venerdì, Maggio 14

Iran, tentazione saudita field_506ffbaa4a8d4

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UN General Assembly Iran

Ufficialmente volano stilettate, sottotraccia corrono le indiscrezioni.
Il primo passo, nell’aria da mesi ma mai confermato, l’ha fatto l’Arabia Saudita: invitare a Riad un alto rappresentate dell’arcinemico, il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif.
Nell’establishment di Teheran, il capo negoziatore per il nucleare, formato negli Usa e dialogante con Washington, è l’interlocutore più morbido per rompere anche l’ultimo tabù: la contrapposizione tra Iran e Arabia saudita che regola il quadro di alleanze tra i Paesi mediorientali.
Ma neanche un diplomatico dialogante come Zarif, che da Ambasciatore all’Onu incontrava privatamente Joe Biden e Chuck Hagel, ora vice Presidente e Segretario alla Difesa degli Usa, sarà forse sufficiente al grande passo, per il quale l’Iran non è ancora pronto e verso il quale molte forze interne remano contro il Governo.
«Ben venga aprire al nostro Ministro degli Esteri, ma non basta», ha dichiarato l’influente deputato dell’ala conservatrice dei principalisti, Mohammad Hassan Asafari, membro della Commissione parlamentare di Sicurezza nazionale e Politica estera, alle voci di distensione tra la Repubblica islamica che guida l’Islam sciita e i reali di Riad, roccaforte del wahabismo sunnita.

 II casus belli pendente, territoriale oltre che teologico, l’ha ribadito Asafari con parole taglienti: «Le relazioni tra Teheran e Riad non sono in uno stato soddisfacente. L’invito a Zarif può essere un passo per migliorarle. Ma finché i sauditi non smetteranno di invadere le altre nazioni musulmane e interferire negli affari degli altri Paesi, in particolare finanziando il movimento dei takfiri (i gruppi salafiti armati, ndr), niente cambierà».
Le ultime accuse di infiltrare i movimenti d’opposizione con fondamentalisti della jihad riguardano il conflitto siriano e, più in generale, il Nord Africa scosso dalla Primavera araba, dove dal 2011 hanno ripreso a proliferare le bande di islamisti radicali. Ma ancora prima che in Libia, Egitto e Tunisia, gli attentati di sigle radicali e qaediste hanno disintegrato l’Iraq del post Saddam Hussein.
Dietro le esplosioni ormai quotidiane di autobombe e kamikaze si nasconde la deriva di movimenti criminali che usano come cartello Islam: chiunque sia a finanziarli o manovrarli, il ripiombare nel Medioevo nelle aree destabilizzate crea spazio alle mire espansionistiche dell’Arabia saudita.
Le quali, tuttavia, in Medio Oriente si infrangono con la volontà iraniana di difendere il corridoio sciita di Siria e Libano, e consolidare la sua influenza del nuovo Iraq e in Afghanistan.

In un clima tanto ostile da spingere l’Onu, nel febbraio scorso, a ritirare l’invito all’Iran per la Conferenza di Pace di Ginevra 2 sulla Siria, così da non far esplodere la rabbia di Arabia Saudita e Usa, è di per sé stupefacente che, negli ultimi mesi, si siano più volte ventilati approcci tra Riad e Teheran.
Per tenere in piedi le trattative sul nucleare con l’Occidente, l’Iran aveva accettato quasi con sollievo l’esclusione dai negoziati siriani in Svizzera, concordando che mediare da dietro le quinte sarebbe stato, alla fine, più utile e prudente per tutti.
I sauditi, d’altra parte, erano esasperati per il voltafaccia degli Stati Uniti sull’intervento militare in Siria, coronato, nel settembre 2013, dalla telefonata di disgelo tra Barack Obama e il neo Presidente iraniano Hassan Rohani.
In segno di sfida, Riad arrivò alla plateale rinuncia del seggio provvisorio dell’Onu. Salvo poi stupire gli avversari con l’inattesa rimozione, ad aprile, del capo dell’intelligence e storico Ambasciatore saudita negli Usa, Bandar bin Sultan, considerato la mente della guerra alle armi chimiche in Iraq e in Siria, non a caso soprannominato “Bandar Bush”.
Regista dell’operazione di pulizia sarebbe il Ministro dell’Interno e principe Mohammed bin Nayef, papabile per la successione al trono del 90enne re Abudullah, e diventato titolare del dossier siriano.

