mercoledì, Aprile 21

Iran, secessione curda Con la crisi irachena Teheran torna a preoccuparsi dei separatisti

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Loro malgrado curdi e iraniani sono stati riavvicinati dalla crisi irachena. Il Califfato dell’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e del Levante), instaurato nel nord di Siria e Iraq, è un nemico comune da combattere. Ma se alla Repubblica islamica i peshmerga curdi fanno comodo per contenere l’espansione dei jihadisti sunniti, specularmente il consolidamento e l’allargamento della Regione autonoma curda irachena è una minaccia per il ferreo controllo degli Ayatollah del Kurdistan iraniano.
La questione è tornata scivolosa, come non lo era da decenni. Duramente repressa prima e dopo la Rivoluzione khomeinista, in Iran la minoranza curda è stimata attorno agli 8 milioni di appartenenti, circa il 4% (CIA World Factbook) della popolazione.
La comunità vive in larga parte nelle montagne nord-occidentali al confine tra Azerbaijan, Turchia e Iraq: una regione meno nota alle cronache del Kurdistan turco o iracheno, tuttavia centrale per la storia del popolo curdo di tutte le aree separatiste.

Nel Kurdistan iraniano iniziò, all’inizio del 1900, la battaglia per l’indipendenza e la fondazione di uno Stato autonomo curdo dalle potenze colonialiste. E, da lì la battaglia curda per un Paese sovrano transnazionale – dalla Siria all’Iraq, dall’Iran alla Turchia – potrebbe ripartire.
Dall’autoproclamata Repubblica di Mahabad (1946-1947), nel nord dell’Iran, il fondatore ed eroe nazionale Mustafa Barzani partì con il suo Esercito di volontari, per muovere guerra alle autorità di Baghdad. Negli anni ’70, Teheran e Baghdad arrivarono (temporaneamente) a riappacificarsi, pur di arrestare le spinte di scissione in entrambi i Paesi, da parte delle comunità curde.
Mezzo secolo dopo, la massima preoccupazione del Governo iraniano, per interessi economici e strategici, è impedire in ogni modo la disgregazione dell’ex feudo di Saddam Hussein. Per questo obiettivo comune, i contatti tra Teheran e le autorità di Erbil si sono intensificati.
A giugno il Premier del Kurdistan iracheno Neshirvan Barzani (nipote di Mustafa Barzani), ha discusso della lotta all’ISIS a Teheran, dove si sono recati anche il figlio di Mustafa Barzani, Masoud Barzani, attuale della Presidente della regione automa, e lo stesso Jalal Talabani, Presidente dell’Iraq ed ex guerrigliero curdo.
Interlocutori preziosi, negli anni della ricostruzione, per decapitare l’apparato sunnita del partito di Saddam, per l’Iran i governatori del Kurdistan iracheno sono ora fisiologici per frenare l’avanzata militare dei califfi verso Baghdad, specie dopo la disfatta dell’Esercito iracheno a Mosul e dopo i successi militari dei peshmerga a Kirkuk.

Ma la comunione d’intenti finisce qui. A Erbil, a luglio una delegazione iraniana ha incontrato il Presidente Barzani e altri esponenti politici, con l’obiettivo di frenare le aspirazioni separatiste e riavvicinare i curdi iracheni al Governo filo-sciita di Baghdad, nel «rispetto del percorso costituzionale».
Le preoccupazioni degli Ayatollah sono cresciute dopo il rifiuto di Barzani di ritirare i peshemerga dalle zone controllate come Kirkuk, fuori dai territori autonomi, e dopo la richiesta, al Parlamento regionale, di fissare una data per il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. «Il solo rappresentante ufficiale che, con eccitazione e grande felicità, ha sostenuto l’indipendenza del Kurdistan iracheno, incoraggiando i curdi alla secessione è il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu», ha dichiarato il vice Ministro degli Esteri iraniano, incaricato per gli Affari dell’Africa e arabi, Hossein Amir-Abdollahian, dopo un colloquio con Massoud e Nechervan Barzani, «non permetteremo mai che si realizzino sogni di Netanyahu di spaccare una regione importante e così sensibile dell’Asia centrale».
Ai rappresentanti della regione autonoma irachena, Abdollahian ha spiegato «amichevolmente, ma chiaramente», che «violare la Costituzione progressista e completa dell’Iraq, con rivendicazioni che vanno al di là del sistema federale nell’integrità irachena, come predisposto dalla sua Costituzione, non porterà beneficio a nessuno».

