giovedì, Ottobre 21

Iraq al voto, tutto cambia perché nulla cambi L'Iraq terrà le elezioni parlamentari il 10 ottobre. Il voto dovrebbe dare al Paese un nuovo governo per affrontare le enormi sfide socio-economiche del Paese, ma questo risultato è improbabile. Il voto non produrrà la profonda riforma del sistema politico iracheno che i manifestanti del 2019 cercavano

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L’Iraq terrà le elezioni parlamentari il 10 ottobre. Si tratta delle quinte elezioni parlamentari dall’invasione guidata dagli Stati Uniti che ha cacciato Saddam Hussein nel 2003, e che ha spostato la base di potere del Paese dalla minoranza arabo sunnita alla maggioranza sciita.
Elezioni che si tengono tra appelli al boicottaggio, crescente sfiducia nei confronti del sistema politico esistente e una economia paralizzata esacerbata dalla pandemia di COVID-19, e tanta sfiducia nel processo elettorale.
Questo è un Paese, conviene ricordarlo, di oltre
41 milioni di persone, la cui età media è di 21 anni, di questi 41 milioni almeno 7 milioni vivono al di sotto della soglia di povertà e il tasso didisoccupazione supera il 40%. Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani in Iraq, dal 2016 il numero di suicidi all’anno è in costante aumento, soprattutto tra i giovani. L’OHCHR cita «ragioni sociali, psicologiche ed economiche», oltre al «fattore di povertà e alle ripercussioni delle guerre e al deterioramento dei diritti umani».
I risultati di una ricerca qualitativa sull’opinione pubblica condotta di recente dal
National Democratic Institute (NDI) mostrano che gli iracheni sono insoddisfatti del processo elettorale e dubitano della capacità del governo di controllarlo in modo responsabile. I risultati mostrano anche che l’86 per cento degli iracheni crede che le proteste pubbliche, e non le elezioni, siano il modo migliore per portare il cambiamento. Gli attivisti temono che una bassa affluenza alle urne darà ai partiti dell’establishment, con le loro basi finanziate dalla loro corruzione facili da mobilitare, la possibilità di dominare ancora una volta il voto.

Il voto è stato anticipato di un anno in risposta alle proteste di massa scoppiate alla fine del 2019contro la corruzione endemica, i servizi scadenti, la disoccupazione, l’eccessiva influenza dell’Iran. È stata la più grande mobilitazione di base nella storia moderna dell’Iraq, scoppiata in piazza Tahrir, nel centro di Baghdad, nota come la Rivoluzione d’Ottobre. È stata la più grande mobilitazione di base nella storia moderna dell’Iraq.

Le proteste hanno costretto il governo eletto nel 2018 a dimettersi. Nel maggio 2020, il nuovo primo ministro, Mustafa al-Kadhimi, assumendo l’incarico, ha promesso il voto anticipato -rispetto alla data prevista, il 2022- e una nuova legge elettorale. Promesse entrambe mantenute. Le proteste sono state un serio avvertimento che i partiti al governo e il sistema politico devono affrontare una crescente crisi di legittimità. La violenza di Stato usata per reprimere queste proteste ha portato a richieste di revisione dell’intero ordine politico che è in vigore dall’invasione guidata dagli Stati Uniti del 2003.
I manifestanti hanno anche chiesto una revisione del cambiamento politico chiave effettuato dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Questo cambiamento è stato l’introduzione di un sistema in stile libanese (noto localmente come ‘
muhasasa’, in arabo ‘ripartizione’), che divide le posizioni chiave della burocrazia statale e del governo tra i leader dei principali gruppi etnici e religiosi, afferma Lahib Higel, analista senior per l’Iraq di Crisis Group.
Teoricamente, prosegue Higel,
il voto dovrebbe dare al Paese «un nuovo governo autorizzato ad affrontare le enormi sfide socio-economiche del Paese, ma questo risultato è improbabile». Il voto non produrrà la profonda riforma del sistema politico iracheno che i manifestanti cercavano.

