giovedì, Maggio 13

Iraq, al via le operazioni anti-Isil field_506ffb1d3dbe2

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Le operazioni militari internazionali nei territori conquistati dai jihadisti dell’Isil sono iniziate oggi con il coinvolgimento dell’aeronautica francese che – secondo  il ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian – consisteranno in voli di ricognizione dell’area per capire le successive mosse da adottare. Il presidente iracheno, Fuad Masum, a Parigi per la conferenza internazionale sulla pace e la sicurezza, ha sottolineato che è necessario agire rapidamente, perché «se non sarà così», lo Stato islamico, che ha già il controllo di ampie porzioni della Siria, «potrebbe occupare altri territori». L’utilizzo di uomini a terra, come per la Casa Bianca, non è indispensabile secondo l’esecutivo iracheno: l’obiettivo resta quello di limitare le risorse economiche di un pericoloso stato in espansione. Anche l’Italia ha inaugurato la sua nuova missione irachena con l’invio di due C-130 con armi e munizioni arrivato ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, insieme ad altri sei aerei di aiuti umanitari. Va intanto avanti la trattativa per la liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due ragazze italiane sequestrate a ovest di Aleppo, nel nord della Siria. Secondo una fonte anonima le ventenni non sarebbero nelle mani di jihadisti dello Stato Islamico ma di altre fazioni di miliziani siriani. Intanto il presidente del consiglio del quartiere cristiano Ainkawa di Erbil, Jalal Habib Aziz, ha invitato tutti i cristiani a prendere parte all’addestramento militare tra i 18 e i 30 anni per contrastare le forze dell’Isil.

Al Quai d’Orsay, sede del ministero degli Esteri francese, Hollande ha guidato oggi una conferenza per la pace e la sicurezza in Iraq con le delegazioni di 25 Paesi più quelle di Onu, Ue e Lega Araba per definire le misure su come contrastare le forza jihadista. Quest’incontro si è svolto in un momento cruciale in quanto dovrebbe soprattutto definire la coalizione internazionale che avvierà le proprie azioni militari nello stato del levante. Kerry è quindi a Parigi, assieme ai ministri di Belgio, Francia, Danimarca, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, Repubblica Ceca, Norvegia, Turchia, Russia, Canada, Cina, Giappone, Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi, Giordania, Kuwait, Libano, Oman, Qatar e ai rappresentanti di Lega Araba, Onu e Unione europea.

Un’altra grande coalizione di forze occidentali si è data appuntamento quest’oggi a Yavoriv, nell’ovest dell’Ucraina. L’obiettivo non sarà discutere ma effettuare un’esercitazione che terminerà il 26 settembre. A guidare  Rapid Trident 2014 (questo il nome) saranno gli Stati Uniti che manderanno 200 militari della 173/ma divisione di fanteria con base in Italia e vi partecipano circa 1200 soldati di 14 Paesi: Usa, Canada, Georgia, Polonia, Lettonia, Lituania, Lettonia, Moldova, Romania, Bulgaria, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Azerbaigian. Gli obiettivi di quest’operazione saranno quelli di rafforzare la coalizione con lo scopo di reagire ad un eventuale perdita di controllo della situazione a Donetsk e Lugansk, in cui nella notte hanno perso la vita 6 civili ed altri 15 sono rimasti feriti negli scontri tra i separatisti e Kiev. La tregua iniziata 10 giorni fa pare reggere a stento, a confermare l’accaduto sono gli osservatori dell’Osce.

I gruppi armati libici continuano intanto in questa giornata a fronteggiarsi nell’aeroporto di Benina di Bengasi. E’ arrivata oggi la conferma che i fedeli al generale libico Khalifa Hafta avrebbero ufficialmente il controllo della zona franca aeroportuale. Il portavoce Mohammed al Hijazi si è dichiarato pronto allo scontro con le milizie di Ansar al Sharia.

Un traghetto greco è intanto attraccato nel porto di Tobruk ed ospita i membri in esilio del governo provvisorio libico e i loro familiari, costretti a lasciare le loro case a Tripoli e Bengasi a causa della guerra civile e dell’avanzare delle milizie jihadiste. “Abbiamo avuto solo tre giorni per preparare tutto qui a Tobruk, per trovare gli spazi per le riunioni, le connessioni internet, tutto. Ma se non ci fosse stata la nave, come avremmo fatto?”, ha detto Muftah Othman, responsabile della commissione elettorale della città.

La Libia si trova a fronteggiare nel mare un altro grave problema ossia quello dei morti a largo delle coste. Secondo i dati forniti dall’Unhcr, l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu, dall’inizio dell’anno oltre 100mila persone hanno raggiunto l’Italia e quasi 2mila sono morti nel tentativo.

Lo scorso ottobre si era registrata la peggiore ecatombe nel Canale di Sicilia, con 366 morti e 155 superstiti. L’Italia reagì lanciando l’operazione Mare Nostrum e chiedendo un maggiore impegno europeo: richiesta recepita solo di recente, con l’annuncio per fine novembre dell’avvio della missione Frontex Plus. Sono oltre 160 i morti di stanotte nel naufragio di un barcone, a nord di Tajoura a est di Tripoli.

L’esercito americano, particolarmente attivo in questo periodo sui fronti ucraino e iracheno, si troverà probabilmente coinvolto in un’altra missione. Stavolta il nemico è invisibile ma capace di mietere fino ad oltre 2mila morti in pochi mesi, il virus ebola. Barack Obama è infatti pronto a sferrare un’offensiva in Africa occidentale per limitare ed arrestare la pandemia oltre a chiedere al Congresso altri 88 milioni di dollari per la lotta al virus che rischia di minacciare l’Occidente. Il suo piano verrà presentato domani al Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta e non esclude il coinvolgimento delle forze militari statunitensi. «Abbiamo già fatto molto per fermare l’epidemia, ma è ancora insufficiente», ha spiegato Lisa Monaco, responsabile dell’antiterrorismo alla Casa Bianca e una delle maggiori collaboratrici del presidente in questioni di sicurezza nazionale.

L’ultimo tentativo a sostegno del ‘no’ per il referendum scozzese sull’indipendenza è arrivato oggi da David Cameron, arrivato in Scozia per cercare di convincere quel 10% che ancora -secondo i sondaggi- potrebbe cambiare idea. Dalla casata Windsor è arrivato il monito di Elisabetta che ha ricordato ai sudditi il rischio che si possa metter fine così a tre secoli di corona. Mentre il principe Harry e lo Spice Boy Beckham promuovo il ‘no’ in maniera più sostenuta si iniziano a fare i conti con l’eventuale vittoria del sì, sia per le ripercussioni che avrebbe in tutte le regioni che lottano per l’indipendenza in Europa sia su scala internazionale. La Gran Bretagna infatti potrebbe addirittura rinunciare al seggio permanente in Consiglio di Sicurezza all’Onu o avere ripercussioni catastrofiche sul valore della sterlina. Rasmussen, in qualità di Segretario Generale della Nato, non ha perso tempo ed ha iniziato a parare il colpo prima ancora che fosse sferrato: «Se un nuovo Stato indipendente vuole diventare membro della Nato – spiega – “si deve candidare».

 

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