraq il vessillo del suo programma politico, al punto che lo scorso luglio aveva sfidato le tradizionali alleanze sciite recandosi di persona in Arabia Saudita per incontrare il principe sunnita Mohammed Bin Salman. Adesso il suo principale alleato politico iracheno, al Amiri, è uno degli uomini più vicini a Qassem Soleimani, il generale iraniano che comanda le operazioni estere delle Guardie Rivoluzionarie islamiche dell’Iran. Un diplomatico occidentale ha riferito che Soleimani sarebbe stato visto a Baghdad nelle ore che hanno preceduto l’accordo tra al Sadr e al Amiri.

Le relazioni di Al Sadr con la leadership sciita di Teheran sono sempre state piuttosto complicate. Negli ultimi anni il leader religioso iracheno, capo di una milizia sciita armata fino ai denti, le “Brigate della Pace”, ha ripetutamente accusato l’Iran di destabilizzare il suo paese fornendo armi e munizioni a fazioni rivali irachene, tra cui quelle di Al Amiri. Adesso l’accordo tra i due leader assomiglia più a un patto di comodo ed è chiaro che, in un paese in cui i partiti politici sono tutti armati, gli accordi restano fragili per definizione.

Difficile fare ipotesi sul nuovo progetto dell’abilissimo Al Sadr. C’è chi pensa che si prepari a un ambizioso ruolo di mediatore tra Arabia Saudita e Iran. Un ruolo che potrebbe fruttargli moltissimo anche sul fronte statunitense: pare che a gennaio di quest’anno l’amministrazione Trump abbia cercato senza risultato di ottenere la librazione di quattro americani detenuti in Iran attraverso uno scambio di prigionieri. Se il tentativo dovesse ripetersi nell’ambito di futuri negoziati sul nucleare iraniano, Al Sadr, con la sua posizione a metà strada tra Riyad e Teheran, potrebbe avere una carta importante da giocare. Non sarà certo un caso il fatto che uno dei leader dell’alleanza filoiraniana Fatah, Karim Al Nuri, ha pubblicamente dichiarato in questi giorni che l’accordo con Al Sadr non contrasta né con la visione politica dell’Iran né con quella degli Stati Uniti in Iraq. Un modo un po’ sibillino per fare sapere che, lontano dai riflettori, sono già stati presi accordi in merito.

Certo, è più probabile che a questa complessa alleanza con i filoiraniani lo scaltro sciita iracheno non sia arrivato solo per un gioco politico. Le tensioni che hanno preceduto l’accordo sono state fortissime e hanno messo in discussione i risultati delle elezioni che lo hanno visto vincitore.

Fa pensare che tra i protagonisti delle polemiche elettorali irachene spicchi un partito curdo che in passato si è opposto all’Iran: il Gorran o Movimento per il cambiamento. Secondo il Gorran, a truccare parecchie schede sarebbe stata proprio Teheran con l’obiettivo di favorire un partito curdo alleato: il Puk, l’Unione patriottica del Kurdistan.  Per questo il Gorran adesso rifiuta qualsiasi incontro con Al Abadi, a meno che non si faccia chiarezza sul conteggio dei voti. Le polemiche agli inizi di giugno sono diventate così violente da convincere il parlamento iracheno a votare a favore di un nuovo conteggio dei voti, manuale e non più elettronico. Quattro giorni dopo, il 10 giugno, un deposito che custodiva la metà delle schede elettorali della capitale Baghdad, una delle roccaforti dei sostenitori di Al Sadr, è andato in fiamme. Secondo le autorità irachene, le schede si sarebbero salvate. Ma i disordini non sono finiti. L’11 giugno in un’esplosione di un deposito di munizioni nei pressi di una moschea di Sadr City, il quartiere di Baghdad che ha preso nome dal padre di Muqtada, sono morte diciotto persone. Il 13 giugno il leader sciita, dopo aver agitato lo spettro di una guerra civile, è sceso a un compromesso e ha annunciato l’accordo con il principale partito filoiraniano. La dinamica e la natura delle forze irachene in campo era chiarissima. Per Al Sadr non cedere alle pressioni sarebbe stato solo controproducente.

Ancora non è chiaro se si procederà con un conteggio manuale dei voti, come stabilito dal parlamento: il primo ministro Al Abadi, Al Sadr e Al Amiri sono tutti contrari. Al Abadi con i nuovi giochi politici sarebbe a cavallo: lunedì il portavoce del movimento di Al Sadr ha fatto sapere che il politico iracheno è tra i principali candidati per la guida del futuro governo.

In ogni caso, l’alleanza a sorpresa tra Al Sadr e Al Amiri non raggiunge la maggioranza in parlamento: solo 101 seggi. Ne mancano 64. Qualcuno si è sentito tradito e in questi giorni sta considerando l’ipotesi di abbandonare la coalizione di Al Sadr, primo fra tutti il celebre predicatore sciita Ammar Al Hakim, figlio di uno dei più grandi ayatollah della città sacra irachena di Najaf. Un brutto segno perché il leader religioso è un punto di riferimento politico per gli sciiti iracheni che hanno dato fiducia ad Al Sadr. Ma niente paura: le grandi formazioni politiche curde, il Partito democratico del Kurdistan e, naturalmente, il Puk, hanno già espresso ufficialmente la volontà di entrare nella nuova coalizione con i loro preziosi 44 seggi. L’azzardato gioco di incastri di Teheran ha buone prospettive di vita.

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