Nonostante la grande richiesta di cambiamento, l’interesse popolare per le elezioni è basso. Molti hanno perso la fiducia che il sistema possa cambiare del tutto, pochi credono che le elezioni scuoteranno l’establishment in modo significativo. Agli occhi di molti iracheni, la corruzione e la cattiva gestione sono troppo radicate nella politica del paese perché sia possibile un risultato migliore.
Il Partito comunista iracheno e
diversi nuovi partiti originati dalle proteste di due anni fa hanno deciso di boicottare le elezioni, non ultimo anche perchè molti loro candidati sono stati minacciati. La sicurezza personale, dei candidati in primo luogo, è un problema. Molti sostengono che gli omicidi abbiano dissuaso i candidati del movimento di protesta dal candidarsi alle elezioni.
Ampi segmenti dell’elettorato potrebbero rimanere a casa il giorno delle elezioni, e tra loro anche molti dei manifestanti che chiedevano un cambiamento radicale del Paese. Secondo alcuni esperti si tratta di ‘boicottatori ideologici’ che boicottano il voto per perseguire l’obiettivo di delegittimare l’establishment. «Per loro, il boicottaggio è un modo per rimanere fedeli all’obiettivo delle proteste di ottobre» , ha affermato a ‘Al Jazeera‘ Taif Alkhudary, ricercatore di politica irachena presso la London School of Economics and Political Science (LSE). «Invece di votare, vogliono rimanere fuori dal sistema e chiedere la revisione completa del sistema». Il fattore dominante del rifiuto del voto, comunque, è il senso di apatia derivante da anni di giochi di rimescolamento all’interno dell’establishment.
Secondo recenti sondaggi, l’affluenza alle urne sarà sostanzialmente inferiore al 44% della precedente tornata elettorale. I livelli più bassi di partecipazione, afferma Lahib Higel, «sono previsti nei governatorati meridionali che hanno assistito alle proteste nel 2019-2020. La partecipazione più forte è prevista nelle aree curde, dove meno partiti competono su reti clientelari abbastanza statiche. Le aree arabe sunnite probabilmente rientreranno nel mezzo, poiché la ricostruzione dopo la guerra con l’ISIS è ancora in cima all’agenda lì e molte persone potrebbero essere motivate a votare per i partiti che pensano abbiano maggiori probabilità di investire nelle loro aree».

Le previsioni della gran parte degli analisti posizionano in testa le forze tradizionali già oggi al potere. «Tra gli sciiti, è probabile che il popolare religioso Muqtada al-Sadr e il suo movimento riescano ad avere la meglio o, anche se non soddisfano le aspettative, a combattere testa a testa con il loro principale rivale, l’alleanza di Fateh. Quest’ultimo comprende principalmente partiti affiliati ai gruppi paramilitari filo-iraniani dell’Hashd al-Shaabi. Insieme alla State of Law Coalition dell’ex primo ministro Nuri al-Maliki, sono stati il secondo blocco parlamentare più grande nelle elezioni del 2018. Questa volta, potrebbero persino essere in grado di formare il blocco più grande, a seconda della costruzione di alleanze post-elettorali. Tra gli arabi sunniti, la competizione principale è tra il partito Taqaddum, del Presidente del Parlamento Mohammed al-Halbousi, e il partito Azm del politico e uomo d’affari Khamis al-Khanjar. Il primo potrebbe stringere un’alleanza con Sadr e altri politici sciiti centristi come il religioso Ammar al-Hakim e l’ex primo ministro Haider al-Abadi, mentre il secondo dovrebbe sostenere l’alleanza di Fateh. Tra i curdi, il Partito Democratico del Kurdistan di Masrour Barzani dovrebbe rimanere in testa alla corsa», sintetizza il quadro Higel.

Dal voto alla formazione del nuovo governo probabilmente ci vorrà tempo. «Come per le elezioni precedenti, è già chiaro che nessun partito o blocco sarà in grado di ottenere la maggioranza assoluta dei 329 seggi, quindi dopo le elezioni ci sarà un altro lungo processo di costruzione di coalizioni e formazione del governo.
Trovato l’accordo di coalizione, entra in scenamuhasasa‘. Secondo la pratica politicamente concordata dal 2005, il muhasasa prevede che uno sciita dovrà essere primo ministro, un presidente curdo e un presidente del Parlamento arabo sunnita, con distribuzioni simili tra i partiti che si verificano nell’assegnazione del governo di alto livello e posti di amministrazione». Ci si può aspettare di vedere partiti politici affermati arrivare a un accordo di condivisione del potere simile a quello che è ora vigente in Iraq.

Domenica gli iracheni voteranno con una nuova legge elettorale, figlia della rivoluzione di ottobre. La nuova legge ha introdotto il Single Non-Transferable Vote (SNTV), ovvero il voto non trasferibile, o meglio non disponibile, «in sostituzione del vecchio sistema basato su liste di partito, che consentiva ai partiti politici di occupare seggi rappresentativi della loro quota proporzionale di voto con i loro candidati preferiti, alcuni dei quali non necessariamente guadagnavano percentuali significative del voto popolare». Altresì, con la nuova legge, «l’Iraq è passato dall’avere un solo distretto elettorale ad avere 83 distretti. I candidati che otterranno il maggior numero di voti in ogni distretto -ogni distretto elegge da tre a cinque parlamentari, a seconda delle sue dimensioni- andranno al Parlamento di Baghdad. In linea di principio, questo nuovo sistema potrebbe far sperare in una maggiore responsabilità nel tempo, perché i candidati saranno più vicini ai loro collegi elettorali e gli elettori saranno in grado di punire i legislatori che ritengono abbiano avuto scarsi risultati. Eppure SNTV può essere abbastanza imprevedibile e difficile da gestire per i partiti politici; può anche portare a risultati abbastanza sproporzionati. Anche i partiti di nuova costituzione possono affrontare delle difficoltà, poiché probabilmente faranno fatica a schierare candidati in grado di competere per gli elettori dei partiti più vecchi in molti piccoli distretti elettorali», secondo Higel.
«Queste nuove leggi favoriscono ancora coloro che hanno un’organizzazione nazionale con denaro e rete» sul territorio, ha affermato Toby Dodge di LSE. «I grandi vecchi partiti responsabili della creazione del sistema nel 2005 continueranno a dominare il sistema».

