martedì, Settembre 28

Iran-Usa, la barriera di Assad field_506ffb1d3dbe2

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Entrambi hanno detto di non volersi, mentre molte indiscrezioni li davano disposti a combattere insieme.
Allo stato delle notizie, tra Stati Uniti e Iran non ci sarà alcuna collaborazione nella lotta all’ISIS, i jihadisti dello Stato islamico. Il Califfato del nord dell’Iraq e della Siria non sarà un secondo Afghanistan. E siccome entrambi sono avversari degli estremisti sunniti, si presume che ognuno di loro lotterà per conto suo contro il califfo Abu Bakr al Baghdadi: chi aspettava un remake del 2001, quando in Iran il Presidente riformatore Mohammad Khatami accettò di aiutare gli Usa a catturare e uccidere i mujaheddin di Osama bin Laden, resterà deluso.

Con il Pentagono al lavoro per costruire una coalizione anti-ISIS, si erano diffuse voci insistenti -smentite dai Guardiani della rivoluzione (Pasdaran) del disco verde della Guida Suprema Ali Khamenei alla collaborazione con il Grande Satana.
Nel nome dell’interesse nazionale, il Generale Qassem Suleimani, plenipotenziario delle operazioni iraniane in territorio straniero, avrebbe messo le sue Quds Force (le unità speciali all’estero dei Pasdaran) in contatto con gli americani e con gli iracheni e i curdi. I vertici istituzionali del Kurdistan iracheno avevano anche diffuso la notizia della Repubblica islamica «primo Paese ad aver inviato armi ai peshmerga». Tutto sembrava andare verso una cooperazione. Ma poi il vento è cambiato.
Mentre il Segretario di Stato americano John Kerry volava a concordare l’attacco all’ISIS con i sauditi, dagli Usa ricominciavano a piovere sanzioni contro il nucleare iraniano e Kerry tuonava: «L‘America non vuole Teheran alla Conferenza di Parigi sull’Iraq».
Dimesso dall’ospedale dopo un intervento alla prostata sbandierato sui media, Khamenei ha ricambiato con un gran rifiuto in un’intervista, postata su Twitter: «Ho respinto l’offerta degli Usa, perché sull’ISIS hanno le mani sporche. Kerry ha chiesto personalmente al collega iraniano Mohammad Javad Zarif di collaborare e lui ha detto no».

Chiusa la porta all’Iran della Conferenza, al termine del quale Kerry ha aperto all’Iran la “porta” Vienna, si sono incagliati anche i negoziati sul nucleare: un altro pessimo segnale. Anziché distendersi, i Paesi tornano a contrapporsi lungo la linea tra allineati e non allineati.
Per il no americano, decisivo è stato il ruolo attivo dell’Iran in Siria, con la Russia al fianco del regime di Bashar al Assad.
Bloccati da tempo a un bivio, gli Stati Uniti hanno infine scelto i vecchi schemi: la non collaborazione con l’Esercito di Assad e i suoi rinforzi di Hezbollah (braccio iraniano sciita in Libano), in favore della solita alleanza con Riad.

Contro l’ISIS, in Siria si delinea dunque una guerra della coalizione americana (Usa, Nato, più alcuni alleati arabi e filo-occidentali), da una parte contro i jihadisti, dall’altra in difesa dei ribelli siriani. Ergo contro Assad, l’Iran e anche la Russia.
Peccato che -almeno ufficialmente- la collaborazione diplomatica tra l’Iran e gli Usa sia saltata: addetti ai lavori di altissimo profilo quali, per esempio, l’Ammiraglio americano James Stavridis, fino al 2013 Comandante supremo della Nato in Europa, giudicavano positivamente una cooperazione.
In un’intervista esclusiva concessa al magazine iraniano ‘Iran Review’, questo settembre il Capo delle operazioni navali di Iraqi Freedom ed Enduring Freedom noto per le sue posizioni collaborazioniste ha sostenuto come «su alcune questioni Washington e Teheran possano non trovarsi d’accordo, ma possano comunque trovare zone di cooperazione».
Per il teorico dello smart power«un mix di hard power e soft power, per costruire ponti anziché erigere pareti»- i negoziati sul nucleare sono la prima strada da percorrere con l’Iran, per aprire poi a collaborazioni nella «lotta alla pirateria», «alle droghe» e per la costituzione di «un Governo stabile in Iraq», anche attraverso la «condivisione delle informazioni tra intelligence».

Nel luglio scorso, sull’americano ‘Huffington Post’ Stavridis si era esposto ancora di più, suggerendo di «esplorare i modi per migliorare le relazioni profondamente problematiche con l’Iran». «Con il mondo che ci sta esplodendo intorno, potrebbe essere tempo di riconsiderare i nostri rapporti con Teheran», scriveva lo stratega della guerra al terrore: «Piccole aree di collaborazione potrebbero, forse, includere anche l’Iraq odierno, visto il delinearsi delinearsi di un qualche interesse allineato nello sconfiggere il pericolo emergente degli estremisti ultra-violenti dello Stato islamico (IS)». In fondo l’Iran è uno «Stato grande e influente di quasi 80 milioni di cittadini bene istruiti e intraprendenti, al centro di uno regione geopolitica importante».
In un’intervista di appena qualche giorno fa alla ‘Bbc‘, sempre il super Generale Stavridis era arrivato a parlare di «interessi convergenti». Ma poi le cose sono andate diversamente.

Teheran è stata esclusa dai negoziati di Parigi, come lo fu dalla Conferenza di Ginevra 2 sulla Siria nell’inverno scorso. Questo perché, ancora una volta, gli Stati Uniti hanno scelto come interlocutori privilegiati i reali sauditi finanziatori dei mujaheddin.
Le dichiarazioni di Khamenei dopo le sue dimissioni hanno i toni dello scontro aperto, ma è difficile stabilire chi, tra gli Usa e l’Iran, abbia per primo rigettato l’alleanza.
«Quando ero in ospedale, avevo un hobby. Ascoltare i commenti degli ufficiali americani sull’attacco all’ISIS!», ha dichiarato la Guida Suprema, sfiorando quasi il grottesco. «Se gli Stati Uniti entreranno in Iraq e in Siria senza permesso, troveranno gli stessi problemi dei 10 anni passati in Iraq. Gli Usa pianificano una guerra per dominare la regione e trasformare Iraq e Siria nel Pakistan, così da commettervi crimini quando vogliono».

Per alcuni esperti anti-terrorismo Usa, è tutto un bluff e sono in atto incontri dietro le quinte. Ma le opinioni sono divergenti. Il commentatore del Washington Post’ Adam Taylor non esclude che il «rifiuto pubblico di Khamenei sia solo scena». Tuttavia, la sua impressione è che i commenti della massima autorità iraniana siano «inequivocabili» e «vadano presi per quello che sono». È singolare, rimarca il notista politico, tra l’altro la rivendicazione della «Guida suprema con gli Usa intenti a cercare canali di dialogo con Teheran. Per le cronache era Washington a resistere alle richieste iraniane per essere invitati a Parigi».
Probabilmente alla Casa Bianca si è dibattuto molto sul dilemma. Analisti come il falco Michael Doran della Brookings Institution sono del parere opposto di Stavridis e vedono l’Iran, «la teocrazia numero uno nel finanziare i terroristi nel mondo», con il fumo negli occhi.
L’apertura alla Repubblica islamica era un pilastro della politica estera di Barack Obama. Ma molti interessi remano contro e, come sempre, il Presidente americano potrebbe essere stato convinto a dire di no.

 

 

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