Far avvicinare Teheran a Riad sarà probabilmente più dura che far cadere il Muro di Berlino, ma certo l’Iran ha gioito nel veder saltare la testa del vecchio nemico, confidente del primo Ministro libanese Rafiq Hariri assassinato nel 2005 e, subito dopo, grande agitatore della Rivoluzione dei cedri.
Attraverso l’asse sciita è corsa anche la voce dell’uscita di scena imminente del principe Saud al Faisal, figlio dell’omonimo re e inamovibile sulla poltrona del Ministero degli Esteri dal 1975.
Le due rimozioni sarebbero state concepite nell’ottica di un rinnovamento, in vista del nuovo sovrano, ma anche per prendere le distanze da una politica estera oggetto, con l’Amministrazione Obama, di critiche anche dagli Usa.
A dispetto dei rumor, al Faisal non ha rassegnato le dimissioni. L’eminenza grigia di Riad ha anzi spiazzato tutti con l’audacia dell’invito a Zarif, provocatoriamente lanciato dalla tribuna Forum arabo per la cooperazione economica con l’Asia Centrale e l’Azerbaijan, area d’influenza iraniana. «Il Ministro degli Esteri di Teheran è benvenuto a Riad, per negoziare e discutere sui temi caldi della regione», ha dichiarato al Faisal, alludendo a una battaglia comune contro il terrorismo.
Dalle informazioni di Abdulmajeed al-Buluwi, notista politico saudita per il sito di informazione Usa sul Medio Oriente ‘Al Monitor’, un canale sotterraneo di dialogo sulla Siria tra le due potenze sarebbe addirittura stato già avviato con il Gabinetto di Rohani.

Per la fonte di parte, si tratta di un «invito a controllare il conflitto, non a risolverlo. Non ci sono segnali di accordo tra Iran e Arabia Saudita su Siria, Iraq, Bahrein o Yemen. Le due parti continuano ad avere divergenze significative, in particolar modo sulla Siria».
Tuttavia è innegabile che, anche da Teheran, con il cambio della guardia tra Mahmoud Ahmadinejad e Rohani siano partiti dei segnali verso i sauditi. Neo eletto, Rohani ha auspicato un miglioramento dei rapporti con le monarchie del Golfo. E ripetutamente, sia i media sauditi sia i libanesi hanno scritto dell’invito a Riad dei reali al nuovo Presidente iraniano.
Ma Teheran ha sempre glissato su questa eventualità. Grande manovratore della de-escalation sarebbe, attraverso il nuovo Ambasciatore saudita a Teheran Abdul Rahman bin Qarman al Shahri, il due volte Presidente e modernizzatore Akbar Hashemi Rafsanjani.
A gennaio, a una conferenza sull’Islam il kingmaker della vittoria di Rohani, con pragmatismo un po’ sbrigativo, ha esclamato: «Chi fu il primo califfo è un esercizio sterile, una questione storica che non porta alcun beneficio a nessuno». Fosse così sciiti e sunniti, e forse anche la teocrazia iraniana, smetterebbero di esistere e l’Islam sarebbe unito.
La notizia più sorprendente – tutta da confermare – comunque è quella diffusa dal capo dell’ufficio diAl Jazeera‘ (tivù qatariota del Golfo) a Teheran Abdel Qadir Fayez, citando fonti dell’inner circle di Rafsanjani: conservatori e militari si oppongono, ma sul tavolo si sarebbe un piano preliminare di trattative segrete, sdoganato niente meno che dalla Guida Suprema Ali Khamenei.

 

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