Le interferenze esterne si sono fatte sentire in vista del voto e saranno il principale dei problemi del prossimo governo, così come è sempre stato in passato, con la sola differenza che in parte sono cambiati gli equilibri, ovvero è cambiato il peso dei protagonisti e il come gli iracheni percepiscono questo fardello.
Negli ultimi tempi il governo iracheno ha mostrato l’ambizione di mediare relazioni più stabili tra le potenze circostanti. Ambizione manifestata dalla Conferenza di Baghdad per la cooperazione e il partenariato (riuscendo a mettere allo stesso tavolo Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Giordania, Egitto, Turchia, Kuwait), senza dimenticare che da mesi Baghdad è diventata la sede dei negoziati saudita-iraniani.Ora, qualsiasi nuovo governo «dovrà continuare a percorrere un percorso attento tra gli Stati molto più forti che lo circondano», che tra loro hanno rapporti a dir poco conflittuali, sottolinea Higel.

Il più influente di questi vicini è l’Iran. «Dall’invasione guidata dagli Stati Uniti del 2003, ogni governo di Baghdad ha avuto bisogno della benedizione sia di Teheran che di Washington», e dal 2003 il peso di Teheran è cresciuto costantemente. Il muhasasa favorisce l’Iran, poiché la carica di primo ministro è la più potente del sistema iracheno e deve essere occupata da uno sciita. «Un nuovo governo più conservatore in Iran potrebbe spingere per un primo ministro a Baghdad che si allontani dagli Stati Uniti e acceleri i negoziati mirati a un completo ritiro delle truppe statunitensi, che è un importante obiettivo iraniano».
Si consideri che
a queste elezioni si presenta un nuovo movimento, Harakat Huqooq, fondato e guidato da Hussein Muanis, leader di una delle milizie più intransigenti e potenti del Paese con stretti legami con l’Iran, ovvero Kataib Hezbollah(o Brigate Hezbollah). Gli analisti ritengono che l’ingresso di Kataib Hezbollah, potrebbe essere un tentativo dell’Iran di rafforzare i suoi alleati all’interno del Parlamento iracheno. Bassam al-Qazwini, un analista politico di Baghdad, ha affermato che dopo il movimento di protesta del 2019 l’Iran ha spinto gli estremisti a entrare in politica. «Harakat Huqooq apre la porta alle fazioni della linea dura per entrare nel regno della politica e del palazzo del Parlamento».

E poi c’è la Turchia, «sempre più preoccupata per la crescita all’interno dell’Iraq del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK)». «Ankara cercherà un governo con cui poter fare affari e in particolare uno che non impedisca alle forze turche di effettuare continui attacchi al PKK e ai suoi affiliati lungo il confine settentrionale dell’Iraq».
«A sud dell’Iraq ci sono
gli Stati arabi del Golfo, che rimangono profondamente preoccupati per la diffusione dell’influenza iraniana in Iraq e in Medio Oriente. Quasi certamente cercheranno modi per assicurarsi che il nuovo governo di Baghdad rimanga vicino agli Stati Uniti e continui a sviluppare lo slancio verso una maggiore armonia regionale che era in evidenza alla conferenza di Baghdad in agosto».