I timori di Teheran verso uno Stato indipendente curdo non sono focalizzati solo su un’implosione dell’Iraq, con effetti destabilizzanti sulla Repubblica islamica. Ma su un probabile effetto domino dei moti secessionisti nel Kurdistan iraniano: una paura ampiamente diffusa, oltre che tra i vertici militari e d’intelligence, tra la società iraniana.
Tra le macerie della Seconda guerra mondiale, quando le potenze coloniali e anche le autorità centrali di Teheran erano deboli, i guerriglieri curdi istituirono in Iran la prima regione indipendente. Chiusa la breve parentesi della Repubblica di Mahabad, appoggiata dall’Urss e dissoltasi con il ritiro dell’Armata rossa dall’Azerbaijan, le rivendicazioni curde covarono sotto la cenere durante il regno persiano dello Shah, fino a esplodere subito dopo la Rivoluzione islamica del 1979.
Per stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di rivolta, la Repubblica islamica ha poi esercitato una dura repressione nei confronti dei curdi iraniani: vittime per decenni –anche dopo l’elezione del Presidente Hassan Rohani- di esecuzioni sommarie, torture e processi iniqui.

Ruhollah Khomeini, che da esule a Parigi aveva promesso ai curdi autonomia, arrivò a ordinarne l’omicidio dei loro vertici politici. E oggi; nonostante il successore di Mahmoud Ahmadinejad sia considerato un moderato, secondo le organizzazioni per i diritti umani nei primi quattro mesi del 2014 state eseguite oltre 250 esecuzioni effettuate; 27 delle quali tra attivisti politici curdi, nella prigione di Saghez, nel Kurdistan iraniano.
Nonostante l’eliminazione sistematica dei dissidenti, in Iran sopravvivono piccoli nuclei di militanti curdi, in particolare tra le file del PJAK, il Partito per la libera esistenza del Kurdistan, ala del PKK turco. «La maggioranza dell’establishment iraniano vede Masoud Barzani fortemente impegnato in manovre, per avvantaggiarsi della situazione politica fluida in Iraq allo scopo di ottenere l’indipendenza del Kurdistan», ha scritto l’analista del Middle East Institute Alex Vatanka su ‘The National Interest . Persino la stampa riformista iraniana, che in campagna elettorale chiedeva libertà d’espressione per le minoranze etniche e linguistiche del Paese, ha paventato le «minacce per la sicurezza nazionale del diffondersi delle richieste separatiste del popolo curdo in Turchia, Iraq, Siria e Iran».

In particolare, Teheran teme un nuovo accordo di spartizione dell’Iraq da parte delle lobby di potere dei nemici occidentali, con il «placet di Stati Uniti e Gran Bretagna», oltre che di Israele, a Erbil.
Dopo la visita di Barzani ad Ankara, gli iraniani dubiterebbero anche sulla reale posizione della Turchia, ufficialmente contro l’indipendenza curda. Per bloccare il rafforzamento del Kurdistan Teheran, sostiene Vatanka, sarebbe pronta a muoversi con Talabani, «il Presidente iracheno, membro dell’Unione patriottica del Kurdistan (PUK) e a lungo rivale politico di Barzani».
Con il rientro di Talabani a luglio nel Paese, dopo mesi di cure mediche all’estero, «l’Iran probabilmente intensificherà il suo sostegno al Puk e di altre formazioni curde che si oppongono alla richiesta d’indipendenza di Barzani», secondo la vecchia regola colonialista del divide et impera.

 

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