Gli Stati Uniti, attore dominante in Iraq dopo il 2003 che però ha perso terreno, soprattutto nei confronti dell’Iran, sono forse l’attore che più impegnerà il nuovo governo di Baghdad. La loro presenza è diventata politicamente controversa, oggetto delle proteste che dal 2019 hanno attraversato il Paese. Con l’ultimo round di colloqui strategici tra Baghdad e Washington a luglio è stato raggiunto l’accordo in forza del quale tutte le forze di combattimento statunitensi lasceranno il Paese entro la fine del 2021 -dovrebbero restare solo formatori, consiglieri e supporto aereo.
Così, afferma Lahib Higel, «il nuovo governo dovrà affrontare due questioni spinose relative a ciò che resta della presenza militare statunitense. Il primo è se il mandato modificato della coalizione guidata dagli Stati Uniti consentirà alle forze governative di contenere l’ISIS o altri militanti islamici sunniti, qualora dovessero risorgere. Nonostante la sua sconfitta territoriale, l’ISIS rimane attivo, effettuando attacchi alle forze di sicurezza nelle province centrali di Kirkuk, Salah al-Din e Diyala. In due imboscate a settembre, i combattenti dell’ISIS hanno ucciso tredici membri delle forze di sicurezza irachene. Il completo ritiro degli Stati Uniti nel 2011 è stato seguito tre anni dopo dall’acquisizione di un terzo dell’Iraq da parte dell’ISIS, costringendo Washington a rimandare indietro alcune truppe statunitensi».
La seconda questione decisamente cruciale «è come il governo gestirà le pressioni interne compensative sugli Stati Uniti per ritirare tutte le sue forze rimanenti. Questa richiesta è più forte tra i gruppi Hashd allineati con l’Iran. Altri, «soprattutto i partiti curdi, si oppongono. Resta da vedere se i gruppi allineati all’Iran accetteranno l’accordo del governo con gli Stati Uniti di mantenere addestratori e consiglieri in Iraq dopo aver ritirato le sue truppe da combattimento».

L’Unione europea –con all’interno una Francia che si sta proponendo come leader degli sforzi europei per proteggere la regione dal cadere preda del terrorismo e dell’estremismo, nonché per fermare l’invasione cinese, e dunque sempre più strategicamente assertiva a Baghdad e dintorni- che ha sostenuto questo voto anticipato e il programma di lavoro di Mustafa al-Kadhimi, «accoglierebbe con favore un secondo mandato per Kadhimi, la cui retorica incentrata sulle riforme e l’importante apertura ad altri Paesi del Medio Oriente hanno rafforzato la sua reputazione internazionale. Ma è importante che gli europei siano realistici sulla sua capacità di attuare riforme. Poiché la prossima coalizione di governo includerà molti gruppi profondamente reazionari, l’Iraq continuerà a lottare per affrontare le sfide di vecchia data che creano instabilità interna», afferma Nussaibah Younis, esperta di politica irachena e visiting fellow dell’European Council on Foreign Relations.
«I sadristi, che probabilmente
otterranno buoni risultati nelle elezioni, potrebbero collaborare con attori sciiti moderati come Ammar al-Hakim e l’ex primo ministro Haider al-Abadi per sostenere che Kadhimi mantenga la sua posizione. Ma è probabile che Kadhimi affronti l’opposizione della coalizione più dura di Fatah. Questo raggruppamento include partiti sciiti relativamente estremi come Asaib Ahl al-Haq e Kataib Hezbollah, che resistono agli sforzi per esercitare un controllo centrale sul settore della sicurezza o mantenere una maggiore indipendenza dall’Iran», afferma Younis.

«Nonostante le loro differenze, tutti i partiti di spicco sono profondamente radicati del sistema politico esistente ed è improbabile che perseguano riforme significative per affrontare la corruzione o revisionare l’economia irachena pericolosamente instabile. Alla fine, dopo mesi di negoziati, durante i quali lo stato funzionerà con il pilota automatico con poche nuove politiche o attività legislativa, è probabile che le parti raggiungano un compromesso che produca un governo simile a quello attuale. Anche se Kadhimi viene sostituito come primo ministro, ci si aspetta ancora che i partiti sciiti della linea dura sostengano una figura relativamente moderata che è appetibile per gli Stati occidentali, con la certezza che lotterà per riformare in modo significativo il governo iracheno o minaccerà interessi radicati».

Gli europei «dovranno non solo esercitare pressioni sull’establishment politico più ampio per riformare, ma anche aumentare il loro sostegno alla società civile irachena per chiedere conto al governo di Baghdad. Dato che è probabile che il prossimo governo non sia in grado o non voglia affrontare la corruzione e le lamentele socioeconomiche che hanno alimentato i disordini, ci si può aspettare che un altro grande movimento di protesta emerga in Iraq durante la prossima legislatura. Gli europei dovrebbero impegnarsi con i giovani manifestanti per aiutarli a proteggersi, chiedere conto ai parlamentari, e prepararsi a contestare vigorosamente le future elezioni. Affrontare le riforme strutturali e dare potere ai sostenitori del cambiamento all’interno della società civile rimangono sfide enormi. Ma sono i modi più efficaci per prevenire un’ulteriore instabilità in Iraq», conclude Nussaibah Younis.

Da lunedì 11 ottobre l’Iraq inizierà l’ennesima fase delicata del suo tentativo di darsi un futuro. Se, come sostengono gli analisti, nulla di fatto cambierà la prossima legislatura potrebbe essere drammatica per gli iracheni.

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